RECENSIONE – Doctor Strange

C’è un mondo oltre il nostro, un mondo di gradi poteri e grandi minacce, cose che gli eroi di tutti i giorni come poliziotti e vigili del fuoco non possono affrontare, e mentre altri film ci danno il loro spaccato con demoni, angeli e chi per loro, la Marvel arriva con uno dei progetti che ritengo più rischiosi della ormai decennale produzione delle pellicole del Marvel Cinematic Universe.

Nel mondo Marvel sappiamo esserci minacce ben più grandi dei vari Loki, Thanos e Chitauri, e mentre gli Avengers ci mostrano come le minacce fisiche, sia provocate che create da loro, come ben dice Visione in Age of Ultron, chi chiameranno per affrontare i mostri che si celano dietro le porte del multiverso? Chi fermerà l’ascesa di grandi poteri che come sempre prendono come bersaglio la Terra? beh, la magia, anzi, la stregoneria è la risposta. Quindi ecco a voi la riprova che fra tanti film riempitivi, la Marvel ha compreso che adesso è ora di un cambio generazionale, e non solo nel comparto attoriale, ma anche nella gestione tecnica delle pellicole. Dopo Ant-Man e Guardiani della Galassia la produzione ha compreso che lo stile del blockbuster autoriale, se non inventato da loro al massimo riportato in auge, funziona e dona a gli addetti ai lavori più libertà, seppur operando in un universo condiviso nel quale troppe modifiche porterebbero alle destrutturazione dello stesso.

Quindi eccoci qua a parlare del quattordicesimo film del Marvel Cinematic Universe, Doctor Strange.

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Un film che onestamente stavo attendendo molto fin da quando conobbi il personaggio con il film animato firmato Marvel Lo Stregone Supremo. Una pellicola che mi ha creato un grande aspettativa dentro, e che se si fosse rivelato un fallimento sarebbe stato un bruciante colpo per me. Per fortuna così non è stato.

La storia racconta di Stephen Strange, pardon, Dottor Stephen Strange (per fortuna non hanno mantenuto il titolo nel doppiaggio italiano come successe per Captain America), un neurochirurgo di successo, arrogante e pieno di se che fa della sua carriera la sua ragione di vita. Un parallelismo con Tony Stark si potrebbe effettivamente fare, anche se niente ancora porta il suo nome perchè suonerebbe strano (strange), ma anche per lo stile che il personaggio ha introdotto nel nuovo MCU, lo stile ripreso alla fin fine da come cominciò nel 2008, con il personaggio perfetto per il ruolo perfetto, sia per la capacità recitativa, che per la maturità emotiva che per l’inquietante somiglianza.

Nel più classico stile adibito alla genesi di un supereroe il nostro protagonista viene meno alla sua ragione di essere, il suo lavoro, per via di un incidente portato quasi dalla sua smania di essere al di sopra degli altri. L’ego incontrollabile del Dottor lo porta a superare il “plebeo” in una strada montana, una mossa azzardata ma è una cosa che Strange si sente di poter fare perché superiore. Inevitabilmente la sua spocchia lo porterà a distruggere e stesso, e successivamente a spendere milioni di dollari per cercare una cura per andare contro il suo destino avverso, la perdita dell’uso completo delle sue mani, i suoi strumenti, la sua carriera.

Strange vola le spalle a tutte e la regia di Scott Derrickson gemellata alle fantastiche colonne sonore di Michael Giacchino ci trasportano in uno specchio di disperazioni, che non smorzano mai però l’arroganza del nostro protagonista, permettendoci di immedesimarsi con la sua condizione, con tanto di alcune scene che ammetto non aver capito se siano una firma registica di Derrickson o un modo per mostrarci la concezione del tempo che passa inesorabilmente, senza che lo si possa controllare.

doctor-strange-movie-imageEd è il tempo a farla da padrone in questo film, l’invisibile villain che nessuno può controllare, ma a cui nessuno di può sottrarre senza sovvertire l’ordine naturale. Lo spettro di questa dimensione porterà alcuni a fare scelte d’immortalità, altri a tradire il proprio credo per impedire ai grandi poteri di sconvolgere la natura, e ad altri ancora a comprendere che in verità si può operare oltre la concezione della realtà per fare del bene, sostituendo i dogmi e i giuramenti con la volontà di prodigarsi per gli altri trasformando quello che prima si era in qualcosa di strano, ma benevolo.

