James DeMonaco racconta dei retroscena di The Purge e parla dell’impatto culturale della saga

Il regista James DeMonaco ha lanciato The Purge al cinema nel 2013, un tentativo senza pretese di offrire ai fan dell’horror quello che aveva originariamente immaginato come un “film d’arte” a basso budget.

Quell’esperienza, che descriveva un futuro in cui l’America consentiva ai crimini violenti di essere legali ogni anno per un periodo di 12 ore, avrebbe continuato a lasciare non solo un impatto sul mondo del genere, ma anche a lasciare un segno sulla cultura in generale. Quasi un decennio dopo, quel film d’esordio ha ispirato quattro sequel, una serie TV ed è stato collegato all’intero concetto di disordini civili e illegalità.

L’ultimo capitolo, The Forever Purge, racconta di Adela e suo marito Juan ched vivono in Texas, dove Juan lavora come bracciante del ranch per la ricca famiglia Tucker. Juan impressiona il patriarca Tucker, Caleb, ma questo alimenta la rabbia gelosia del figlio di Caleb, Dylan. La mattina dopo Lo Sfogo, una banda di assassini mascherati attacca la famiglia Tucker, tra cui la moglie di Dylan e sua sorella, costringendo entrambe le famiglie a unirsi e combattere mentre il paese sprofonda nel caos e gli Stati Uniti iniziano a disintegrarsi alimentato proprio dallo Sfogo.

Grazie a ComicBook che ha incontrato DeMonaco, possiamo leggere alcune dichiarazioni circa l’impatto del franchise sul pubblico, del suo possibile futuro e del suo nuovo film This Is the Night.

Nell’intervista viene fatto notare che, John Carpenter, quando parla del tema di Halloween, dice sempre riguardo la colonna sonora di aver pasticciato quattro o cinque volte, prima di riuscire a tirare fuori qualcosa di buono, e in base a questo è stato domandato dell’iconico tema che inizia con la sirena d’allarme.

“Vi dirò com’è successo, ed è davvero strano. Quindi nel [primo] The Purge abbiamo usato il suono reale che avrebbero usato in caso di emergenza. Come lo chiami? Suono di trasmissione di emergenza. Non avevamo nemmeno una sirena. Abbiamo avuto [quel suono]. Quella cosa che arriva in TV. L’abbiamo suonato sugli altoparlanti, proprio nella forma di questo strano suono crepitante”, ha detto James DeMonaco. “E poi il nostro avvocato è arrivato dicendo: ‘Non puoi usare a quello. Non ti è permesso farlo nel film, legalmente’. Ricordo di aver imprecato una o due volte, perché a quel punto avevamo trovato il suono giusto. Quindi mi sono seduto con il mio tecnico del suono, penso che fosse in Anarchia, assieme a Julian Slater e Todd Miller, i miei editor, che sono fantastici in quello che fanno e, abbiamo appena iniziato a giocare coi suoni delle sirene. Siamo tipo, ‘Ok, non possiamo usare quello vero’, che pensavo fosse quello che volevo fare per rispecchiare ciò che sarebbe successo in una società reale. Quindi siamo rimasti lì, letteralmente, per un paio d’ore a pensare. Tre ragazzi che giocavano con i suoni. Alla fine l’illuminazione è arrivata giocando coi suoi.”

Una verità, di cui molti altri franchise non possono vantare, è che questa saga nel suo insieme ha coniato un termine, lo Sfogo (The Purge in inglese), e proprio quella frase è una scorciatoia per qualsiasi tipo di caos sociale, “fatto di persone”, come fa ben notare DeMonaco, e le persone non devono nemmeno aver visto questi film per saperlo. Tutti sanno cosa significa The Purge. Ma che tipo di impatto ha sul regista il sapere di aver creato qualcosa che potrebbe addirittura essere nel dizionario ora?

“È strano, lo è davvero. Sono ancora scioccato da… voglio dire con tutto il cuore, il primo film è stato… Io e Sébastien K. Lemercier, il mio partner di produzione, quando ho scritto e diretto un altro film chiamato Staten Island con Sébastian, abbiamo fatto il giro dei festival con Ethan Hawke e non è stato il massimo, ma siamo molto orgogliosi del film, anche se non è stato un successo. Quindi dicevamo: ‘Facciamo un altro film a basso budget’. Ho avuto questa idea e abbiamo pensato che sarebbe stato un film che avremmo girato per un milione di dollari. Abbiamo pensato che fosse un film d’arte, più d’autore. Devo dire che abbiamo pensato che fosse più simile a un Michael Haneke, un racconto molto oscuro e inquietante, come Funny Games.

Aveva un sentimento molto antiamericano e sentivamo che tutti quelli a cui l’avevamo mostrato, tutti i finanziatori, dicevano: ‘Questo è semplicemente troppo antiamericano, non lo farai mai’. Quindi Jason Blum è colui che ha visto il potenziale e ancora oggi, a Manhattan e a Staten Island, quando vedo bambini ad Halloween travestiti da personaggi dei film, continuo a pensare: ‘Questo è molto surreale. Non ha senso. per me. Questo sarebbe dovuto essere un film piccolo, insignificante’.”

Ad otto anni dall’inizio di questo franchise, quando scrivi un nuovo film, ovviamente inconsciamente, non puoi spegnere il cervello circa cosa sta succedendo nella società o cosa sta succedendo nella cultura in quel momento, e questo come sempre ha influenzato la scrittura dei film de La Notte del Giudizio (The Purge in inglese). Se non sarà il tema principale, comunque farà parte del DNA del film. Ma quando il nostro DeMonaco scrive, che si tratti di The Forever Purge o The First Purge o altro, deve evitare attivamente di essere troppo sul pezzo con gli specchi della società contemporanea?

