I migliori Blockbuster del 2018

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Ormai il 2018 sta per terminare, e con esso anche questa annata cinematografica, che con quest’anno in particolare ci ha saputo regalare emozioni straordinarie con film bellissimi quali First Man, Il Filo Nascosto e il nostrano Dogman. Tutti film piuttosto impegnati, ma di certo quest’anno abbiamo avuto anche tantissimi blockbuster, film più leggeri, di largo consumo, che possono esser considerati come delle vere e proprie perle, talvolta, dei piccoli capolavori, o altre volte accettabili, carini, da 6,5/7 se si dovesse dare un voto.

Quest’oggi, come per gli altri anni, sono qui per portarvi la mia lista personale dei blockbuster del 2018 che mi sono piaciuti, in ordine di gradimento: da quello che meno mi ha entusiasmato, a quello che invece ho amato alla follia. Quindi se non trovate alcuni film in questa lista i motivi sono principalmente tre:

  • Non l’ho considerato un blockbuster (film ad alto budget o ad alto consumo)
  • Non sono riuscito a vederlo
  • Non mi è piaciuto (questa motivazione potrebbe essere piuttosto valida avendo visto circa 50 film in sala quest’anno

Ultimo dettaglio, all’interno della classifica ho inserito tutti i blockbuster usciti in ITALIA nel 2018. Quindi se trovate un paio di film usciti all’estero nel 2017 ma che sono arrivati in Italia a inizio gennaio ora sapete il perché. Detto ciò iniziamo.

MACCHINE MORTALI 

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Sin da quando venne annunciata la realizzazione di questo film con la sceneggiatura firmata dalla stessa squadra che ci ha portato le trilogie de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli avevano attirato la mia attenzione. Un soggetto interessante, originale, con dei personaggi che potevano entrare nell’immaginario collettivo sia per il loro aspetto “cazzuto” che per la loro caratterizzazione abbastanza da poter rendere questo film memorabile. Alla fine, questo Macchine Mortali di Christian Rivers non è niente di che. Per la prima metà del film abbiamo una messa in scena piuttosto ispirata: costumi, scenografie, musiche e regia riuscivano a rendere molto bene l’originalità del soggetto alla base del film, anche se con qualche stereotipo/cliché del genere. Ma dopo la prima metà, boom, il film diventa un blockbuster strapieno di cliché, senza niente di nuovo né nella sceneggiatura né tanto meno nella messa in scena. I personaggi che inizialmente sembravano essere memorabili diventano delle macchiette (eccezion fatta per il meraviglioso Shrike, interpretato da Stephen Lang) e lo spettatore inizia fregarsene di quello che sta succedendo, perché lo ha già visto in trenta altri film usciti anni prima. Un film dal potenziale incredibile che, purtroppo, non è stato sfruttato bene, il che mi ha deluso veramente tanto se contiamo che la sceneggiatura è stata firmata dal grande Peter jackson. Ma tutto sommato, possiamo definirlo un film potabile.

ANT-MAN AND THE WASP

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Scott Lang / Ant-Man torna sul grande schermo dopo un debutto a dir poco sorprendente e divertente con l’Ant-Man del 2015 diretto da Peyton Reed, che torna alla regia anche di questo sequel… ma non riesce a confezionare un film all’altezza del primo. Per carità, alla fine si tratta di un buon sequel, scritto e diretto bene, buoni effetti speciali, con un villain anche mezzo memorabile e che intrattiene per tutta la sua durata. D’altro canto, il film non riesce a catturare quella vena comica che ha caratterizza il personaggio come era stato fatto per il primo film, e la risposta è semplice. Ant-Man presentava una sceneggiatura scritta da registi e scrittori incredibili come Edgar Wright (nonostante quest’ultimo si sia allontanato dal progetto), Adam McKay e lo stesso Paul Rudd, che comunque ha messo mano alla sceneggiatura anche di questo Ant-Man and the Wasp. Quindi questo sequel cerca in tutti i modi di ricreare quell’atmosfera comica che abbiamo adorato, ma spesso forza troppo la mano e ci viene da dire più che altro ‘ma perché?’. Stessa cosa vale per la presenza di alcuni personaggi, come il villain secondario Sonny Burch e quello di Janet Van-Dyne, interpretati da Walton Goggins e Michelle Pfeiffer. Due personaggi molto sottotono, quasi inutili, soprattutto il primo, ma che potevano essere molto di più, soprattutto se contiamo i due interpreti scelti. Ancora una volta parliamo di un buon film, che però non è stato sfruttato benissimo.

