RECENSIONE – Death Note

E’ venuto il momento di dire la mia. Com’è giusto che sia prenderò in esame solo ed unicamente il film, senza far riferimento all’opera cartacea, visto e considerato che non si tratta di una riproduzione che punta alla fedeltà ultima, o ad un remake per l’occidente.

Death Note parte già da una base particolare in cui non si cerca l’adattamento estremamente fedele all’opera originale, ne si cerca di fare una sorta di remake, ma come successe per Lasciami Entrare e Uomini che Odiano le Donne, semplicemente si cerca di dare una nuova visione del film da parte della Hollywood moderna. Il film Netflix ispirato all’opera di Tsugumi Oba e Takeshia Obata di che cosa parla principalmente.

L’idea di Adam Wingard segue le vicende di uno studente liceale che trova un libro dotato di poteri sovrannaturali, caduto dal cielo in circostanze ambigue. Le differenze con l’anime cominciano già dai primi attimi in cui Light viene mostrato si, come un ragazzo geniale, senza inutili e prolisse spiegazioni, ma mostrandoci anche una persona che fa del suo dono un modo per fare affari. Una persona che a differenza del manga, dove lo si potrebbe tranquillamente etichettare come un apatico affetto da sociopatia, qua lo si inquadra come un ragazzo emarginato, solo, introverso, il perfetto bersaglio dei bulli della scuola. Infatti è nell’incontro con un bullo che vediamo uno dei punti cardine della storia, la mancanza di giustizia. Il punto focale solamente fatto notare che veicolerà la prima parte del film.

Il libro da cui il film prende il nome è il Death Note, letteralmente quaderno della morte, un potente manufatto appartenente allo shinigami Ryuk, interpretato da un magistrale Willem Dafoe realizzato a metà fra effetto visivo e motion-capture, un dio della morte della cultura giapponese. Una volta che il proprietario vi scrive sopra il nome di qualcuno, imprimendo bene nella mente il suo volto, e scrivendo anche la causa della morte, allora quella persona troverà la propria fine. Qui abbiamo forse i primi punti dolenti. Da quando il nostro protagonista interpretato da Nat Wolff – che non ha dato una grandissima prova attoriale – raccoglie il Death Note, a quando comincia a rendersi conto del suo potere, passa semplicemente troppo poco tempo perché ci si possa immedesimare.  Il potere di questo racconto deriva dal fatto che Light non è come tutti, viene si presentato come un emarginato, un reietto della scuola, e quando assume i poteri del Death Note si vede un progressivo deviare della sua mente, una decisa discesa all’inferno che ci dovrebbe far percepire il protagonista come al contempo un cattivo, ma anche una persona con il quale ci si può rivedere. L’idea della morte della madre per esempio è un espediente abusato ma efficace. L’unica cosa quindi che rende problematico il tutto è il minutaggio, e c’è purtroppo da dire che tutta la pellicola soffre di questa pecca.

Il giovane Light si dimostra, come ho detto, da prima restio ad uccidere persone, ma viene poi travolto dalla realtà di poter diventare un giustiziere silenzioso che opera la dove la giustizia non riesce ad arrivare. Si potrebbe pensare che il peso della cosa sia troppo da sopportare, ma il nostro protagonista usa l’espediente come modo per attrarre la giovane Misa (che assomiglia in modo strano ad Emma Roberts) e con lei si lancia nel delirio portato dai suoi nuovi poteri divini. In un deviato senso di eccitazione e brama di potere, in cui bisogna fare gli omaggi ad Adam Wingard e la sua gestione di regia, il ragazzo inizia ad uccidere quelli che non ritiene degni di vivere. Velocemente il potere corromperà il suo animo, condito da sesso, baci e scene splatter, portandolo velocemente a comprendere che la giustizia non funziona se non ha un nome o un volto, quindi assieme a Misa sceglie il nome di Kira.

Il film si dimostra più volte come una liberà interpretazione ad opera di Adam Wingard, che riscrive i termini della celebre storia a fumetti giapponese e ne riadatta alcuni contenuti, creando si un opera che tenta di omaggiare il manga, ma che non vive della luce riflessa e non vuole emularlo in alcun modo. Light prima di tutti è molto diverso, così come Misa. E’ più umano, meno estremizzato come i racconti giapponesi tendono a fare con i loro protagonisti, e forse malamente racchiuso in una bizzarra atmosfera teen che fortunatamente se ne va via velocemente. Il film traballa fra sequenze discutibili e licenze artistiche che potrebbero far storcere il naso ai più, assieme un generale senso di novità, come a comprendere di star guardando un prodotto quasi completamente nuovo anche per gli appassionati del manga. Il film barcolla ma non molla, riesce ad imporsi senza chinare la testa con una regia davvero interessante ed un montaggio che non tradisce il proprio essere. Dal punto di vista cinematografico Adam Wingard ci dimostra di avere una mano sapiente dietro la macchina da presa, e di saper far salire la tensione sopratutto nel secondo atto, visto che il primo è un po’ troppo asservito all’atmosfera teen. Le musiche risultano un po’ fuori contesto se si cerca l’attendibilità rispetto al manga. Spesso  alcune sequenze non fanno che accentuare e concentrarsi su aspetti che si potevano lasciare da parte, ma si riprende nei momenti di suspance con scene che sono un piacere da vedere per quanto riguarda il lato tecnico.


Un progetto realizzato con maestria

che però si sforza per stare in piedi


Ecco il punto di questo film è che per una pecca ha un punto a favore, ed uno di quest’ultimo è il fatto che tutto è stato dato in mano a Wingard. L’insieme di atmosfere teen rende il film meno serio di come dovrebbe essere, ma si salva trasmettendo il tutto con un sapiente montaggio in determinate scene che grazie ai movimenti di macchina ed alle soggettive trasmette il deviato impulso sessuale che deriva dall’uccidere e sentirsi un dio.

La successione di eventi si rivela spesso un po’ troppo frettolosa, asservita ad un minutaggio davvero scarso che non aiuta a raccontare le vicende in modo che ci si possa immedesimare, ma per quanto forse mezz’ora in più non sarebbe guastata la sceneggiatura non risparmia delle sorprese. L’insieme di alcune sequenze con colori al neon accompagnati da una musica elettronica ricordano quasi le atmosfere presenti negli esordi cinematografici del regista, ma pecca nel bieco romanticismo che spezza la veloce escalation che avviene dopo che L indaga e velocemente fa scoperte. Forse una delle pecche più grandi è proprio il personaggio di L, a cui è stata data una caratterizzazione fin troppo ispirata all’opera originale, che nel contesto metropolitano in cui questo adattamento è catapultato poco si accosta. Il film centra comunque bene l’idea alla base del manga, ovvero la facilità con il quale un normale ragazzo si fa dio, o meglio boia, con una semplice penna ed un quaderno. Un parallelismo che si adatta bene a quest’era (anche se il manga è del 2003), di odio a portata di mouse, a cui segue naturalmente il piacere perverso nel farlo.

Seratul

Seratul

Sono uno scrittore per passione, un cinefilo per destino, ed un intellettuale perché non ho niente da fare. Strano, appassionato di cinema, incline all'informarmi per diletto ed a fare figure cacine all'occorrenza. Capo redattore di Cinespression.it.
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