RECENSIONE – C’era una volta a… Hollywood

‘È troppo lungo’, ‘è lento’, ‘non c’è una trama’, ‘i personaggi non vanno da nessun’altra parte’, ‘è noioso’, ‘è storicamente inesatto’.

Questo, e ben altro, ho sentito dire sul web riguardo l’ultima fatica di quel genio che è Quentin Tarantino, ovvero C’era una volta a… Hollywood. Probabilmente il film più attesa dell’anno da tutta la comunità cinefila.

Le regole del buon recensore impongono di non rivelare la propria opinione in merito al film a inizio recensione, ma oggi sono qui non tanto per dirvi se il film dovete vederlo o meno (opere di un’artista come Tarantino vanno visti sempre a priori se si ama veramente il cinema) ma piuttosto il perché questo film è un capolavoro immenso della settima arte e perché sarebbe ignobile bistrattare una pellicola simile.

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Tarantino è uno dei registi più famosi del cinema moderno. Tutti sanno chi è e (quasi) tutti amano i suoi film, e questo rende Tarantino un regista main stream, alla moda, al quale la gente crede di potersi approcciare con facilità come se stesse andando a vedere l’ennesimo film con i supereroi. Che crede di poterlo capire appieno solamente guardando Pulp Fiction o Le Iene. Ma non è assolutamente così.

Tarantino è uno dei più grandi ed importanti artisti del 20°/21° secolo, che nel corso degli anni ha maturato sempre più raggiungendo delle vette artistiche altissime che solo pochissimi registi attuali hanno solo sfiorato. Film in cui tutto il suo amore per il cinema si mostra ed esplode nella più elegante e raffinata delle forme. E quando si parla di questo cinema è chiaro che il pubblico generalista rischi di non apprezzare tali opere proprio perché ci si è approcciato con pericolosa leggerezza.

Per questo C’era una volta a… Hollywood risulta essere sconclusionato e noioso per la maggior parte delle persone. Perché Tarantino ha scritto e diretto il suo film più complesso e maturo di tutta la sua carriera (che speriamo non si interrompa davvero con il prossimo film). Una pellicola che dev’essere vista almeno 70 volte per essere compresa appieno nella fotografia, nel montaggio, nella colonna sonora, nella storia e nei personaggi. Un film che risulta sconclusionato per un occhio non tanto inesperto, bensì superficiale.

C’era una volta a… Hollywood è la massima lettera d’amore, sotto forma di fiaba, da parte di Tarantino verso il cinema che è alla base di tutta la sua carriera. In pratica C’era una volta a… Hollywood risulta essere il manifesto ultimo del cinema tarantiniano, nel quale il film maker statunitense inserisce tutto il cinema che lo ha formato come persona e come artista.

Brad Pitt, Quentin Tarantino, and Elise Nygaard Olson in Once Upon a Time... in Hollywood (2019)
Quentin Tarantino, Brad Pitt e Elise Nygaard Olson sul set di ‘C’era una volta a… Hollywood’

Citazioni a non finire, sia verso gli spaghetti western di Leone e Corbucci, sia verso l’action all’italiana degli anni ‘60/’70, sia al cinema di arti marziali, e anche verso gli stessi film di Tarantino. Impossibile non notare i rimandi ad A prova di morte (basti pensare a Kurt Russell che torna ad interpretare uno stunt man), o il ritorno della celebre marca fittizia di sigarette Red Apple, per non parlare del feticismo per i piedi femminili di tarantiniana memoria, che il cineasta statunitense utilizza non solo per soddisfare un suo storico e curioso desiderio, ma soprattutto per mostrare questa Los Angeles del ’69 e i suoi abitanti nel modo più realistico possibile. Andando contro l’industria buonista e perbenista hollywoodiana che tende sempre a rendere il tutto bello fuori, ma falso dentro. E Quentin non vuole questo.

I piedi che vediamo sono belli, ma sporchi, e quindi veri, e così anche la nostra Hollywood. Ricca di colori, di feste, di star, di bei fusti e bellissime dive, Los Angeles è una città in cui tutti noi vorremmo vivere, ma ha i suoi demoni, i suoi piedi sporchi. Per Tarantino è impossibile mostrare tutta la bellezza di quel periodo, di quella società, senza raccontare anche il male che ha caratterizzato quel periodo. In primis l’eccidio di Cielo Drive ad opera della Manson Family, che Tarantino gestisce in modo geniale (attraverso un sapiente uso del personaggio di Sharon Tate, interpretato da una tanto raggiante quanto brava Margot Robbie, che interpreta meravigliosamente un personaggio innocente e naif) con un finale sovversivo, fiabesco (come fa intuire lo stesso titolo), che distrugge le aspettative del pubblico e gli dà quello di cui aveva più bisogno, anche se non lo sapeva ancora.

In secundis abbiamo il dolore, la depressione, che si può nascondere in un grande attore del grande e del piccolo schermo che tutti noi abbiamo sempre visto come un essere invincibile, come Rick Dalton.