IL RITORNO DI MARY POPPINS

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Dopo quasi sessant’anni dall’uscita dal primo film cult / capolavoro di Robert Stevenson con Julie Andrews e Dick Van Dyke, torna sul grande schermo la leggendaria Mary Poppins, stavolta sotto la regia di Rob Marshall e con il volto della grandissima Emily Blunt. Un sequel che riesce molto bene a catturare lo spirito gioioso e colorato del primo film facendoci rivivere quella magia Disney che, nonostante i bellissimi film che questa major ha sfornato negli ultimi anni, si è andata un po’ persa: il gusto dell’animazione e delle scenografie disegnate a mano in 2D, il gusto dei colori del technicolor che Marshall, grazie ad una regia davvero ben curata, riesce nel catturare la magia di quei film Disney datati anni ’60. Però, diverse volte possiamo notare che cerca di emulare fin troppo il film di Stevenson. Attenzione, emulare, non citare, arrivando quasi a fare una copia carbone di alcune scene e personaggi del primo film, e non parliamo di una copia carbone fatta benissimo. In questo modo il film si lega le mani da solo, e invece di essere un film che affronta una situazione sociale-economica dura come quella post ottobre 1929, con lo stesso spirito con cui Stevenson ha affrontare la fredda Londra di fine ‘800, risulta essere quasi più un remake che un sequel. Ma alla fin fine, il film intrattiene e ci fa affezionare ai nuovi personaggi introdotti, e soprattutto ripropone al cinema un personaggio a dir poco iconico come quello di Mary Poppins sotto una nuova luce in modo praticamente perfetto, grazie ad una Emily Blunt che più brava di così non si può avere. Se dovesse ricevere una nomination ai prossimi Oscar, onestamente, non me sorprenderei.

RITORNO AL BOSCO DEI 100 ACRI

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Chi l’avrebbe detto che nel 2018 poteva uscire un film live-action su Christopher Robin e Winnie The Pooh? E soprattutto, chi l’avrebbe detto che sarebbe stato così bello? Ritorno al Bosco dei 100 Acri è una sberla emotiva al bambino che si trova ancora dentro di noi della durata di due ore, ed è bellissimo. Marco Forster dopo aver diretto Brad Pitt in fuga dagli zombi, riesce a raccontare una storia che unisce l’atmosfera fiabesca dei racconti per bambini di Alan Alexander Milne con il freddo dramma di una storia più adulta e matura. Il mondo di Christopher Robin bambino spensierato si scontra con quello del Christopher Robin impiegato e reduce della Prima Guerra Mondiale, reso molto bene da un Ewan McGregor in forma smagliante (come al solito d’altronde). Un film che ricorda di crescere, di essere responsabili, ma non troppo. Ci ricorda che spesso il dolce “non fare niente” può essere una benedizione dopo un lungo periodo di lavoro. Ritorno al Bosco dei 100 Acri risulta essere piuttosto moderno per la messa in scena di Forster, che utilizza molto il primissimo piano (il dettaglio) che, unito ad una fotografia molto drammatica ma d’impatto e una CGI semplicemente perfetta, crea dei momenti a dir poco suggestivi, ma anche estremamente nostalgico per aver trasposto questi storici personaggi con cui tutti noi abbiamo avuto a che fare almeno una volta da piccoli, e il fatto che in italiano abbiamo gli stessi doppiatori dei cartoni non può far altro che scaldarci il cuore e farci scendere la lacrimuccia.

