Mini-recensione: Agent Carter 2×04 “Smoke and Mirrors”.

Agent Carter 2×04

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Ok, della serie appena visto, dove appena significa, questa volta, tre giorni fa perché ai tempi non aveva voglia di recensirlo per il troppo sonno, ecco che vi parlo in una mini recensione della 2×04 di Agent Carter, “Smoke and Mirrors”.

Devo ammettere, e non ne ho mai fatto troppo mistero, che la serie non mi ha mai ispirato più di tanto, e che la prima stagione, nonostante sia un buon prodotto, puntava fin troppo sullo spirito del prodotto della serie “il riscatto delle donne” penalizzando non solo molti personaggi sia maschili che femminili di contorno, ma anche travisando molto spesso dalla trama originale, distraendo lo spettatore per fare arrivare il messaggio che anche le donne possono spaccare i culi. Nessuno nel mondo Marvel l’ha mai messo in dubbio.

Comunque questa puntata lascia fin da subito degli spunti che subito mi sono risultati accattivanti, con una regia stranamente particolare, niente di raffazzonato, intendiamoci, ma comunque stranamente differente dalle 12 puntate precedenti. Finalmente ci viene fatto vedere anche il passato di Peggy Carter, ci viene contestualizzato il motivo per il quale lei è così forte, spesso distaccata, ma con un cuore desideroso di amore. Finalmente ci viene spiegato che il disperato bisogno di compensare la morte di un familiare, l’ha costretta a dimostrare a se stessa che quel dolore non l’avrebbe penalizzata, e che nemmeno il conformismo dello “sposati e sii sottomessa” (ogni riferimento è puramente casuale), avrebbe fermato lo sbocciare della meravigliosa rosa rossa piena di spine che Peggy è. Ma non è finita qua. Il vero punto di forza del tutto è che i flashback ci portano a contestualizzare si Peggy, ma anche a conoscere Whitney Frost, in una sorta di confronto di due storie per mettere ben in chiaro il divario fra la protagonista e l’antagonista. Una struttura che capovolge se stessa, iniziando bene da una parte e male da un altro, e invertendo i risultati verso la fine del flashback rendendo però i confini fra male e bene piuttosto sottili, tanto da non capire bene da quale parte ti senti veramente di stare.

La “de-divinazione dell’eroe e la de-demonizzazione del cattivo“, una cosa che ho sempre apprezzato. Il punto massimo di espressione registica di questa differenza, a parere mio, si raggiunge quando vediamo Whitney capire di poter utilizzare solo il suo bell’aspetto per sorgere, e la noncuranza di Peggy di sporcare anche un fascicolo importante per il lavoro di maionese pur di godersi la sua “libertà” di mangiarsi il panino. Sembrerà una cavolata ma è un messaggio potente.

Un espediente narrativo magari non particolarmente brillante ma che fa il suo lavoro è il collegare tutto al presente con la cattura di uno “picciotto” di Chadwick, dove vediamo la fredda disponibilità al sotterfugio di Peggy, e la calma rabbia interiore maturata negli anni di Agnes, vero nome di Whitney.

Volendo concludere ripeto quello che ho detto nella mini recensione del pilot della seconda stagione di questa serie. La seconda stagione di Agent Carter si è dimostrata immensamente superiore alla prima, come ho detto, troppo concentrata nell’affermare la donna, che nell’affermare Peggy in quanto incredibile agente.

Voto (8/10)