“Assolutamente. Ascolta, questa sarebbe una bella conversazione da fare con Peter Kramer. Peter, è l’esecutivo, è il presidente della produzione di… dovrei dire che suo il titolo. Ma è uno dei presidenti, laggiù alla Universal. È un complice in tutta la faccenda. Amiamo lavorare insieme. Ma Peter, è il mio controllore. Controlla sempre gli argomenti politici che inserisco, pensa che io sia un anarchico. È tipo: ‘Sei sempre a mettere benzina sul fuoco, eh DeMonaco. Smettila di alimentare le fiamme della discordia nel paese’. Mi chiama perché a volte sono troppo sul pezzo circa i temi politici. È qui che penso che Jason, Sébastian e Peter, in particolare, dicano: ‘No, no, no. Non puoi dirlo. È troppo’.
Perché penso che abbiano ragione. All’inizio, abbaio sempre e dico: ‘No, dobbiamo essere politici e dobbiamo fare da specchio per la società come dovrebbe fare il buon horror di fantascienza’. E loro rispondono: ‘Ascolta, anche il pubblico non vuole che gli si faccia la predica. C’è una linea sottile. Sì, possiamo avere contenuti socio-politici. È inevitabile su The Purge. Ma se predichiamo troppo e iniziamo mettere in croce la gente, a meno che non sia metaforico il pubblico potrebbe arrabbiarsi con noi’.
Quindi tengono le mie pedine. Mi hanno controllato perché è difficile, come hai detto, stare semplicemente seduto a guardare. Specialmente con The Forever Purge, stavo scrivendo durante l’intera crisi di confine e il caos al confine. È difficile non essere troppo coinvolti, specialmente quando scrivi di questa coppia innamorata. È difficile, amico. È difficile. Quindi ho queste fantastici amici che mi tengono in riga e si assicurano che non diventi troppo predicatorio.”

Con The Forever Purge abbiamo il secondo capitolo non diretto da lui, anche se comunque c’è la sua mano alla scrittura. E a quanto pare il fatto di aver avuto Everardo Gout alla direzione, “un messicano, mentre io sono un italo-americano di New York”, come detto da DeMonaco stesso, ha portato la prospettiva della saga ad un altro livello. Scrivendo di questi immigrati messicani, e di questa coppia che viene in America, c’è importanza nel fatto che Gout sia stato alla direzione.

“La presunzione è che stranamente volevo fare una storia d’amore, che ha spaventato tutti”, ha detto DeMonaco. “In primo luogo, volevo una storia d’amore su questa coppia che sta cercando il sogno americano. Ma la domanda è: ‘ma è ancora vivo?. E seguiamo la loro situazione. Fino a quando non sono arrivato – e non erano molto eccitati – con l’idea di ‘la gente non smette di sfogarsi’ e tutto precipita nel caos, si sono emozionati.
Penso a quello che Everardo ha portato in tavola, ovvero quest’aria di autenticità che, non importa quante ricerche potessi fare, non sarei riuscito a riportare per bene. Avevamo un ottimo rapporto, lo abbiamo ancora, in cui lui diceva: ‘DeMonaco, non è così che parliamo. Non diremmo mai queste parole in questo modo. Non è così che parlano i messicani’. Io urlavo, lui mi rispondeva, e alla fine arrivavamo al punto, credo, dove eravamo entrambi felici. Penso che abbia portato questa autenticità dell’esperienza messicana, del fatto di aver vissuto in un Ranch.
Soprattutto ha modificato e corretto alcuni elementi della cultura e politica messicana, quello che i messicani pensano dell’America, anche quando vengono qui. Ha fatto sembrare che niente gli piacesse: ‘Oh, America, la Terra Promessa’. Non l’avevo scritto, ma si è assicurato che lo avessimo fra i temi. Quei pensieri sui messicani che vengono in America, perché vengono, come si sentono quando sono qui, e tutto questo veniva da Everardo.”

Nonostante l’eccitazione per la continuazione del franchise, DeMonaco ha timore che il film si trasformi in un “torture porn”, e che in qualche modo Lo Sfogo diventi qualcoda di eccitante invece di spaventoso, che qualcuno cominci a considerala una buona idea: “Ma cerchiamo sempre di assicurarci di avere chiaro il ruolo che la moralità gioca, con le brave persone nei film che non si Sfogano mai”, sottolinea il regista. “Non vorrei mai che venisse distorto in alcun modo“.

“Ecco la verità: probabilmente non avrò questa scelta un giorno. Ho scritto [The Purge 6]. L’ho appena finito, circa un paio di mesi fa. Penso di poter dire onestamente, anche se l’ho già detto prima, che sarà l’ultimo che scriverò. Ma se lo studio ne volesse un altro dopo il 6, comunque mi farebbe piacere farne parte.”

Infine il regista si è lanciato in un elogio del genere horror, citando anche la Marvel in un modo peculiare.

“[…] penso che i fan dell’horror siano persone che amano i film, e penso che chiunque ami i film e ami andare al cinema. Penso che la cosa fantastica dei fan dell’horror sia il motivo per cui amo esserlo, andare a vederli al cinema. Questo è il motivo per cui sono così fantastici. Mantengono in vita il cinema. È ancora l’unico genere, oltre alla Marvel, che tiene in vita i nostri cinema.”

Seratul

Seratul

Sono uno scrittore per passione, un cinefilo per destino, ed un intellettuale perché non ho niente da fare. Strano, appassionato di cinema, incline all'informarmi per diletto ed a fare figure cacine all'occorrenza. Capo redattore di Cinespression.it.
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