THE PREDATOR

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Se da una parte Ritorno al Bosco dei 100 Acri ci ricorda che è sempre bello essere un po’ bambini, dall’altra abbiamo Shane Black che con The Predator ci ricorda che il cinema action tamarro e ignorante dal sapore anni ’80 può esser ancora fatto bene nel 2018. E soprattuto che quando è fatto bene è fottutamente divertente. The Predator non è di certo il film che mi aspettavo e che volevo, ma non posso dire di non essermi divertito come un matto nel vederlo. Gag a dir poco esilaranti a go go, personaggi completamente fuori di testa, molto anni ’80, stereotipati fin nel midollo, ma resi memorabili grazie agli interpreti e ad una sceneggiatura che non si prende sul serio nemmeno per un secondo e che sa di essere completamente fuori di testa, talvolta trash puro, ma quel trash che ti fa ridere di cuore, e per questo arriva anche a ridere di sé stesso e dell’intero franchise di Predator. Un film confezionato a dovere, che con la colonna sonora e la regia riesce a catturare lo spirito dei film action di McTiernan e che prova gusto nel mostrare la violenza estrema che caratterizza questi predatori alieni, arrivando a dei livelli mai raggiunti nei film precedenti. Un gusto e una passione che, per mille problemi di produzione, vediamo perdersi verso il terzo atto del film, che risulta essere più “operaio” e meno coinvolgente. Ciò nonostante, The Predator mi ha fatto uscire dalla sala con un sorrisone stampato sulla faccia e che mi ha fatto ricordare che anche un film tamarro e “buzzurro” come questo può essere fatto bene se si ha un regista capace dietro la macchina da presa.

BUMBLEBEE

Dopo anni di film sui Transformers ignobili (giusto il primo possiamo definire accettabile) finalmente Travis Knight riesce a regalarci una pellicola con i robottoni di casa Hasbro che è possibile difendere obbiettivamente. Una regia limpida, chiara, non confusionaria e frenetica che permette allo spettatore di ammirare dei combattimenti meravigliosamente coreografati e realizzati con un CGI che riesce ad amalgamarsi con tutto il resto perfettamente. Le atmosfere eccessivamente tamarre adottate da Michael Bay vengono abbandonate, i Transformers hanno un look molto più vicino a quello dei cartoni animati della G1 e la protagonista, essendo una giovane ragazza, non risulta essere un troione da combattimento incredibile. Bumblebee è un film che ha cuore, passione e sentimento, riesce a far emozionare in più momenti delineando un rapporto tra Bumblebee e Charlie in modo molto intelligente, riuscendo a sviscerare entrambi i personaggi abbastanza da fartici affezionare. Travis Knight, inoltre, omaggia il cinema anni sci-fi, e non solo, degli anni ’80 come se non ci fosse un domani, con l’inserimento di tantissimi cliché e stereotipi che funzionano, mentre altri un po’ meno (perché va bene omaggiare gli anni ’80 ma va anche ricordato che ora siamo nel 2018) che portano la sceneggiatura ad avere delle piccole imprecisioni e debolezze. La cosa che più ho apprezzato di questo film è che Knight ha avuto le palle di fare quello che gli pare e piace, ignorando le porcate fatte da Bay negli scorsi anni per poter realizzare una pellicola che, secondo me, potrebbe essere considerata come reboot della saga, e spero che la Paramount sfrutti tale occasione per rilanciare come si deve un franchise che potrebbe dare davvero molto al cinema d’intrattenimento.

