RECENSIONE – Blade Runner 2049

Blade Runner è uno dei miei film preferiti in assoluto, uno dei pochi che considero un film perfetto, senza un difetto. Un film da 10 se preferite. Pertanto quando venni a sapere dell’annuncio ufficiale di un sequel ho storto moltissimo il naso, perché soltanto l’idea di realizzare un seguito di un film tale con un finale così enigmatico e dubbioso era un vero e proprio suicidio. Poi però venni a sapere che alla regia ci sarebbe stato Denis Villeneuve, un dei talenti più importanti degli ultimi 10 anni, e man mano che i mesi passavano sempre più nomi importanti entravano a far parte della crew del film. Alla fine, dopo aver visto i vari trailer/poster/foto sono arrivati a provare un hype un’attesa fortissima verso questo Blade Runner 2049. Ora ho finalmente avuto l’occasione di vedere il film dire che sono rimasto soddisfatto sarebbe a dir poco riduttivo, ne sono rimasto decisamente più colpito e affascinato di quel che speravo.

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Denis Villeneuve è uno dei talenti più importanti degli ultimi anni e l’ha dimostrato con Prisoners Sicario per poi venir consacrato con Arrival, un film sci-fi a dir poco fenomenale e già dopo aver visto il film appena citato le mie speranze verso Blade Runner 2049 sono aumentate non poco, perché Villeneuve ha messo in gioco un tipo di fantascienza molto personale, molto autoriale che serve per far arrivare allo spettatore un messaggio molto più profondo. E non è questo che fa il Blade Runner del 1982 firmato da Ridley Scott? Villeneuve con questo Blade Runner 2049 tira ancora di nuovo in ballo tematiche come l’amore, la morte, il significato di essere umano, l’umanità destinata a un futuro opprimente, ma tutte queste tematiche tipiche del film di Scott vengono rivisitate sotto una luce diversa, più moderna e più simile allo stile del regista canadese e sinceramente sono molto contento che sia andata così. Scott per questo film ha avuto un ruolo non dico marginale ma quasi, ovvero quello di singolo produttore. Certo, avrà dato un notevole contributo alla sceneggiatura del film, dato che per lui Blade Runner è il progetto più personale in assoluto (non a caso l’ha rimaneggiato per anni e anni), però voglio anche ricordare che quando ha ripreso in mano il franchise di Alien non ha fatto degli ottimi lavori. Prometheus è un film che alla fine si lascia guardare, ma Alien: Covenant è il disastro più totale. Invece per Blade Runner 2049 si è deciso di affidare il tutto ad un regista moderno e di un certo talento, e infatti il risultato è semplicemente fantastico.

La regia di Villeneuve si rifà spesso a quella di Scott vista nel primo film ma, come detto prima, con una rivisitazione personale: abbiamo queste ampie vedute di Los Angeles che però ci tolgono il respiro e ci fanno sentire oppressi, la situazione sociale è anche peggiore di come l’abbiamo vista nel film originale, ma tutto ciò viene messo in scena in modo diverso da Villeneuve. Le scenografie sono straordinarie, il design degli ambienti è molto originale e di forte impatto visivo, alcune inquadrature sono dei veri e propri quadri e c’è una cosa che ho apprezzato tantissimo delle scenografie del film: la tecnologia. Nel primo Blade Runner vedevamo i personaggi utilizzare delle apparecchiature retro, dato che si tratta di un film dell’82, ma in questo sequel le tecnologie usate dai personaggi risultano sì più moderne (d’altronde il film è ambientato 30 anni dopo l’originale) ma non troppo, rendendo il film ancora più vicino e simile al suo predecessore. Ci tenevo a sottolineare ciò perché nei prequel di Alien, o anche quelli di Star Wars, avevano queste apparecchiature degne di Tony Stark, ed erano addirittura dei prequel. Quindi sembrava assurdo che anni prima del film originale, che presentava delle tecnologie preistoriche, i personaggi avessero ologrammi e tecnologie esagerate. Invece in Blade Runner 2049 c’è una perfetta via di mezzo, anzi, nemmeno, perché lo stile retro lo si sente e parecchio ma senza risultare ingombrante oppure usato solamente per il mero fan-service. Un tipo di retro necessario per un film come Blade Runner perché gli conferisce anche un’atmosfera degna di un film noir, e Blade Runner è soprattutto un film noir, dato che abbiamo tutti gli elementi tipici del genere. Dal protagonista poliziotto arrogante, cupo, dedito all’alcool, costretto a fare cose che non vorrebbe, alla femme fatale, che in questo film è stata rivisitata in modo molto particolare e che assume un ruolo a parer mio ancora più profondo di quello che aveva Rachel nel primo film.

