I migliori film del decennio (2010-2019)

I migliori film del decennio (2010-2019)

Il 2019 è giunto al termine, e se da una parte abbiamo parlato dei migliori blockbuster usciti nel corso dell’anno appena terminato, quest’oggi vogliamo ampliare il discorso e parlare del decennio che è appena giunto al termine. Perché ridendo e scherzando abbiamo vissuto la seconda decade degli anni 2000, e a livello cinematografico abbiamo visto tantissimi capolavori immensi che sicuramente verranno ricordati negli anni avvenire, non solo per la loro grandezza cinematografica, ma soprattutto per la loro importanza politica e sociale.

Pertanto in questo articolo vi riporto alcuni film che, secondo il mio umilissimo parere e gusto, possono esser considerati come la “bandiera cinematografica” del decennio, con film che magari meritano meno di altri di esser menzionati, ma che a livello culturale sono essenziali per capire il tipo di periodo storico che stiamo vivendo, e abbiamo vissuto.

Detto ciò termino questa introduzione dicendovi che i film sono stati messi in ordine di uscita per comodità. Quindi non prendete questa lista come una sorta di classifica.

Ora iniziamo!

 

Toy Story 3, di Lee Unkrich (2010)

La decade inizia alla stra-grande con un capolavoro del cinema perfetto per rappresentare quell’onda di nostalgia che ha invaso il cinema degli ultimi anni con reboot, sequel, prequel e compagnia bella. Toy Story 3 è un incredibile discorso sulla crescita interiore ed esteriore, che risulta essere sempre dolorosa, ma non per questo tutte le lacrime versate sono un male, anzi. Un film che porta i personaggi con i quali siamo cresciuti a confrontarsi con delle sfide mai viste fino ad ora, esattamente come il pubblico che di certo è cresciuto da quando ha visto per la prima volta Woody e Buzz insieme, riuscendo ad essere una pellicola nostalgica ma mai cadere in fan service becero, cosa che invece sembra essere la norma nei blockbuster di oggi. E i blockbuster hanno solo da imparare dall’incredibile e cinefila regia di Unkrich, per non parlare della sceneggiatura di Michael Arndt, che  riesce perfettamente a mischiare malinconia, nostalgia, umorismo e azione in un film di poco più di un’ora e mezza.

Una sceneggiatura che non risparmia lo spettatore dalla cattiveria di un personaggio come Lotso, un personaggio simil Don Vito Corleone, e nemmeno dalla ormai storica scena dell’inceneritore, che andrebbe studiata su come costruire in modo perfetto il climax non solo di un film singolo, ma di un’intera trilogia che, che lo si voglia o meno, ha fatto la storia del cinema e sta continuando a farlo con il quarto capitolo, ingiustamente bistrattato da molti.

 

Diaz, di Daniele Vicari (2012)

Direttamente da una ferita ancora sanguinante del nostro paese, Diaz di Daniele Vicari è un film che mi ha scosso nel profondo come pochi film del genere sono riusciti a fare, senza mai cadere nella retorica, senza prendere posizioni politiche, ma semplicemente mostrando le terrificanti e disumane azioni del corpo di polizia durante il G8 di Genova del 2001. Un film senza pietà che mostra questi eventi sotto tantissimi punti di vista, mischiando messa in scena documentaristica (con l’uso di footage di repertorio) e pura finzione, Vicari racconta la brutalità del momento con una visione esterna, globale, da cui traspare la potenza distruttiva della polizia, per poi rimostrare gli stessi eventi dal punto di vista delle vittime, quasi come se lo spettatore stesso fosse con loro. A quel punto inizi a sentire ansia, angoscia, paura, claustrofobia perché l’unica via d’uscita vede dei gorilla armati di manganello che a malapena sanno quello che fanno. Atmosfere degne di un capolavoro dell’horror o di uno dei migliori zombie-movie di Romero.

