Luke Cage: Recensione (No Spoiler)

Avete presente quel momento in cui vi rendere conto che quello che state guardando non vi piace? Ecco, dimenticatevelo, perché con Luke Cage quel momento non arriva mai!

Attendevo questa prima stagione da tempi immemori, soprattutto dopo averlo visto in azione con Jessica. Ma ora parliamo nello specifico di questa serie.

Harlem

Harlem è ancora più protagonista di quanto non lo sia stata Hell’s Kitchen nei due precedenti serial Marvel-Netflix. Il quartiere nero per eccellenza di Manhattan è molto più che un semplice sfondo per la storia di Luke, è la materia prima su cui si basa lo stile dell’intera serie. Un’ambientazione resa fortemente viva da ragazzi di strada, il regno dei night club, dell’hip-hop e di criminali per cui il potere va di pari passo con l’onore e il rispetto. Si è sempre in bilico tra la malavita e la necessità di sopravvivere, con un potentissimo senso di appartenenza alle proprie origini. L’attenzione al dettaglio è fondamentale nella descrizione dei tipici luoghi di ritrovo, delle strade violente e del linguaggio del quartiere di Manhattan (in poche serie lo slang è stato così funzionale a storia e personaggi).

La rilevanza di Harlem nella serie è assecondata anche da regia e fotografia, che richiamano la blaxploitation, e soprattutto da una colonna sonora eccezionale, che non si limita a fare da accompagnamento, ma è spesso parte integrante dello spettacolo.

Un aspetto molto interessante riguarda la funzionalità del titolo di ciascun episodio, estrapolati e presi in prestito da canzoni del duo hip hop Gang Starr, così che, nel complesso, sembra di avere tra le mani un album ricco di tracce inedite e contenuti mozzafiato. Quello che sposa davvero bene con questo tipo di iniziativa, è l’idea di inserire musica è eseguita “live” all’interno della storia, dove si alternano performance musicali e canore a momenti anche critici della trama.

Ogni personaggio non rappresenta solo sé stesso, ma diviene quasi un’estensione del contesto nel quale la storia e il suo protagonista sono calati.

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Villains le ingiustizie sociali

Mike Colter dimostra di essere il solo e unico Power Man, capace di rubare la scena anche ai cattivi. Un’impresa solitamente ardua nei cinecomic ma questi cattivi, per quanto interessanti, non mi hanno coinvolta particolarmente; elemento sicuramente di spicco, rimane il contrasto tra malavitosi, assolutamente umani senza esserlo nell’animo, e l’eroe con i superpoteri, temuto, ma più umano di chiunque altro.

Sulla scena, assistiamo all’interpretazione di Mahershala Ali – il suo Cottonmouth ha la tragicità di un eroe shakesperiano –  di Alfre Woodard -, la consigliera Mariah Dillard che ha in sé la forza crescente di un rullo compressore – e, infine, Theo Rossi – un cattivo di contorno il suo Shades, ma che riserva qualche sorpresa. Alla fine, ahimé, il meno convincente risulta essere proprio Erik LaRay Harvey, il cui Diamondback dovrebbe essere il contraltare perfetto di Luke Cage. Il suo ingresso dà l’accelerata definitiva alla stagione e spinge Luke Cage al punto più basso, fino a culminare nello scontro finale che sconvolge le strade di Harlem ma, a mio parere, un po’ meno gli spettatori.

Ma, tanto per intenderci, avete presente David Tennant nei panni di Kilgrave? O Vincent D’Onofrio nei panni di Kingpin, in Daredevil? Ecco, dimenticateveli. In Luke Cage non c’è niente di neanche lontanamente simile. Il vero cattivo, invece, sembra essere la società, il giudizio della gente, il sistema che non funziona come dovrebbe, le ingiustizie sociali. Insomma, siamo di fronte a un cattivo più tangibile e pericoloso, perché ci colpisce direttamente, sfonda lo schermo e ci afferra per la maglia per farci aprire gli occhi. Del resto, non servono sempre superpoteri per scatenare il caos e per creare uno squarcio nella società.