SOLO: A STAR WARS STORY

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Nonostante “l’insuccesso” al botteghino, nonostante l’abbandono di Phil Lord e Chris Miller e nonostante la critica non l’abbia osannato, Solo: A Star Wars Story è una figata. Ron Howard ci racconta una storia piuttosto inedita anche per noi fan di una saga che può contare ormai dieci lungometraggi. Solo è un film che racconta la storia di personaggi che sono tutto fuorché degli eroi, bensì dei criminali, la feccia della galassia, e Ron Howard riesce a rappresentare il mondo criminale e dei bassifondi di questa galassia lontana lontana in modo molto creativo, con scenografie ed effetti speciali pratici e una bellissima fotografia, molto terrosa, firmata da Bradford Young. I personaggi sono tutti delle perfette versioni giovanili di quei volti a noi molto noti, grazie soprattutto agli attori scelti (Ehrenreich e Glover sono degli ottimi Han Solo e Landro Calrissian da giovani) ed anche quelli nuovi risultano essere a dir poco memorabili, Tobias Beckett su tuttti. Un film che come ogni pellicola di Star Wars deve fare coglie l’occasione per rendere ancora più ricco questo universo cinematografico con sottotrame che arrichiscono il background di molti personaggi. Per non parlare del colpo di scena finale che potrebbe essere un serio punto di svolta per uno dei personaggi più iconici della saga, ma anche uno dei peggio sfruttati (almeno per quanto riguarda l’aspetto live-action). Che altro dire? La Disney riesce ancora una volta a confezionare un buonissimo film di Star Wars, diverso da tutti gli altri (forse per certi versi anche troppo) e per questo memorabile, e il fatto che non abbia avuto il successo meritato mi fa veramente tristezza. Speriamo che la Disney non demorda con la produzione della Star Wars Anthology.

MISSION: IMPOSSIBLE – FALLOUT

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Se c’è una saga action che ha sempre saputo come soddisfarmi questa è quella di Mission: Impossible. Saga che sin dall’inizio ha saputo presentare personaggi carismatici, memorabili e scene che non possono non diventare dei cult, e ora che Christopher McQuarrie ne ha preso il controllo, beh, ha saputo lasciarmi a bocca aperta come pochi altri film acrtion hanno saputo fare. Mission: Impossible – Fallout è uno dei migliori film action degli ultimi anni: regia semplicemente spettacolare, con piani sequenza sulla carta letteralmente impossibili da realizzare, un uso della CGI ridotto all’osso e un impiego molto ampio di stunt men e controfigure (ovviamente non per Tom Cruise ;)), fotografia vintage, dark, resa benissimo grazie alla volontà di McQuarrie di girare il film in pellicola (anche se non tutto, purtroppo) con dei giochi di luce assai intelligenti e una colonna sonora ad opera dello zimmeriano Lorne Balfe memorabile a dir poco: pomposa, epica, assordante e drammatica e dolce nei momenti adeguati. Un perfetto ritratto di quello che è Fallout. Infatti, McQuarrie ci presenta un film assai memorabile per le sequenze action e per essere adrenalinico come pochi, ma si ritaglia del tempo per poter affrontare quelli che sono i fantasmi del personaggio di Ethan Hunt, regalandoci dei momenti emotivamente forti che vedono al centro anche personaggi che, fino ad ora, non erano riusciti ad emozionarci in modo particolare, resi molto bene soprattutto dal fatto che McQuarrie ha voluto, per la prima volta nella storia della saga, creare un film che fosse un sequel diretto di quello precedente, con il ritorno di tantissimi personaggi. Fallout, in sinossi, è un action che osa nonostante sia il sesto capitolo di una saga storica, e meno male direi, ma, al tempo stesso, credo che avrebbe potuto osare di più. Sarebbe potuto essere ancor più drammatico, ancor più forte dal punto di vista emotivo e ancor più originale e unico. Ma d’altronde, film perfetti non esistono (o almeno non ce ne sono così tanti).