Da cosa si può evincere soprattutto che Blade Runner 2049 è un noir? Dai tempi. Dire che il film è lento è giusto, ma dire che annoia no, ed è questa la caratteristica principale del genere noir, ovvero dei tempi molto dilatati ma che servono per far crescere maggiormente la tensione, cosa che abbiamo già visto in Prisoners dello stesso Villeneuve. La cosa magnifica di questo Blade Runner è che, nonostante duri 2 ore e 40 minuti e sia molto lento, mi è passato velocemente e alla fine del film mi sono disperato, non solo per il finale da pelle d’oca, ma perché ne volevo ancora. Volevo ancora restare seduto sulla seggiola della sala cinematografica (e chi osa vedere il film in streaming o stronzate varie lo dico qui apertamente siete delle teste di cazzo enormi) per rimanere immerso in quel mondo noir e cyberpunk.
Blade Runner è un film fantascientifico ma, nello specifico, è caratterizzato da atmosfere cyberpunk, ovvero con ambientazioni prevalentemente scure illuminate solamente da ologrammi accecanti e luci al neon coloratissime. Il primo Blade Runner è il film che ha dato vita al genere cyberpunk, ispirando di conseguenza film come Matrix o l’anime Ghost in the Shell, e Villeneuve è riuscito a rendere perfettamente questa atmosfera esattamente come fece Scott 35 anni fa. Ancora una volta ci ritroviamo nella buia Los Angeles, illuminata solamente dalle luci degli ologrammi pubblicitari di grandi marchi come Coca-Cola e Sony. Una Los Angeles buia nonostante la continua illuminazione, che caratterizza solamente la parte bassa della città, dove c’è il suo cuore, dove c’è il popolo ormai ridotto a uno stato di miseria terribile e Villeneuve ha mostrato un paio di aspetti di questo squallore che Scott non aveva inserito nel suo film. Mentre costantemente buie sono le zone alte, caratterizzate da immensi e neri grattacieli dove invece si trovano le persone importanti, come la Tenente Joshi interpretata da una straordinaria Robin Wright, una scelta di casting azzeccatissima, soprattutto ora che la Wright ha dimostrato di essere un’attrice con i controcosiddetti in House of Crads, dove riesce a tener testa a un attore come Kevin Spacey, e in questo film non è da meno.

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L’atmosfera cyberpunk/noir è stata resa perfettamente grazie soprattutto a due cose: la fotografia e la colonna sonora. Roger Deakins firma la sua terza collaborazione con Villeneuve, dopo Prisoners Sicario, e dà vita a una fotografia semplicemente perfetta. I colori perennemente scuri e freddi riescono a trovare un perfetto equilibrio con quelli caldi e più avvolgenti, cosa che non era accaduta nel primo film. Villeneuve ci mostra la Los Angeles tipica di Blade Runner, ma non solo. Ci vengono mostrati luoghi al di fuori della città, dove c’è maggior luce ma sempre coperta da perenni e cupi nuvole. L’unica location veramente luminosa è quella della già celebre scena pervasa dall’arancione e nonostante sia molto luminosa riesce a trasmettere la stessa sensazione di claustrofobia e oppressione che proviamo quando ci troviamo nelle vie di Los Angeles. Una scena visivamente pazzesca, complice soprattutto il fatto che Villeneuve ha usato la CGI quasi per niente e ha fatto costruire quasi tutte le scenografie, e il risultato infatti è qualcosa di mostruoso. La fotografia si sposa perfettamente con ogni scena del film e, cosa più importante, con le emozioni che provano i personaggi. Villeneuve di certo è un regista che sa dare un valore enorme agli attori/attrici che utilizza, ma grazie a Deakins riesce a farlo ancora meglio di come lo aveva fatto in Arrival o nei film precedenti. Tra l’altro, sono stati sempre tutti a parlare di DiCaprio quando il povero Deakins sono 13 nominations che non riesce a vincere niente. Che quest’anno sia la volta buona? Sarebbe una grande soddisfazione!