Nonostante il film sia una bellissima storia d’origini, che prende chiaramente ispirazione, almeno all’inizio, da Batman Begins seppur mantenendo uno stile unico, il vero punto a favore della pellicola è proprio il regista. Scott Derrickson si è dimostrato ancora di più un maestro dei movimenti di macchina. Niente è lasciato al caso, tutto si armonizza con le scene, con i pathos di battute e movimenti, con la musica che rallenta o incalza, con l’azione al cardio palma e con le scene di tensione. Ogni punto è meticolosamente organizzato per funzionare, asservito alla narrazione. Per farvi alcuni esempi, quando Strange comprende come usare l’Occhio di Agamotto, (che non è proprio quello dei fumetti ma vabbhe…) il movimento di macchina segue lo scorrere del tempo veicolato dalla reliquia magica. Nelle scene di destrutturazione della realtà che avvengono nella dimensione specchio vediamo una sequela di movimenti molto particolari, fra ribaltamenti di campo, le dimensioni che si ribaltano, che si espandono e restringono, sezioni di pareti e mura che si capovolgono su se stesse in uno spettacolare effetto caleidoscopico che può sembrare casuale ma che prestando attenzione notiamo la maniacale precisione in ogni movimento.

La camera segue i movimenti dei personaggi fra il sovvertimento letterale della realtà, fra cunicoli di spazio e travi di metallo che compaio e scompaiono, fra lo spazio che si spezza come fosse uno specchio ed i frammenti che ruotano su se stessi come in un esplosione controllata mandata in rewind, ed in ultimo come non citare il momento del viaggio astrale che l’Antico fa fare a Strange. La mente del nostro supereroe che si espande e la camera che segue i movimenti permettendoci si immergerci fino a sentire una certa nausea, ma senza perdersi e lasciandoci anche ammirare la strutturazione del multiverso. Il ultimo nella parte finale della sequenza astrale ho visto quello che mi è parso un evidente rimando al viaggio iperspaziale di 2001 – Odissea nello Spazio, con i colori arcobaleno che corrono di fianco al nostro protagonista in un infinito tunnel. E’ difficile descrivere questo tipo di scene, e la bravura del regista si è concentrata proprio in questo. Un esperienza difficile da credere e magistralmente gestita, che come Strange dobbiamo viverla per rendercene conto.

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Un esperienza difficile da credere e magistralmente gestita, che come Strange dobbiamo viverla per rendercene conto.

Quando sentimmo che Benedict Cumberbatch avrebbe interpretato Doctor Strange subito capimmo che dell’interpretazione non avremmo dovuto aver dubbi, ed in fatti le nostre aspettative non sono state tradite. Per quanto riguarda il resto del cast comunque non riesco a lamentarmi, e per la prima volta nemmeno del villain.

Con questo film possiamo finalmente capire a pieno che le accuse di whitewashing poste alla pellicola sono state disilluse dalla sapiente mente di Derrickson e il suo team creato apposta da Kevin Feige. Per prima il bersaglio principale delle accuse, Tilda Swinton. L’espediente usato è molto simile a quello di Batman Begins con Strange che si approccia prima di tutto ad un signore anziano dalle sembianze asiatiche, per poi scoprire che l’Antico non è ciò che sembra, in perfetta sintonia con lo stile del film. Memorabili le sue scene di combattimento che uniscono uno stile classico del cinema asiatico da b-movie, con un innato pathos dell’attrice, ma anche i momenti ricci di sentimento come una delle scene più belle in cui l’emozione prende il posto al classico spirito da action movie, per farci fermare “ad ammirare la neve”. Stessa cosa per quanto riguarda Chiwetel Ejifor nei ruolo del Barone Mordo, che in quel film interpreta una sorta di amico/maestro di Stephen Strange, con il suo incorruttibili giudizio verso cosa la magia sia ed il rispetto verso le leggi della natura. In ultimo, ma non per ultimo, Mads Mikkelsen nel ruolo di villain Keacilius, che prima di tutto, e perdonatemi il francesismo, si mangia a colazione il deludente Zemo di Captain America: Civil War, e seppur contaminato dal vizio dei Marvel Studios di caratterizzare poco il ruolo del cattivo, risulta comunque perfettamente in parte donando al personaggio anche uno stile particolare. Insomma, il villain soffre di approfondimento, ma non di resa scenica, e nelle mani di Mikkelsen risulta anche minaccioso e in pace con se stesso allo stesso tempo.

Quindi per concludere Scott Derrickson con il suo primo approccio ad un blockbuster, visto che i primi due Sinister e L’esorcismo di Emily Rose non credo si possano chiamare così, dimostra di far parte di quella schiera di registi molto particolari a cui i Marvel Studios donano la completa libertà di manovra, sia registicamente che per quanto riguarda la sceneggiatura, ricordandogli però di far parte di un universo più vasto e cui inesorabilmente devono rendere conto.

Derrickson ha donato rispetto ad un personaggio troppo spesso bistrattato dalle testate fumettistiche, ponendo il proprio stile in un caleidoscopico mix di atmosfere psichedeliche e genuina azione al cardiopalma, senza disdegnare neppur un po di comicità classica dei film Marvel Studios, che spezza le scene alleggerendo il tono senza però sacrificare il pathos, tutto ben scandito da un magistrale uso della regia.