READY PLAYER ONE

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Steven Spielberg torna dietro la macchina da presa di un blockbuster ed ecco che dà vita ad un film da nerdgasmo. Tutta la magia e la passione dei film sci-fi e non degli anni ’80 la ritroviamo condensata sotto steroidi in questo Ready Player One, ed è una cazzo di figata. Citazioni su citazioni, migliaia di personaggi iconici della cultura pop che appaiono da ogni singolo angolo della digitale OASIS e che sono al centro di alcune delle scene più belle e memorabili che si siano mai viste sul grande schermo quest’anno, rese tali dalla mano del caro Spielberg che risulta essere sempre la migliore quando si parla di cinema d’intrattenimento. Peccato per l’assenza di John Williams alla colonna sonora, ma anche il grande Alan Silvestri è riuscito nel creare delle sinfonie molto simili a quelle dello Spielberg anni ’80 e che cita anche diversi temi storici della storia del cinema (alcuni composti proprio dallo stesso Silvestri). Ready Player One ci presenta un’attenta analisi di una società che potrebbe essere anche fin troppo vicina ai giorni nostri, con questo videogioco che risulta essere la vera vita a cui tutti devono prendere parte se si vuole sopravvivere. A quel punto OASIS risulta essere la realtà, mentre la vita vera una sorta di triste pausa da quest’utlima. Una visione molto drammatica e distopica della condizione umana, che conferisce alla pellicola una retrogusto di dramma aldilà del fomento e intrattenimento generale scaturito dalle sequenze ambientati in OASIS. Parliamo quindi di un film ben bilanciato, che riesce ad essere una grande lettera d’amore agli anni ’80 e, soprattutto, ad un cinema la cui magia rimarrà eterna nel corso dei secoli.

DEADPOOL 2

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Se il primo film era volgare, fuori dagli schemi e originale a tal punto da poterlo considerare geniale, beh qui siamo arrivati a dei livelli ancora più alti. David Leitch con Deadpool 2 mette quasi in imbarazzo il primo film, grazie alla presenza di una trama più articolata, personaggi secondari più memorabili e non oscurati dal personaggio del Mercenario Chiacchierone (in particolare Cable risulta essere una perfetta controparte del protagonista), e anche quest’ultimo subisce un maggior approfondimento rispetto al film precedente. Da un punto di vista della regia abbiamo dei movimenti di macchina meglio studiati, un paio di piani sequenza da orgasmo e una fotografia decisamente più colorata e d’impatto di quella fredda e asettica usata nel primo film. In pratica, Deadpool 2 è Deadpool, ma sotto steroidi: pensiamo alle mille mila gag che si riferiscono al Marvel Cinematic Universe, oppure anche al DC Extended Universe, per non parlare del modo geniale con cui è stata introdotta la X-Force, e così facendo hanno puntato ancor di più su quello che è l’umorismo meta-cinematografico che caratterizza il personaggio, che lo rende unico, e, per questo, lo stesso film risulta essere migliore. Si vede che Ryan Reynolds ci sta mettendo tutto sé stesso in questo personaggio, dopo aver speso un carriera dietro a filmetti che non lo hanno mai valorizzato come attore e come comico. Ma finalmente eccolo, lui è Wade Wilson, lui è Deadpool e quando un attore ci mette così tanta passione in quello che fa (non a caso Reynolds ha anche firmato la sceneggiatura del film) il risultato non può non essere eccezionale.

HALLOWEEN

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Sapete, quando si parla di grandi classici del cinema horror si arriva sempre a parlare di quei tremila sequel/remake/reboot/prequel che sono stati fatti nel corso degli anni. Di certo Halloween di John Carpenter del ’78 è uno di quei film, e quando venni a sapere di questo nuovo capitolo avevo storto un po’ il naso, ma quando scorpii che l’idea era quella di realizzare un sequel diretto del primo film, con il ritorno di Jamie Lee Curtis come Laurie Strode e la benedizione di Carpeter, beh avevano la mia attenzione, e alla fine il film si è rivelato essere qualcosa di semplicemente unico e sensazionale. David Gordon Green riesce a confezionare un horror moderno, ma al tempo stesso molto anni ’80 e dal sapore Carpenteriano, grazie all’uso di una macchina da presa statica e una colonna sonora che spesso è la colonna portante di molte scene (composta, guarda un po’, dallo stesso Carpenter). Halloween di Green vuole essere arrogante e dire a tutti che è lui il vero sequel del film del ’78, e sapete una cosa? Cazzo sì, dev’essere arrogante, deve pisciare sui piedi a tutti quegli altri film che sono stati realizzati, e lo stesso Green non si fa scrupoli nel dire, con una sceneggiatura scritta in modo molto curato, cosa non gli è mai piaciuto della saga e rimettendo queste cose al posto giusto. Sceneggiatura che riesce nel restituire, se non rafforzare, il fascino e il senso di minaccia al personaggio di Michael Myers, nonostante siano passati 40 anni, oppure che scava nel profondo animo tormentato di una Laurie Strode profondamente cambiata dagli eventi del ’78, e con una Curtis mai vista così in forma. Ora se è il caso di realizzare un sequel non è ho idea, ma quello che conta è che dopop ben 40 anni finalmente un regista ha avuto le palle di dire al mondo intero come si deve fare un sequel di un capolavoro senza tempo. Chapeau.