A rendere il tutto magnifico è la colonna sonora, che porta la firma di ben tre compositori a dir poco importanti post-2000, ovvero: Hans Zimmer, Jóhann Jóhannsson Benjamin Wallfisch. La storia dietro allo sviluppo della colonna sonora del film è abbastanza particolare e proprio per questo si sono create inutili discussioni tra appassionati, scatenate soprattutto da coloro che ritengono Zimmer sopravvalutato quando sappiamo tutti che la maestria di questo compositore è soltanto lì da vedere, o meglio, da ascoltare e assaporare. Jóhannsson ha sempre lavorato con Villeneuve, facendo un lavoro pazzesco, ed mi è sembrato subito strano quando venimmo a sapere che il compositore islandese aveva lasciato la produzione per divergenze creative col regista. Capite che se un compositore e un regista che lavorano quasi sempre insieme, come succede la maggior parte delle volte, si dividono per divergenze creative suona abbastanza anomalo. Questo perché, come ha dichiarato Villeneuve, Jóhannsson stava scrivendo qualcosa che si distaccava troppo dalla colonna sonora del film originale, capolavoro assoluto firmato al maestro greco Vangelis. A quel punto sono subentrati due compositori, e non due stronzi qualunque, bensì Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch. Zimmer non ha bisogno di presentazioni, ma chi è questo Wallfisch? Dovete sapere che Zimmer ha fondato un gruppo di compositori agli inizi del 2000 con i quali collabora quasi per ogni suo film (così ‘sta stupida storia dei ghost writers finisce qua, andate su Spotify e troverete tutte le risposte di cui avete bisogno) e uno dei suoi più assidui collaboratori è proprio questo Wallfisch. Il 2017 in particolare è il suo anno, perché ha scritto diverse tracce della colonna sonora di Dunkirk (il tema finale Variation 15 è scritta interamente da lui), ha composto la colonna sonora di IT, che sembra essere uno dei film più visti dell’anno, e possiamo dire che l’80% della colonna sonora di questo Blade Runner 2049 è scritta da lui. 80% perché di Jóhannsson hanno tenuto due temi, ovvero quelli che accompagnano il personaggio di Wallace, interpretato da Jared Leto, e che sono molto simili ad alcuni pezzi di Arrival (se non addirittura quasi uguali ma non per questo non valgono, anzi, quelle tracce hanno dato un tocco di soprannaturale alle scene che inquieta non poco). Zimmer penso che non abbia fatto molto dato che era impegnato col tour, pertanto gran parte del lavoro l’ha svolto Wallfisch e non posso far altro che congratularmi con questo giovane e purtroppo poco noto compositore, perché la colonna sonora di Blade Runner 2049 è un puro e semplice capolavoro, quasi al pari di quella firmata da Vangelis.