Vicari si mostra come un narratore incredibilmente intelligente nel non cadere nel banale, perché se da una parte vediamo il corpo di polizia rappresentato in modo negativo, dall’altra notiamo che Vicari ci tiene nel mostrare che non tutti i cellerini sono dei pezzi di merda disumani, ma bensì degli esseri umani che semplicemente prendono degli ordini, e che se aprono gli occhi capiscono cosa sta succedendo e reagiscono, cercano di evitare insensati spargimenti di sangue dovuti spesso anche ad una manipolazione dei fatti stessi. Il che porta ad un discorso ben più radicato nel profondo dell’animo umano e del nostro popolo, che nell’ultimo secolo, e ancora oggi, sfoga la sua paura e a sua rabbia verso il diverso, verso modi di vestire, musica e lingue che semplicemente non gli vanno a genio.

Perché l’ignoranza sarà sempre pericolosa, soprattutto se armata di manganello.

 

Birdman – o (L’impredevedibile virtù dell’ignoranza), di Alejandro Gonzalez Iñarritu (2014)

Girato con quasi un unico piano sequenza fittizio, Birdman è un manifesto contro la moda supereroistica che ha invaso le sale cinematografiche negli ultimi vent’anni, emblema di un cinema indipendente e più d’autore che deve faticare per arrivare nelle sale più degli anni passati. E tutto questo prima che arrivasse Scorsese. Iñarritu ci racconta la storia di Riggan Thomson, personaggio autobiografico del suo interprete, Michael Keaton, che volontariamente imprigionato all’interno di un teatro di Broadway cerca di riscattarsi come attore, come artista, cercando di portare in scena una trasposizione di What we talk about when we talk about love di Raymond Carver. Una prigionia resa soffocante proprio dall’incessante piano sequenza di Iñarritu, che risulta essere quasi un sogno ad occhi aperti grazie alla fotografia del sommo Chivo, perfetta per raccontare il tormento di un uomo che nel tentativo di tornare ad essere un attore, e non solo una celebrità, arriva a plasmare il mondo esattamente come vorrebbe che fosse, per poi tornare nel più brutale dei modi alla cruda realtà, con detestabili, ma immensi, personaggi i cui rapporto con Riggan sono turbolenti tanto quanto un assordante assolo di batteria.

Un capolavoro tra realtà e finzione, che racconta la pigrizia da parte del mondo intero nel cercare un qualcosa di più elaborato, più emozionante e semplicemente più vero. Più umano. Birdman è l’estremo sacrificio verso il cinema come pura forma d’arte, il cui palcoscenico è ormai popolato da film di lattice prodotti da major che non vogliono più rischiare, osare, evitando di fare l’amore per paura di avere un figlio. Ma finché film come Birdman, e registi come Iñarritu, continueranno ad esistere, allora il cinema è ancora vivo e vegeto.

 

Mad Max: Fury Road, di George Miller (2015)

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Uno dei migliori, se non il migliore, film d’azione di sempre, Mad Max: Fury Road porta su grande schermo tutto il genio di Miller con colori saturatissimi (in grandissimo contrasto per un film post-apocalittico), una regia e un montaggio da storia del cinema, coadiuvanti di una storia lentissima: non accade mai nulla di sensazionale (a livello narrativo), i protagonisti devono semplicemente andare dal punto A al punto B per poi tornare al punto A, eppure grazie alla divina mano di Miller il ritmo del film è al cardiopalma, tenendo lo spettatore incollato alla poltroncina mentre, battendo sul bracciolo, tiene il tempo delle percussioni dell’assoluto colonna sonora del tamarro Junkie XL. Un film talmente potente che sono bastate poche inquadrature, e pochissimi dialoghi, per rendere iconici personaggi mai visti e che non vedremo mai più. Probabilmente il primo film in grado di fare ciò dopo Guerre Stellari e Il signore degli anelli. Un film che ovviamente non si bea solamente del puro aspetto tecnico, ma che alla base crea un mondo popolato da personaggi simbolo dei nostri tempi, o meglio, di quello che i nostri potrebbero diventare: una distesa desolata dove tirannici dittatori come Immortan Joe governano indiscussi, e dove la donna è tornata ad essere un m’ero oggetto sessuale. Inutile dire che Fury Road e uni dei film più femministi e anti-totalitaristi che siano mai stati fatti, che sembra essere ambientato in un tempo che abbiamo già vissuto e come, ma proiettato nel futuro.