BOHEMIAN RHAPSODY

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Era ora che un film raccontasse la storia di una delle band più importanti di sempre, guidata da uno dei performer più incredibili e travolgenti che si siano mai visti. Bohemian Rhapsody, titolo perfetto, racconta in modo molto intelligente la storia dei Queen e di Freddie Mercury, riuscendo a catturare lo spirito alla base della storia, riuscendo a mostrare tutto quello che andava mostrato andando, talvolta, a romanzare diversi eventi andati realmente. Modifiche estremamente necessarie che hanno dato maggior valore al film, così da permettere a Bryan Singer (nonostante il suo allontanamento) di poter raccontare la storia di questa fantastica band dagli inizi fino al momento in cui hanno lasciato la loro indelebile pronta nella storia della musica con il Live AID del 1985. Pellicola che pecca nella gestione dei tempi, soprattutto nel primo atto, risultando troppo veloce e superficiale, con un montaggio alle volte piuttosto grossolano, probabilmente conseguenza del cambio di regia, e se si voleva mostrare appieno la figura di Freddie Mercury allora avrebbero dovuto osare un po’ e mostrare in modo meno edulcorato certi aspetti della sua vita. Ciò nonostante, Rami Malek ci mostra un Freddie Mercury semplicemente perfetto. Raramente ho visto al cinema una perfomance così perfetta, trascendentale, travolgente, che prende lo spettatore e gli fa scordare di star guardando un film. Mostruoso. Il tutto condito con una fotografia molto anni ’70, e una regia che conferisce a ciò che stiamo guardando uno spirito rock ‘n roll molto “alla Queen” che non possiamo non amare.

GLI INCREDIBILI 2

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Che la Pixar fosse una garanzia lo sappiamo da anni, ma che potesse realizzare un sequel di un film storico come Gli Incredibili che possa essere decisamente migliore del suo predecessore, beh, ammetto che mi ha lasciato parecchio di sasso. Brad Bird torna a lavorare con i personaggi che più lo hanno reso famoso e lo fa nel migliore dei modi, approcciandosi ad una storia meglio articolata, più approfondita per quanto riguarda l’introspezione dei personaggi, sia come supereroi, che come genitori (e figli), dando maggior valore a personaggi secondari divenuti storici, ma che, nel primo film, alla fine dei conti, non avevano chissà quale spazio, e di certo non sarebbero entrati nell’immaginario collettivo se non avessero avuto abttute che li hanno resi le icone che sono oggi. Maggior cura nella messa in scena, grazie all’evoluzione della tecnologia Pixar che ha permesso a Brad Bird di sbizzarrirsi con movimenti di macchina più frenetici e giochi di luce/colore semplicemente magnifici così da potersi avvicinare sempre di più alla realizzazione tecnica di cinecomic live-action prodotti da grandi major. Ma nel complesso, è impossibile non notare che tantissimi sono gli elementi che lo accumunano al predecessore. Abbiamo diverse innovazioni sia per la sceneggiatura che per la regia, ma le sinfonie jazz di Michael Giacchino, scene divenute storiche riproposte sotto una nuova luce, l’ironia che circonda la figura del supereroe e i personaggi che vengono prima visti come normali esseri umani, anziché supereroi, sono quello sguardo al passato necessario affinché Gli Incredibili 2 potesse essere un film migliore del primo.