Vangelis nel primo film aveva fatto qualcosa di meraviglioso, unendo la musica jazz, tipica del noir, a quella elettronica realizzata col sintetizzatore, tipica del genere fantascientifico e soprattutto del cyberpunk. Il trio (chiamerò così per comodità la squadra formata da Zimmer, Wallfisch e Jóhannsson ) è riuscito perfettamente a riprendere lo stile di Vangelis per poi riadattarlo in chiave moderna, e il risultato è qualcosa di indescrivibile. La musica è uno dei motivi principali per cui dovete vedere il film in sala, altrimenti vi perderete un’esperienza più unica che rara. La colonna sonora è un tutt’uno con quello che accade sullo schermo, si amalgama perfettamente con gli effetti sonori, riuscendo a far crescere la suspense, a farti provare le stesse emozioni dei personaggi e a dare un valore decisamente più profondo alle straordinarie scenografie di cui abbiamo parlato prima. In questo caso la componente sci-fi della musica è più preponderante di quella jazz, che comunque in alcuni temi si percepisce non poco. Una delle cose che più mi ha stupito della colonna sonora è stato il sentire solamente pezzi inediti, mentre mi aspettavo una sorta di rifacimento del tema principale di Vangelis. Questo è sicuramente un valore aggiunto, ma va detto che c’è un rifacimento di una traccia inserito nel migliore dei modi, riuscendo a dare alla scena un’intensità mostruosa che cita quella che è la scena madre di Blade Runner. Insomma, questo trio ha fatto un ottimo lavoro, ma una menzione speciale va fatta proprio a Wallfisch che spero possa acquistare una certa fama in futuro proprio come il grande Zimmer.

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Ora però è il momento di parlare bene dell’enorme cast che ha questo film e dei personaggi protagonisti della storia, partendo subito con l’Agente K, interpretato da Ryan Gosling. Gosling è un grandissimo attore, e questo 2017 tra La La Land (che considero del 2017 essendo uscito in Italia a fine gennaio) e Blade Runner 2049 è sicuramente il suo anno. Lo abbiamo apprezzato in tantissimi film e c’è sempre una cosa che ci ha colpiti dell’attore: gli occhi. Molti affermano che Gosling sia inespressivo, e in parte è vero dato che usa molto spesso gli occhi per esprimere le emozioni provate dal personaggio, il che non è assolutamente un male, anzi, e credo che proprio per questa sua caratteristica sia stato perfetto nell’interpretare il suo personaggio. Ricordate qual è uno dei più importanti simboli di Blade Runner? Gli occhi, ovvero lo specchio dell’anima, tema centrale di Blade Runner, e non a caso sia questo che il precedente film si aprono don un inquadratura dettagliata di un occhio. In particolare Villeneuve è un regista che riesce a dare un enorme valore agli occhi dei suoi attori (non oso immaginare cosa tirerebbe fuori se dovesse fare un film con Emma Stone), basti vedere alcune scene con Amy Adams in Arrival, e se un regista con questo talento dirige un attore come Gosling quello che viene fuori è da rimanere senza parole. Oso dire che finora questa è una delle migliori perfomance dell’attore, ci sono delle scene in cui riesce a trasmettere trentamila cose insieme solamente con lo sguardo, dando un pathos al momento che ancora adesso a parlarne mi fa venire la pelle d’oca. E comunque non è che Gosling reciti SOLO con gli occhi, ci sono delle scene estremamente intense nelle quali ha dato veramente tutto sé stesso (e va menzionato il magnifico lavoro di doppiaggio svolto da Gianfranco Miranda, che come voce di Gosling è perfetta), ma il merito va anche a Hampton Fancher Michael Green che hanno scritto un personaggio a dir poco fenomenale.