Mad Max: Fury Road è un monito all’umanità nel non ripetere gli stessi errori commessi in un passato tutt’altro che lontano, ma è anche la prova definitiva che non serve una sceneggiatura incredibilmente contorta per creare un capolavoro nel vero senso della parola, ma soprattutto la giusta mano, le giuste idee ben piazzate e tanta voglia di osare, di rischiare.

 

The Hateful Eight, di Quentin Tarantino (2015)

Ormai l’ho capito che viviamo in un mondo dove la gente classifica gli ultimi Tarantino come merda mentre salvano i film di Michael Bay, e chiaramente è la prova di quanto l’essere umano sia un cancro da estirpare. Detto ciò credo sia  innegabile che l’ottavo film diretto, scritto e narrato da Quentin Tarantino è un capolavoro quasi assoluto. Uno spaghetti western post-moderno che con i soli titoli di testa merita di esser considerato trai migliori del decennio. Titoli accompagnati dalla sinfonia di Ennio Morricone che tutto è meno che la musica di un western, bensì delle melodie perfette per un thriller anni ’80, e non a caso questo The Hateful Eight è ispirato agli spaghetti western tanto quanto a La Cosa del mitico John Carpenter, del quale Tarantino riprende delle tracce, composte dallo stesso Morricone, scartate per il capolavoro horror / sci-fi dell’82. La tormenta che intrappolato otto sconosciuti all’interno di una baita nel bel mezzo del Wyoming riporta a pensare a quella rappresentazione della voglia di uccidersi a vicenda tipica dell’essere umano che Carpenter ha rappresentato alla stragrande nel suo film dell’82. Un macabro desiderio che non solo è intrinseco dell’animo umano, ma sul quale si basa tutta la storia degli Stati Uniti: un paese che vive nel sangue in quanto nato nel sangue, e, esattamente come i personaggi di The Hateful Eight, morirà nel sangue.

Un capolavoro di sceneggiatura, con dialoghi che tengono lo spettatore incollato per quasi tre ore piene allo schermo con la loro eleganza e il loro carisma (d’altronde come scrive Tarantino non scrive nessuno), ma soprattutto un film che appaga tutti i sensi del corpo con la musica, prima analizzata, ma soprattutto la fotografia del supremo Robert Richardson che dipinge i paesaggi innevati e la stessa baita con colori fiabeschi, che stranamente si allontanano invece da quella sporca e sudata degli spaghetti western, ai quali però ritorna con la scelta dell’uso di lenti anamorfiche usate anche per dei primissimi piani. A quel punto il Sergio Leone che vive dentro Tarantino, esplode in tutta la sua bellezza e la sua potenza, travolgendo lo spettatore che non può non rimanere ammaliato da una potenza cinematografica che raramente si vede su schermo.

 

The VVitch, di Robert Eggers (2015)

Impossibile parlare dei dieci film del decennio senza toccare l’horror, e di conseguenza senza toccare quel capolavoro quasi assoluto che è The VVitch di Eggers (sperando che The Lighthouse arrivi al più presto). Eggers attinge avidamente al cinema di uno qualunque come Ingmar Bergman per raccontare la storia di una famiglia incredibilmente religiosa, a cavallo tra la realtà e l’esoterica follia con la quale si scontra questa famiglia, sulla quale veglia costantemente l’ombra di una strega che forse esiste, o forse no. Famiglia capitanata da una Anya Taylor-Joy sensazionale e sensuale come non mai, perfida e resa tale a causa dell’essere puritano della società in cui è nata e cresciuta, che a sua volta influenza il fratello Caleb e da lì in poi una serie di catastrofi che distruggeranno il nucleo famigliare verso uno dei finali più inquietanti di sempre, con una rivisitazione della danza macabra de Il settimo sigillo nella quale il male è visto come liberatorio ed euforico.