SPIDER-MAN: UN NUOVO UNIVERSO

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La Sony ha fatto un accordo con i Marvel Studios per poter inserire Spider-Man nel Marvel Cinematic Universe, eppure non demorde e ritenta, dopo il fallimento dei film di Marc Webb, nel mettere le basi per uno Sider-Verse cinematografico, sfruttando quei personaggi che nessuno conosce, nell’ambito dell’animazione. Il risultato? Un film che risulta essere uno dei cinecomic più belli, geniali ed originali di sempre. Spider-Man: Un Nuovo Universo è proprio questo: un nuovo universo. Il trio registico Persichetti, Ramsey e Rothman ci regala una pellicola innovatica sotto tutti i punti di vista. Il misto di animazione 2D fumettosa e il 3D in CGI classico, con un pizzico di stop motion, rende il film uno spettacolo visivo mai visto prima, con inquadrature da istant cult per quanto sono d’impatto, piene di colori sgargianti, che rendono il tutto quasi cyberpunk. Un mix di generi anche dal punto di vista musicale, con una colonna sonora che comprende pezzi hip-pop di strada, classici, pezzi più techno e altri temi molto più vicini alla colonna sonora classica di un cinecomic. Tutte musiche a dir poco memorabili, che si fondono in diversi momenti per dar vita a sequenze che ammaliano lo spettatore come poche altre hanno saputo fare quest’anno. L’idea del multiverso, o meglio, del Ragnoverso è resa alla perfezione, nonostante sia un’idea abbastanza lontana per la maggior parte del pubblico, e sfruttando diversi personaggi di diversi universi ha permesso ai tre registi di sbizzarrirsi dal punto di vista dei disegni, delle scenografie, dei colori, delle musiche e, soprattutto, dell’umorismo. Ci si è avvicinati ad un umorismo molto meta-cinematografico, alla Deadpool, che ha permesso agli sceneggiatori di realizzare delle gag che definire geniali sarebbe riduttivo, arrivando a parodizzare e citare ciò che non funzionava nei film precedenti sull’Uomo Ragno e addirittura meme che riguardano il celebre personaggio Marvel. Personaggio che viene visto sotto una luce molto diversa rispetto al solito, ma è Miles Morales ad avere, finalmente, i riflettori tutti per sé, e lasciatemi dire che mai avrei creduto che potessero valorizzare così tanto questo personaggio con questo film. Grazie ad una trama ben scritta, personaggio ben delineati sia nella caratterizzazione che nei rapporti, riesce a farti ridere, ad emozionarti e farti commuovere senza dover arrivare a creare un film pretenzioso, ma rimanendo scanzonato e caciarone. Una perla dell’animazione occidentale che mai mi sarei aspettato di vedere. Ottima conclusione per questo 2018.