Il fatto che la sceneggiatura sia di ferro non mi stupisce più di tanto. Fancher ha scritto la sceneggiatura proprio del primo Blade Runner insieme a David Webb Peoples, il quale è venuto a mancare diversi anni fa. Quindi come sostituto entra in gioco Michael Green, anch’egli uno sceneggiatore mica male. Ha scritto il soggetto di Alien: Covenant, il quale non era così male, il tutto si è sminchiato con lo sviluppo di esso, ma soprattutto ha sceneggiato Logan, uno dei cinecomic migliori in assoluto insieme alla trilogia de Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan. Insomma, due nomi che hanno non poca esperienza alle spalle e infatti la storia e il come è stata gestita sono quasi perfetti. Una trama che unisce il mistero del thriller alla lentezza di un film che approfondisce tematiche di un certo peso, andando appunto a creare quello che può essere definito come film noir. Ma di questo direi che ne abbiamo già parlato abbastanza e direi di concentrarci sempre sui personaggi, e quindi torniamo al personaggio di Gosling, ovvero Agente K. Sin da subito il personaggio colpisce tantissimo, si presenta come un poliziotto estremamente insoddisfatto, è costretto a fare un lavoro che non vorrebbe, ma che scelta ha? A K non piace il suo ruolo all’interno della società, e infatti decide di lavorare sul caso che fa da motore a tutto proprio perché gli dà un un obbiettivo da seguire, da raggiungere per poter sentirsi completo. Andando avanti però entrerà in una profondissima e deprimente crisi esistenziale, che lo porterà a scegliere di sua spontanea volontà uno scopo, ignorando totalmente le regole imposte dalla società e dal Tenente Joshi. E la scena in cui decide quale scopo seguire è stata resa magnificamente proprio dallo sguardo penetrante e potentissimo di Gosling. La cosa bella di K è che non è una sorta di copia di Rick Deckard, anzi, il personaggio ha un’evoluzione totalmente diversa, ma non solo. Hanno delle cose in comune, ma sono veramente poche. Grandissimo ruolo all’interno della caratterizzazione del personaggio ce l’ha quello di Joi, interpretata dalla bellissima e bravissima Ana de Armas.

Purtroppo di Joi non posso parlare liberamente, altrimenti dovrei fare spoiler (stessa cosa vale per K sul quale mi potrei dilungare molto di più del normale), e perciò mi limito col dire che è una rivisitazione estremamente originale e geniale della femme fatale. Joi e il rapporto che ha con K sono il fulcro della maggior parte dei discorsi che prendono vita. Che cos’è l’amore? Che cosa vuol dire essere umano? Vi fermo subito, se credete che Joi sia un replicante vi rispondo con nì, detto ciò non mi dilungo oltre. Joi per K è un ulteriore motivo per andare avanti, per vivere, ma alla fine tutto il loro rapporto, il loro amore, è una recita, una messa in scena, una farsa che però è una delle poche cose, se non l’unica, che tiene in vita K, che lo aiuta ad andare avanti e per tutto il tempo noi spettatori vogliamo credere a quello che vediamo perché ci teniamo al personaggio. E quando K realizza la realtà dei fatti ecco che qualcosa in lui si spezza e decide di mandare tutti a fanculo e di fare quello che per lui è giusto, ciò che per lui è veramente un gesto umano, cosa che sembra essere stata dimenticata da chiunque, replicanti o no. Perché l’umanità sta nelle piccole cose e questo è quello che viene fuori con il finale, a dir poco spettacolare.

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Il fatto che ci fosse Fancher è stata una vera e propria benedizione, perché credo che sia soltanto grazie a lui se il personaggio storico di Rick Deckard sia stato trattato nel migliore dei modi. Deckard ha un ruolo a dir poco importante all’interno della trama del film, però appare per poco tempo e questa cosa l’ho apprezzata non poco, altrimenti si rischiava di dargli troppo spazio e di cascare nel fan service becero e facile. Invece il protagonista ASSOLUTO del film è l’Agente K. Se vi state chiedendo se potete vedere questo film senza aver visto il primo vi dico subito di no. Non riuscirete a capire e ad apprezzare appieno il film senza aver visto il Blade Runner originale. Ma Blade Runne andrebbe visto a priori con o senza sequel. Come si fa a vivere senza aver visto un tale capolavoro? Detto ciò, il Deckard che ci troviamo in questo film è decisamente cambiato da come lo abbiamo visto alla fine del primo Blade Runner. Già il venir a conoscenza del fatto che potrebbe essere un replicante lo ha scosso non poco, ma in questo film ci sono trentamila cose che lo turbano di più, tra cui l’evoluzione che ha subito la sua storia con Rachel, anch’essa ricopre un ruolo importantissimo nel film ma non vi rivelerò come. Sì, lo so che cosa vi state chiedendo: ma alla fine del film, si scopre se Deckard è un replicante o no? Purtroppo, non ve lo posso dire o vi toglierei la curiosità, ma sappiate che questa cosa è stata gestita in modo I M P E C C A B I L E, e proprio per questo che si è notata molto l’influenza sia di Scott che di Fancher sulla sceneggiatura. E invece Harrison Ford? Ragazzi, io non vedevo un Harrison Ford così in forma da non so nemmeno io quanti anni. In Il Risveglio della Forza era stato bravo nel riprendere i panni di Han Solo, ma in questo film ci sono dei momenti in cui tira fuori un’intensità che non avevo MAI visto. C’è una scena in particolare nella quale Ford tira fuori questo viso cupo, stanco, distrutto, invecchiato, di un uomo che ha subito di tutto e di più dalla vita. Una vita che forse non ha ancora smesso di tormentarlo, o forse no?