In un mondo dove l’horror è dominato da pellicole veloci e rumorose, The VVitch risulta essere una delle cose di cui quest’industria aveva più bisogno da anni, con un Robert Eggers che si prende i suoi tempi per raccontare una storia tutt’altro che facile da rappresentare, e il cineasta statunitense riesce osando e mettendo in gioco uno stile freddo, asettico, ma incredibilmente ricco di emozioni e di figure peccaminose che toccano lo spettatore nel più profondo dei modi. Il tutto reso tale non solo da una fotografia da studiare nell’uso dei grigi e dei colori più caldi, ma con un montaggio ed una musica che con i giusti tempi, dettati dal direttore d’orchestra Eggers, coadiuvano la storia nella giusta direzione; dritta nel cuore dello spettatore. Pertanto preghiamo che The Lighthouse arrivi al più presto e che Eggers riesca ad affrontare la sfida di Nosferatu di cui si è tanto parlato recentemente, perché un artista del genere che si presenta al grande pubblico con un film come The VVitch non può che essere lasciato libero di fare quello che vuole, e plasmare così i futuri decenni.

 

Non essere cattivo, di Claudio Caligari (2015)

Caligari chiude, purtroppo, la sua brevissima filmografia con uno dei capolavori assoluti del cinema contemporaneo nostrano, che riesce a regalare una gamma di emozioni unica. Ridi di fronte a questi regazzini troppo cresciuti di Ostia che sotto effetto di allucinogeni e cocaina diventono dei clown neorealisti, e subito dopo ti ritrovi di fronte ad un dramma veramente tosto, che esplode facendo divenire il film un gangster noir che riesce veramente a raccontare la vita da criminali da “du sordi”, come direbbe Caligari, nelle periferie romane, prendendo dei personaggi, dei dialoghi e delle storie che possono ricordare un cinema come quello di Martin Scorsese, ma privo del carisma che pervade le opere di questo regista. Un carisma che viene rimpiazzato da qualcosa di più amaro, di più umano, più vero e più emotivo. Un qualcosa che tocca lo spettatore sin dalla prima inquadratura, fino all’ultima. Sensazioni che di certo non se le si scrolla da dosso con la fine dei titoli di coda.

Caligari mette in scena un mondo al limite del civiltà, un po’ come farà anche Garrone con Dogman, popolato da personaggi straordinariamente umani, e per questo fallibili, come Cesare e Vittorio, interpretati da un Luca Marinelli e un Alessandro Borghi che in questo film danno la prova inconfutabile che parliamo dei due volti attoriali più importanti del nostro cinema contemporaneo, e che di certo verranno ricordati in futuro, esattamente come il defunto maestro Claudio Caligari; un regista, un vero amante del Cinema, che ha messo tutto sé stesso per portarci questo spaccato di vita sociale che cerca di farci sentire più vicini gli uni con gli altri, più grati di quello che abbiamo, e che abbiamo avuto.

 

The Neon Demon, di Nicolas Winding Refn (2016)

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Film che mi ha introdotto allo schizzato cinema di Refn, The neon demon risulta essere una delle pellicole che più mi ha formato negli ultimi anni, e che non possiamo non citare in questa lista in quanto manifesto dell’ipocrisia della società contemporanea, che sembra divenire sempre più tossica ogni giorno che passa grazie all’ormai quotidiano uso dei social. Siamo a Los Angeles, Jesse è una giovanissima ragazza che vuole fare la modella, e grazie alla sua spontanea e naturale bellezza riuscirà a divenire una star in pochissimo tempo. Star di una società popolata da esseri viscidi e quasi soprannaturali, come la Ruby di Jena Malone e l’Hank di Keanu Reeves, che Refn ritrae in modo plastico e artificioso con una delle fotografie più belle che si siano mai viste al cinema, accompagnata da una colonna sonora retro-wave da paura. Atmosfere che non possono non ricordare il Suspiria di Dario Argento, di cui il film di Refn sembra esserne quasi un remake vero e proprio, ancor più di quello di Guadagnino uscito all’inizio del 2019, che trasportano lo spettatore all’interno di un mondo soprannaturale ma incredibilmente vicino alla realtà.