AVENGERS: INFINITY WAR

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Impossibile non definirlo uno dei cinecomic, uno dei blockbuster, uno dei film più belli, sconvolgenti e coinvolgenti dell’anno. Avengers: Infinity War è il culmine di un progetto iniziato 10 anni fa e che ha segnato in modo indelebile l’industria cinematografica. E’ il cross-over definitivo, maturo, ma non troppo, comico e colorato, ma dark e drammatico nell’essenza e non solo nella superficie. I personaggi sono già tutti delineati per bene, non c’è bisogno quindi di perdersi in chiacchiere (anche se qualche minuto in più per un paio di essi non avrebbero bastato) e così ci possiamo concentrare sul vero protagonista della storia: Thanos. Villain incredibile, uno dei migliori che si siano mai visti in un cinecomic e non solo. Personaggio folle e guidato solo dal desiderio di sterminare metà dell’universo, ma alla cui base vi è una voglia di poter preservare al meglio la vita dell’universo stesso secondo una sua malata (ma non troppo?) logica e per questo senti che è una seria minaccia per i nostri eroi (cosa veramente rara nei cinecomic usciti recentemente). Un essere tormentato che riesce sin da subito a colpire lo spettatore per il suo carisma, soprattutto grazie all’immensa perfomance di Josh Brolin nei panni del personaggio, valorizzata da una CGI pressocché perfetta in ogni singolo frame. I fratelli Russo abbandonano le atmosfere fredde e asettiche dei loro due film su Capitan America e danno sfogo alla loro vena creativa usando una gamma di colori pressocché infinita, con inquadrature mozzafiato. Un cambio di stile, un diverso approccio, che ha permesso a questi registi di poter trasporre perfettamente su grande schermo personaggi che non avevano mai avuto modo di gestire. I Russo hanno realizzato un colossal vero e proprio come non se ne vedevano da anni e anni, e l’hanno fatto riuscendo a divertire, commuovere, spiazzare, stupire ed emozionare solamente come pochi altri registi sono riusciti a fare con un genere cinematografico divenuto, purtroppo sotto certi aspetti, una moda, ma che riesce ancora a sfornare filmoni come questo Infinity War se dietro si ha un team creativo che la pazienza e la voglia di fare veramente un qualcosa che possa rimanere nella storia del cinema.

LA FORMA DELL’ACQUA

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Datato 2017 ma uscito in Italia nel 2018, La Forma dell’Acqua è senz’ombra di dubbio uno dei film più belli di quest’anno, e di certo il miglior blockbuster. Guillermo Del Toro come al solito ci vuole raccontare una fiaba. Una fiaba dal retrogusto gotico e violento, tipico del regista, e che Del Toro sfrutta per poter costruire un intelligente discorso sulla situazione socio-politica statunitense di quegli anni, in cui la tensione America / Russi era alle stelle e la Guerra Fredda teneva tutti in uno stato di perenne tensione. Un film molto all’avanguardia per quanto riguarda la realizzazionte tecnica, con effetti speciali e visivi impressionanti e una fotografia digitale che sembra voler immergere il tutto in una sorta di enorme oceano invisibile, ma percettibile. Parliamo, però, di una pellicola dal sapore molto retro: Del Toro omaggia, con i suoi movimenti di macchina limpidi e ben delineati, scenografie molto ricche e una colonna sonora magnifica ad opera del grande Alexandre Desplat, quel cinema sci-fi/horror degli anni ’50/’60 che il regista messicano ha da sempre amato e che ha sempre cercato di emulare, o citare, in tutte le sue opere. Un film a 360°, che presenta la cattiveria e la violenza in personaggi come Strickland (interpretato da un Michael Shannon impressionante), l’amore e la purezza in quello della protagonista Elisa (interpretata da una Sally Hawkins magistrale), l’ingenuità in quello di Hoffstetler/Dimitri e anche quello che proviamo noi spettatori, che vediamo tutto dall’esterno in modo imparziale, dal personaggio di Giles, narratore di tutta la vicenda e che, come noi spettatori, e come lo stesso Del Toro, specula sul finale di questo capolavoro che è riuscito ad ammaliare anche l’Academy, aggiudicandosi, meritatamente, l’Oscar come miglior film all’ultima edizione. Nient’altro da dire, se non che La Forma dell’Acqua è la conferma che Del Toro è uno degli artisti più importanti dell’ultimo millennio, se non di sempre.

Bene ragazzi, anche quest’anno è andato. E’ stata una stagione cinematografica ricca di emozioni come avete potuto leggere, e non abbiamo parlato dei veri capolavori di quest’anno, ma avremo modo di approfondire anche quell’aspetto. Detto ciò, io vi invito a dire la vostra nei commenti per quanto riguarda la mia personale classifica e a dirci se avreste voluto vedere altri film nella classifica oppure se avreste modificato l’ordine. Detto ciò, signore e signori, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte. Ci sentiamo l’anno prossimo.