Infine abbiamo Niander Wallace interpretato da Jared Leto, e su questo personaggio ci sarebbe molto da dire, nel bene e nel male. Dal personaggio mi aspettavo parecchia roba, e in parte l’ho ottenuta, il problema è che appare per pochissimo tempo. E’ un grosso problema? No. Avrei preferito vederlo di più? Assolutamente. Quindi mi trovo in una situazione di forte contrasto, perché il personaggio è magnifico. Wallace è il dirigente di una società produttrice di replicanti, completamente ubbidienti (?), che ha inglobato quel che rimaneva della Tyrell Corporation dopo il Blackout del 2022. Wallace è una sorta di figura divina, o meglio, lui crede di essere un qualcuno che è al di sopra dei normali esseri viventi. Egli si vede creatore di vita, essendo colui che effettivamente dà vita ai replicanti, e in modo arrogante si relaziona con essi come farebbe un Dio onnipotente con le sue creature. ‘Gli angeli non dovrebbero entrare nel paradiso senza un dono’, questa è la frase chiave del personaggio. Tutta la sua essenza è in quelle parole. Il fatto che sia cieco lo rende ancor più distaccato dalla realtà. I suoi spenti occhi girano perennemente per le stanze in cui si trova come se stesse guardando un disegno divino superiore, il suo vero scopo vitale. Leto, in tutto ciò, è stato bravissimo e si conferma come uno dei talenti più importanti degli ultimi vent’anni. Lasciate stare Joker, ok? Non starò qui a parlare di questo personaggio e di come Leto lo abbia portato sullo schermo, quello che voglio dire è di non giudicare quest’attore solamente per Suicide Squad. Vedetevi Dallas Buyers Club, oppure Requiem For a Dream, e poi mi potrete a dire se Leto è un bravo attore oppure no. Detto ciò, Leto è stato magnifico non solo per come ha recitato il personaggio, ma perché aveva anche il phisique du role per interpretarlo. Come ho detto prima, Wallace è un uomo che si crede un Dio, o meglio, un messia. E ditemi, Jared Leto assomiglia o no a Gesù? E’ uguale! C’è anche da dire che mi sarebbe piaciuto tantissimo vedere questo personaggio interpretato da David Bowie, come voleva fare in origine Villeneuve prima della sua dipartita, ma c’è da dire che Leto soddisfa non poco. Quello che appunto mi dispiace del personaggio è che sia apparso veramente poco, credevo che sarebbe stato quasi sempre al centro della vicenda insieme all’Agente K. Diciamo che hanno usato il personaggio più per il cortometraggio (che consiglio assolutamente insieme agli altri due) intitolato 2036: Nexus Dawn nel quale viene introdotto il personaggio di Wallace. Questo perché, com’è stato dichiarato in precedenza, hanno intenzione di realizzare un franchise intorno a Blade Runner, e la cosa non mi entusiasma moltissimo. Se a breve dovrò sentir parlare di un universo condiviso a mo’ di Marvel Studios anche per Blade Runner ne avrò veramente le palle piene. Perché un conto è azzardare di fare un sequel e tirar fuori un film della madonna che è quasi al pari dell’originale, un conto è dar vita ad un franchise che a lungo andare priva la storia di Blade Runner di quella sua autorialità che lo rende unico, e diverrebbe l’ennesima saga fatta solamente per fare soldi e basta.