La bellezza non è tutto, è l’unica cosa che conta’ è manifesto della nostra società dove grazie alla finzione, alla plasticosità, alla patinatura delle loro vite, influencer di ogni genere ottengono grande successo spacciando il loro prodotto per un qualcosa che non potranno mai gustare nella loro vita: la bellezza dell’arte, quella bellezza genuina che non ha bisogno di filtri e canzoni pop/trap per essere tale. Una finzione che porterà altra gente a invidiare un qualcosa che non esiste, e questa fame di successo, di soldi e di bellezza Refn la rappresenterà nel modo più folle ed esplicito possibile.

Siamo tutti delle streghe pedofili, necrofili e cannibali, solo che non ce ne rediamo conto. O forse sì?

 

Shin Godzilla, di Hideaki Anno e Shinji Higuchi (2016)

Dal Giappone con furore, potrà sembrare strano trovare questo film sconosciuto ai più, ma se così fosse è un eccellente motivo per dirvi: recuperate questo capolavoro del cinema. Dimenticate il Godzilla di Gareth Edwards e abbracciate la vera essenza del Re dei mostri con questo Shin Godzilla che distrugge la nostra società, rimanendo forse un po’ troppo vicino a quella nipponica (la cui burocratica politica viene aspramente critica con non poca cattiva ironia), portando in scena delle immagini che non possono sollevare mille discorsi incredibilmente attuali: dalla ormai celebre critica al nucleare, all’inconsapevole uso delle armi e della violenza fino ad un discorso fortemente ambientalista, che si fa sentire molto quando notiamo che la distruzione portata da Godzilla a Tokyo non può ricordare quella che lo tsunami del 2011.

Per questo Shin Godzilla non può che essere un manifesto del decennio sotto ogni singolo punto di vista, risultando essere uno dei remake più belli di sempre in quanto tutto il dramma, la morte e la potenza del Gojira di Ishiro Honda ritorna sullo schermo in tutto e per tutto ma all’interno di un ambiente moderno, e con delle rivisitazioni che rendono il nostro kaiju preferito ancora una volta una creatura da temere e da compatire; gli esseri umani sono messi in ginocchio dalla distruzione portata da Godzilla, ma quest’ultimo porta distruzione semplicemente perché troppo grande, troppo pesante per questo mondo. Un mondo che ha creato Godzilla con le scorie radioattive (non più le armi atomiche), portando il mostrone ad essere semplicemente rappresentazione in carne ed ossa delle conseguenze delle nostre vili azioni; un’impersonificazione totale di madre natura distrutta dal nucleare, un tumore su zampe che affligge la nostra Terra e di conseguenza noi suoi creatori.

Inutile dire che tecnicamente il film è sublime, con una CGI che miracolosamente cerca di riportare in auge la tradizione del Godzilla creato con un costumone di gomma senza però impiegarlo effettivamente. Un vero e proprio ritorno alle origini nonostante un’estetica molto vicina agli anime contemporanei che il co-regista Hideaki Anno conosce molto bene, riusando le straordinarie musiche di Akira Ifukube, autocitandosi con la Decisive battle da Neon Genesis Evangelion, ma portando aria fresca con dei pezzi mostruosi scritti dal mitico Shirō Sagisu. Quindi se siete dei cinefili incalliti dovete assolutamente vedere questo film, ma anche se volete passare due ore scialate senza pensare e chissà che cosa non perdetevi comunque questo capolavoro che è Shin Godzilla.

