RECENSIONE – Alpha: Un’amicizia forte come la vita

Ambientato 20mila anni fa durante l’ultima Era glaciale, Alpha racconta un’avvincente storia di sopravvivenza, un viaggio di crescita e iniziazione che muove dall’improbabile alleanza tra un ragazzo e un lupo solitario.

Un giovane uomo delle caverne (Kodi Smit-McPhee), rimasto ferito durante una battuta di caccia e creduto morto dai compagni, si ritrova di colpo sperduto nella natura ostile e selvaggia. Gli insegnamenti di suo padre si rivelano preziosi quando il protagonista, attaccato da un branco di lupi famelici, riesce a difendersi e a ferire il più ostinato della cucciolata. L’animale, lasciato indietro dai lupi in ritirata, condivide lo stesso destino dell’uomo e comincia perciò a seguirlo nelle peregrinazioni in cerca della strada di casa. Sul cammino li attendono ostacoli di ogni sorta, strani fenomeni, sfide impossibili attraverso le quali impareranno a fare affidamento l’uno sull’altro, ma soprattutto su loro stessi. In assenza di un leader infatti non resta che diventarne uno.

Attendevo di poter vedere questo film da quando la prima volta ho visto il trailer, e devo dire che, sebbene dal punto di vista della storia non mi abbia deluso nemmeno un po’, ha molti difetti dal punto di vista tecnico. Partendo dai costumi, spesso dall’apparenza un po’ anacronistici, fino alla CGI che perde in molte parti del film, costruendo spesso un ambiente digitale che da al tutto un tono favolistico. 

Il film parte fin dall’inizio con una premessa generalista, ti racconta a grandi linee dov’è ambientato, ti catapulta in un mondo di cui non c’è molte informazioni e non te ne dà molte altre. Edita ciò che eravamo 20.000 anni fa, ma in maniera particolare, con giochi di macchina e brevi racconti generalisti di una società tribale. Ciò che salta all’occhio però sono, come detto all’inizio, i costumi, che paiono fin troppo perfetti per esistere in una realtà come quella, i capelli fin troppo puliti e in generale diversi altri aspetti visivi che sottolineano l’apparenza anacronistica di questo film. Una delle questioni su cui si può discutere maggiormente è proprio il termine “alpha”, che viene utilizzato sia come spiegazione di cosa sia un capo branco, sia per indicare una sorta di inizio, che coincide perfettamente con ciò che il film vuol raccontarti, la crescita di un giovane cacciatore, e l’amicizia che cambierà il corso evolutivo del genere umano per sempre.

Ciò che stona è però proprio l’utilizzo della parola greca, che ovviamente 20.000 anni fa non aveva senso. La pellicola non da spiegazioni circa questo utilizzo, e si potrebbe certo riflettere circa il fatto che Albert Hughes abbia usato il termine per rendere la cosa semplicemente comprensibile, ma inevitabilmente stona, anche se non eccessivamente. Piano, piano la cosa passa in secondo piano, e tendi ad accettarla. Si potrebbe riflettere sul fatto che anche alcuni uomini dell’antichissima tribù portano i nomi di lettere greche, come Rho, Xi, Sigma, Alpha, Tau, quindi l’intera faccenda può esser semplicemente inerente all’idea da favola che l’intera pellicola ha.

Ci sono alcune ingenuità nella sceneggiatura che li per li faranno storcere la bocca (come quella appena descritta), ma forse, da questo punto di vista dobbiamo analizzare le cose in maniera diversa. Il film, con l’eccelsa fotografia ed una regia da mestierante ma piuttosto interessante, imbastisce evidentemente fin da subito un ambiente irreale, come se il regista si fosse posto l’obbiettivo di raccontare la prima simbiosi fra uomo e lupo in una chiave favolistica, quasi fosse un menestrello di una agorà qualunque che racconta una storia che a tratti può apparire irreale, ma che mira ad raccontarti le gesta di un evento realmente accaduto.

Il co-regista di Codice Genesi e La Vera Storia di Jack lo Squartatore mostra la sua particolarità con un prodotto che magari non sarà tecnicamente perfetto per gli standard a cui il cinema di massa ci ha abituati, dove ci sono abusi spesso di CGI, probabilmente per problemi di budget nella ricerca di ambienti reali, e ingenuità, ma ha un gran cuore e si lascia guardare senza annoiare.