Stesso identico discorso vale per il personaggio di Sapper Morton, interpretato da un sorprendente Dave Bautista. Il personaggio ci è stato introdotto ampiamente nel corto 2048: Nowhere To Run, e infatti nel film appare ancora meno di Wallace, ma non per questo il personaggio non te lo ricordi, anzi, nonostante le poche battute me ne ricordo alcune. Morton è un replicante Nexus 8, quindi uno degli ultimi della generazione che stanno “ritirando”, e pertanto si ritrova costretto a vivere in una condizione di vita abbastanza disagiata (anche se alla fine c’è decisamente di peggio) ma è estremamente più umano degli stessi esseri umani, più umano dell’umano come diceva Tyrell, perché è stato testimone di un vero e proprio miracolo, di un qualcosa che gli umani non potevano nemmeno immaginare e che non credevano possibile. La cosa più sorprendente del personaggio è l’interpretazione di Bautista. Bautista con i primi due Guardiani della Galassia ha dimostrato di essere bravissimo come attore, anche se sopra la righe, e con questo Blade Runner 2049 è stato ufficialmente consacrato. Non mi sarei mai aspettato di trovarmi sullo schermo un Bautista vecchio e con gli occhialetti, è riuscito a rendere benissimo l’idea del personaggio. Se permettete Bautista, nonostante abbia fatto meno film, vale trenta volte più di Dwayne “The Rock” Johnson come attore. Spero di rivederlo presto in altri film simili.

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Finalmente dopo 4000 e passa parole siamo giunti alla fine di questa infinita recensione. Ero partito con il criticare l’idea di un sequel di Blade Runner, e ora sono qui, ad affermare convintissimo che questo Blade Runner 2049 è il miglior film del 2017. Denis Villeneuve sforna la sua opera più complessa e completa, riprendendo perfettamente ciò che aveva fatto Scott 35 anni fa ma rimodellandolo secondo il suo stile, e per fortuna ha uno stile mozzafiato. Tutti i personaggi sono a dir poco profondi e memorabili, con degli attori semplicemente perfetti per la parte, in particolare Gosling e Ford. Alcuni personaggi li avrei voluti veder gestiti diversamente, ma alla fine dei conti, va benissimo così. Ora, cari lettori, vorrei dedicare una particina di questa recensione per il finale con spoiler. Quindi se non avete visto il film, beh, fiondatevi in sala a vederlo il prima possibile! Se invece non avete visto nemmeno il primo, beh, non so nemmeno perché abbiate voluto leggere quest’epopea di recensione.

CONSIDERAZIONI SPOILER FREE SUL FINALE

Ok, il finale è semplicemente perfetto. K dopo aver capito che non ha mai avuto un vero ruolo su questo mondo, vedendo l’ologramma pubblicitario di Joi, decide di salvare Deckard e di portarlo dalla figlia avuta con Rachel, la creatrice di ricordi Ana Stelline. Il film si chiude nel migliore dei modi, con Deckard che finalmente sorride commosso nel vedere per la prima volta la figlia e con K, ferito gravemente dallo scontro con Luv, e muore, o meglio, accoglie la morte con serenità e pace. K ha raggiunto il suo scopo, ovvero far ricongiungere Deckard con la figlia, raggiungendo così il suo vero lato umano, dato che è un replicante. Perché l’umanità sta nelle piccole cose come questa, e non nelle grandi rivoluzioni come credono i personaggi di Freysa e Mariette. La scena della morte di K è un vero e proprio gioiello: K si sdraia sulle scale ed ecco che parte una rivisitazione di Tears In Rain, il tema che accompagna il monologo finale di Roy Batty. E come Roy è morto sotto una pesante e incessante pioggia, essendo stato raggiunto dalla morte controvoglia, ecco che K si lascia prendere pacificamente dalla morte sotto una soffice nevicata. Un finale perfetto, che racchiude perfettamente le tematiche principali che stanno alla base della storia di Blade Runner: la morte, l’essere umano, l’anima e, soprattutto, la vita. Soltanto applausi per Villeneuve.

Detto ciò, se siete arrivati fin qua vuol dire che avete visto il film e pertanto vi invito a lasciare la vostra opinione in merito!


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