 

Star Wars: Gli ultimi Jedi, di Rian Johnson (2017)

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Sapete, proprio perché la maggior parte del pubblico, e di voi, abbia bocciato questo film lo porta ad esser considerato uno dei più importanti del decennio, e non tanto dei più belli (già solo Climax di Gaspar Noè basterebbe per superarlo). Gli ultimi Jedi è estremamente importante per l’odierna industria cinematografica proprio perché nonostante sia un film prodotto da una major come la Disney, anche se gran parte del controllo lo detiene ancora la Lucasfilms, parliamo di una pellicola che ha osato, che ha reinventato determinati stilemi di una saga che ha ormai 40 anni di vita donandole nuova linfa vitale. Una linfa che ha portato i nostri eroi più amati ad essere deboli, fallibili, e quindi umani e in grado di stabilire un legame fortissimo con lo spettatore, senza contare il fatto che in questo modo gli attori possono arrivare a dare delle perfomance stratosferiche, Mark Hamill su tutti, nei panni di un Luke Skywalker disilluso e depresso a causa di un errore terribile, da lui commesso, che non tradisce di certo il personaggio come tutti dicono.

Un film che mostra quanto sia necessario un perfetto equilibrio tra oscurità e luce, di come un mondo tutto chiaro non può esistere perché l’essere umano, o alieno che sia, sarà sempre fallibile, avrà sempre delle debolezze, e solo con la convivenza di questi difetti riuscirà nell’arrivare ad uno stadio evolutivo della propria esistenza che lo eleverà come essere, raggiungendo l’equilibrio perfetto. Un equilibrio che vive in un mondo grigio, e non bianco e nero, dove possiamo avere dei capitalisti amorali che prima vendono armi al Primo Ordine, e subito dopo alla Resistenza. “That’s life!”, come direbbe un certo Frank.

Inutile dire che tra tutte le varie critiche rivolte al film, trai vari “video essay”, non ne ho mai sentita una che parlasse effettivamente di cinema, di inquadrature, di fotografia, di montaggio, di tutti questi elementi che Rian Johnson mette insieme per stupire lo spettatore (ed è per questo che vi sentite tutti traditi dal film) e creare un linguaggio che rende questo film incredibilmente anti-militarista, sovversivo, e soprattutto umano. E un esempio di un cinema di massa del genere, di questi tempi, è una cosa non rara, di più.

 

Blade Runner 2049, di Denis Villeneuve (2017)

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Giustamente quando si venne a sapere di questo film si inneggio all’eresia e alla nascita dell’anticristo; andare a toccare un capolavoro assoluto della storia del cinema come Blade Runner è un qualcosa di impensabile. Ma Villeneuve sa quello che fa, e il risultato lo dimostra. Blade Runner 2049 è un capolavoro immenso, un pellicola che ovviamente commuove lo spettatore con il suo impianto tecnico semplicemente perfetto, con una delle fotografie più belle di sempre ed una colonna sonora che nulla ha da invidiare a quella del mitico Vangelis, ma che veicola dei discorsi sull’essere umano, su cosa voglia dire amare ed essere amati, avere un’identità e che mostra quella che potrebbe seriamente divenire la nostra società se non ci diamo una svegliata. Magari non avremo le macchine volanti, i blade runner e i replicanti, ma concettualmente non vivremo in un mondo molto diverso da quello in cui vive Rick Deckard.

Tutto raccontato non solo attraverso una regia potentissima, ma soprattutto attraverso i personaggi dell’Agente K e di Rick Deckard, interpretati da un Ryan Gosling ed un Harrison Ford in forma divina, probabilmente entrambi alle prese con le loro perfomance migliori. Soprattutto Ford che tira fuori un Deckard stanco e distrutto nell’animo, che mai mi sarei aspettato di vedere su schermo.

Inutile dire che Blade Runner 2049 entrerà nella storia quasi quanto il primo, e che andrebbe studiato in ogni sua singola inquadratura, dal magnifico pseudo-western inizio fino allo straordinario finale in cui vediamo cosa voglia dire essere veramente umani. Perché l’umanità sta nelle piccole cose, come anche un sorriso che un padre lancia alla propria figlia.