Per quanto mi costi ammetterlo, non abbiamo una lunga fila di personaggi forti neanche tra i “buoni”: contiamo l’ottima Misty Knight, interpretata dall’affascinante Simone Missick, e la cazzutissima Claire Temple, interpretata sempre da Rosario Dawson. Penso che avrebbero potuto fare un lavoro migliore sotto questo punto di vista, anche se, per questa volta, il detto “pochi ma buoni” è riuscito a tenere in piedi il puzzle.

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Luke

La prima stagione di Daredevil aveva come gran finale l’apparizione del costume del diavolo di Hell’s Kitchen. Lui è unico, riconoscibile e si trasforma in un simbolo. Per Luke Cage, invece, vale un discorso diverso, in quanto sceglie di non indossare una maschera, proprio come Jessica.

Il fascino di Mike Colter, ha sicuramente aumentato il valore generale dei contenuti e, del resto, se non avessero azzeccato protagonista, sarebbe stato un bel guaio. Ad ogni modo, questa è stata sicuramente una di quelle occasioni ben sfruttate dallo showrunner, Cheo Hodari Coker, che utilizza il colore del personaggio per fornire un’ampia gamma di sfumature di nero. Luke Cage si trasforma in un mezzo per raccontare la storia di una comunità. Da una parte gli elementi classici del genere supereroico – origini, cattivi, città, costume, chi controlla i controllori – dall’altra i temi della cultura afroamericana – ghetto, paura, rivalsa, polizia, strada – toccando anche stereotipi come acconciature, basket e musica.

Il tema dell’identità, quel desiderio di interrogarsi giorno dopo giorno sul proprio ruolo del mondo, sembrano essere un discorso imprescindibile quando si parla di superpoteri. Il guardiano di Harlem non fa eccezione, ma il suo è un percorso nettamente diverso rispetto a quello intrapreso dagli altri personaggi che abbiamo già visto. Matt Murdock vive proiettato nella sua missione di giustiziere, quindi verso il futuro, ed è così che l’abbiamo conosciuto; Jessica Jones vive nel trauma subito e nelle paure mai superate, quindi nel passato.

Luke Cage, invece, è un eroe in divenire, nonostante il suo rifiuto nel definirsi tale. Il suo cammino, caratterizzato inizialmente da una repressione piena del suo super-io in favore di una vita low profile, si dirige lentamente verso la vera guerra con sé stesso, per vincere la sua più grande paura: quella di non essere all’altezza del ruolo e di non poter essere quel modello di riscatto che gli afroamericani vorrebbero che fosse.

Non diventa un supereroe nel momento in cui acquista i poteri, ma nel momento in cui decide come farne uso, e cioè diventando il difensore di Harlem.

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Giudizio

Positivo. Sicuramente avrebbero potuto inserire momenti ancora più esaltanti, aumentare certi ritmi e aggiungere quel non so che di sconvolgente ed eccitante. Alle volte, invece, è proprio l’andamento generale a rallentare il motore, forse perché, proprio come Luke, la serie non vuole mettersi fretta, come se si sentisse anch’essa un po’ indistruttibile e mettesse in condizione ciascuno di noi a sedersi comodo e ad ascoltare tutta la storia, così come ce la racconterebbe un Pop della situazione.

Nella somma di tutti gli elementi, si mantiene comunque sempre al di sopra della soglia della decenza, con picchi di alta qualità per gli elementi descritti in precedenza, quindi il risultato finale è in ogni caso abbastanza positivo.

Si può fare decisamente di meglio, insomma, come è stato dimostrato nel recente passato. E magari si farà anche. Intanto, rivedremo di sicuro Luke Cage l’anno prossimo, quando si unirà a Daredevil, Jessica Jones e Iron Fist per formare i Difensori, protagonisti dell’omonima miniserie in arrivo nel 2017. Ma non è esclusa, ovviamente, una seconda stagione della sua serie principale.

Once you try black you can go back

Il finale aperto ci lascia appagati, ma anche in attesa di conoscere Iron Fist (prima stagione dal 17 marzo 2017), rivedere Jessica Jones (seconda stagione in produzione l’anno prossimo), Daredevil (la terza stagione stata confermata), nonché goderci la reunion The Defenders e lo spin off The Punisher.

Un’ultima cosa… invitate qualcuno a bere un caffè (If you know what I mean) nell’attesa delle prossime serie.

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