Leonardo DiCaprio in Once Upon a Time... in Hollywood (2019)
Rick Dalton (Leonardo DiCaprio)

Tarantino mette insieme un cast che ha più stelle della fottutissima Via Lattea. Il duo Brad PittLeonardo DiCaprio è pura dinamite. Trai due vi è una chimica che non può non ricordare quella che c’era tra attori come Robert Redford e Paul Newman, ed entrambi danno una prova d’attore veramente incredibile. Pitt brilla leggermente di più, in quanto il personaggio è protagonista di alcune sequenze sensazionali (soprattutto nel finale), ma DiCaprio emoziona e coinvolge molto di più, riuscendo a mostrare le frustrazioni, le delusioni, le vittorie, le soddisfazioni, i punti di forza e i punti deboli di questo attore sull’orlo del baratro.

Come al solito, DiCaprio ci regala una perfomance a 360 gradi, che riesce a farci ridere di gusto in un momento, e un attimo dopo ci fa emozionare e riflettere, ma che soprattutto contribuisce, insieme alla sceneggiatura e alla regia dello zio Quentin, nel prendere lo spettatore e trasportarlo in un mondo dal quale non vorresti più uscire. Una perfomance che contiene alcuni dei momenti più alti di tutta la carriera attoriale dell’attore di origine italiana, che ancora una volta dimostra di essere uno dei più grandi di sempre.

Con il resto del cast Tarantino ci ha voluto giocare in modo molto particolare, dando a tutti un ruolo molto piccolo e facendoli apparire per sì e no 10 minuti a testa, se non di meno. E questo non vale solo per attori come Dakota Fanning, Margaret Qualley, Damian Lewis, Timothy Olyphant, Maya Hawke, Damon Herriman, Luke Perry, Scoot McNairy e la fidatissima Zoë Bell, ma anche per mostri sacri quali Al Pacino, Kurt Russell, Michael Madsen e Bruce Dern. Tutti loro hanno un ruolo veramente minimo, al limite del cameo, ma son tutti memorabili, e questo grazie ovviamente alla bravura di Quentin Tarantino nello scrivere dei dialoghi che sin da subito siano capaci di creare dei personaggi accattivanti che possano rimanere nella mente dello spettatore anche giorni dopo la visione della pellicola.

D’altronde non mi sembra che Mr. Wolf in Pulp Fiction abbia avuto chissà quanto screen time, eppure ecco che è uno dei personaggi più iconici della pellicola.

Brad Pitt, Leonardo DiCaprio, and Al Pacino in Once Upon a Time... in Hollywood (2019)
Cliff Booth (Brad Pitt), Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Marvin Schwarz (Al Pacino)

Insomma parliamo di personaggi, che di certo non sarebbero nulla senza anche l’immenso montaggio e alla regia del film, che con i giusti stacchi e movimenti di macchina riesce a caratterizzare al meglio questi personaggi in tempo record. Ma d’altronde che si può dire della tecnica dei film di Tarantino? Niente, parliamo di pura perfezione cinematografica.

Tarantino qui gioca come un bambino, e lo vediamo quando ricrea uno show televisivo western o action degli anni ’50, oppure quando arriva addirittura a manipolare sequenze di grandi cult del cinema come La grande fuga, il tutto condito con una fotografia, sempre a cura di quel mostro che è Robert Richardson, semplicemente straordinaria, e in un certo senso camaleontica, dato che si passa dal bianco e nero ai colori, da un aspect ratio all’altro. Un vero e proprio collage di Cinema con la ‘C’ maiuscola, e non si potrebbe chiedere di meglio dal vecchio Quentin.

Un’inquadratura più bella dell’altra, ma che assumono un valore decisamente più grande grazie ad una colonna sonora puramente rock & roll anni ‘60/’70. Andiamo dal pezzo icona del film Bring a Little Lovin’ dei Los Bravos, fino a Jenny Take a Ride di Mitch Ryder & The Detroit Wheels, passando decine e decine di altri grandiosi pezzi, tra cui molti presi anche da commercial di film, telefilm, e non solo, di quegli anni, che invogliano ogni minuto che passa lo spettatore a ballare il twist in mezzo alla sala, partendo dai sempre straordinari titoli di testa.

Tarantino ha quindi abbandonato le musiche di Ennio Morricone e Bernard Herrmann per tornare ad un rock che ha caratterizzato le sue prime opere degli anni ’90, tornando quindi ai “bei vecchi tempi”. Alla faccia di chi dice che Tarantino ha cambiato stile con questo film.

Margot Robbie in Once Upon a Time... in Hollywood (2019)
Sharon Tate (Margot Robbie)

Perché sì: Tarantino non ha assolutamente cambiato stile con questo film. Sicuramente c’è stata una grande crescita artistica, e non solo, in quasi 30 anni di carriera cinematografica. Sicuramente gli ultimi The Hateful Eight e C’era una volta a… Hollywood sono pellicole più mature e meno fruibili dalla massa rispetto ad un Django Unchained o un Pulp Fiction, ma vi sfido nel venire a dire che le ultime opere di questo immenso regista non siano Tarantino allo stato puro.

Capisco che possa essere difficile vedere un film di tre ore con un ritmo non proprio serrato, ma se amate il cinema, se amate Tarantino e tutto quello che lo caratterizza, allora vi dev’essere impossibile uscire dalla sala in cui avete appena visto questa fiaba cinefila, questa nona opera di un grande artista, senza una lacrima di gioia. Perché c’era una volta, e non ci sarà più, la Hollywood che ha formato registi come Tarantino, ma finché artisti come quest’ultimo continueranno a lavorare in piena libertà, allora il grande Cinema continuerà a vivere e a farci sognare.

Andrea D'Eredità

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