 

La casa di Jack, di Lars von Trier (2018)

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Tra gente che scappa dalle sale, e la censura in Italia, è giusto che La casa di Jack faccia questo effetto, perché il nostro caro von Trier con questa opera d’arte totale ha tirato fuori le palle come nessun regista oggigiorno sarebbe in grado di fare. La casa di Jack è un film tosto, sì, ma non tanto per violenza così decantata, ma perché pone delle domande, delle questioni quasi in sospeso, che colpiscono in faccia lo spettatore come un tir in corsa. Von Trier a questo giro ci vuole parlare di arte, di cinema, di cosa sia veramente un capolavoro e cosa un’icona, di cosa frulli nella testa di un artista e del fatto che spesso quest’ultimo usi la sua arte per esprimere i suoi desideri più perversi e malati, altrimenti irrealizzabili all’interno di una società civilizzata. Un’opera che vede protagonista un Matt Dillon serial killer che però non è che il riflesso di von Trier stesso, che arrogantemente arriva ad autocitarsi in modo alquanto esplicito, ma perfettamente funzionale alla storia e a ciò che vuole comunicare allo spettatore.

La regia ossessiva e maniaca, insieme ad un montaggio compulsivo, porta la pellicola ad essere un trauma a tutti gli effetti per lo spettatore, ma anche ad essere pervasa da un’inquietante ma attraente ironia che più volte ha portato la sala in cui ho visto il film ha ridere di gusto, per poi rimanere inorridita un’inquadratura dopo, grazie anche ad una colonna sonora che passa dal rock fino a grandi pezzi classici. A questo punto risulta chiaro che siamo di fronte ad un capolavoro assoluto, totale, che riesce a trasmettere una piena gamma di emozioni allo spettatore e che soprattutto osa nell’essere brutalmente onesto in un modo decisamente troppo politicamente corretto, e che ogni tanto deve sporcarsi l’anima per poter veramente capire come va il mondo, per capire l’arte, per capire il cinema.

 

Blackkklansman, di Spike Lee (2018)

Se da una parte abbiamo il patinato e retorico Green book, che ovviamente viene elogiato da una società ipocrita e buonista, dall’altra abbiamo un vero ritratto dell’America razzista degli anni ’70, e dei nostri tempi. Spike Lee con questo Blackkklansman firma un dipinto della società statunitense come pochi registi avrebbero le palle di fare, di mostrare quanto male e cattiveria pura nei confronti del diverso ci sia stata e ci sia tutt’ora. Perché anche se ormai il Klan è un’organizzazione molto piccola, è sempre lì che diffonde i suoi sporchi ideali, e questo viene negato da tutti gli Stati Uniti, e dal loro folle ed carotesco rappresentante. Un film che riesce nel trattare tematiche veramente toste attraverso una commedia poliziesca meravigliosa, resa tale da degli attori in forma smagliante, Adam Driver su tutti ma senza nulla togliere a John David Washington, resi tali soprattutto dalla mano di Spike Lee, che conferisce al film un carisma che rimane impresso nel cuore dello spettatore.

Un film che omaggia la cultura nera dell’epoca che ha definito un’intera comunità, dalla musica blues, rock e pop degli anni ’70, passando ovviamente per il cinema della blaxploitation essenziale per il cinema di Spike Lee, e non solo. Il tutto omaggiato con un montaggio degno di essere studiato nelle scuole di cinema, che raggiunge vette altissime quando col montaggio alternato vengono messe a confronto le realtà della comunità nera con quella del Klan. Blackkklansman è quindi un film che fa sorridere lo spettatore con una comicità raffinatissima, ma che non si dimentica della crudezza della tematica trattata e non manca nel tirarti qualche bel cazzotto in pancia, arrivando alla fine ad un’immagine finale rivoluzionaria di una bandiera americana capovolta. Nera.

 

L’isola dei cani, di Wes Anderson (2018)

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In un Giappone apparentemente distrutto da un’influenza canina, Wes Anderson ci racconta con questo L’isola dei cani la storia di un bambino che per ritrovare il suo cane affronterà un intero paese, capitanato da un dittatore totalitaria che non è nient’altro che suo zio, che porterà Anderson a costruire un capolavoro dell’animazione che non può non risultare come uno dei film politici più intelligenti degli ultimi anni. Wes Anderson si lancia contro le dittature totalitariste che pur di mantenere il proprio potere manipolano la realtà a loro favore. Un film che vuole distruggere qualsiasi tipo di istituzione, quasi anarchico, in quanto anche la stessa democrazia, indebolita da una burocrazia che pretende il voto in ogni singola situazione, che viene derisa da Anderson con la sua meravigliosa schiera di personaggi.

Personaggi interpretati magistralmente da un cast vocale stellare che va da Bryan Cranston a Scarlett Johansson, da Bill Murray a Tilda Swinton, e di mezzo ci mettiamo pure uno qualunque come Harvey Keitel. Un cast che ammalia le orecchie dello spettatore, mentre Anderson seduce i nostri occhi con la perfetta simmetria delle sue inquadrature, che con la straordinaria tecnica dello stop motion rende ancor di più questo stile particolarissimo del regista che crea dei veri e propri quadri. Peccato che molti credono che Anderson faccia solo questo: comporre cartoline, quando invece il suo cinema è ben più denso di messaggi ed intenzioni, e visto che viviamo in un periodo veramente assurdo politicamente parlando, direi che un film anarchico come L’isola dei cani sia un’opera da vedere assolutamente.

 

The Irishman, di Martin Scorsese (2019)

Se siete tra quelli che etichettano Scorsese come un vecchio rincoglionito solo perché ha criticato il vostro filmetto Marvel preferito, allora spero che guardando questo The Irishman abbiate capito quanto quest’uomo, alla veneranda età di 70 anni e passa, sia riuscito nel realizzare un film colossale in un periodo in cui è letteralmente impossibile farne uno. Perché questo The Irishman è il canto del cigno della Nuova Hollywood, del cinema scorsesiano come lo abbiamo sempre inteso ed amato, di quel cinema che vuole rischiare nell’usare nuove tecniche di narrazione, che non gli frega nulla di tenere lo spettatore incollato ad una sedia per tre ore e mezza. Martin Scorsese tornerà al cinema con un nuovo film con De Niro e Di Caprio protagonisti, ma concettualmente parlando The Irishman è il suo testamento cinematografico: un film di vecchi che parla di vecchi, e che nell’odissea di un irlandese, Frank Sheeran, che passando un’intera vita all’interno di un fratricida mondo di malavitosi si ritroverà alla fine solo, distrutto e con un vuoto che cercherà di colmare nei modi più disperati e disparati, quando però sarà troppo tardi.

The Irishman commuove, ma ricorda anche allo spettatore di che pasta è fatto Scorsese, che mette in gioco una regia non fenomenale, trascendentale, in grado di costruire un’intera scena con l’uso del piano sequenza, di una fotografia con una profondità di campo eccezionale, la cui potenza e il cui linguaggio nulla ha da invidiare al cinema di mostri come Alfred Hitchcock, che sempre è stato un modello di riferimento per il caro Scorsese, è qui decisamente più che mai.

Abbiamo il carisma, la cattiveria, la sfaccettata esplorazione del mondo criminale di Quei bravi ragazzi, ma anche la nostalgia di C’era una volta in America che, però, Scorsese vuole trasformare in malinconia. Perché nel terzo atto del film non si prova una sofferenza onirica e poetica come nel capolavoro di Sergio Leone, ma si percepisce una tristezza, una fredda solitudine, che annuncia la fine di un’era di cinema che da anni fa veramente tanta fatica per sopravvivere, esattamente come il nostro Frank Sheeran. Un’era che forse è già finita, ma la cui dipartita sarà decisamente pianta da pochi, perché ormai pochi sono quelli che amano il cinema che osa, ma che vuole ammaliare e far sognare.

 

maxderedita

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