Recensione: Dunkirk

Dunkirk è un film del 2017 scritto e diretto da Cristopher Nolan che è anche co-produttore della pellicola insieme a Emma Thomas.

Il film, ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale racconta su tre piani differenti di spazio (terra, mare e cielo) e di tempo (rispettivamente una settimana, un giorno e un’ora) non lineari l’evacuazione dei soldati alleati dalla postazione di Dunkirk (o Dunkuerque che dir si voglia).

Il film, pensato da Nolan per ben 25 anni, è uno dei pochissimi in cui il noto regista lavora senza il fratello alla sceneggiatura, costruendo una storia visivamente spettacolare e dalla sceneggiatura particolarmente concisa, lasciando che la storia venisse raccontata attraverso le immagini e mostrando i personaggi sullo schermo anche per molto tempo in silenzio, sottoposti ad una forte tensione trasmessa allo spettatore anche grazie all’incessante colonna sonora di Hans Zimmer.

Il film è sicuramente una delle pellicole più importanti del regista, già autore di grande fama per la trilogia del Cavaliere Oscuro o per film come Interstellar o The Prestige, sicuramente è uno dei più discussi, avendo subito diviso la critica tra chi ha adorato il film e lo definisce un capolavoro degno di Kubrick o Spielberg e chi invece lo ha denigrato considerandolo troppo confusionario e mal riuscito.

Non sta a me giudicare se il film è un capolavoro o meno, il mio compito è esporre al lettore un’opinione il più oggettiva possibile su questo film che, a parer mio, merita assolutamente di essere visto.

Dunque, cominciamo.

Come già detto il film si sviluppa su tre diversi piani di spazio e tempo, portando dunque lo spettatore a vivere la piena esperienza di questo evento storico da ogni angolo possibile, permettendo di seguire l’aviazione, l’ultimo baluardo di una sorta di cavalleria dove è ancora possibile scorgere quei valori che vengono subito in mente pensando agli antichi cavalieri, attraverso le vicende del pilota senza nome interpretato da Tom Hardy, via mare vediamo i primi, fallimentari, tentativi della marina di portare in salvo i soldati e i civili chiamati dal loro governo ad intervenire con ogni imbarcazione possibile per salvare il loro stesso esercito, e infine i soldati a terra, costretti a vivere l’inferno sotto la costante minaccia di fuoco amico e nemico, un nemico lontano dalla vista ma onnipresente, disposti a tutto pur di scampare alla guerra.
I personaggi ci vengono da subito presentati come senza nome e anche quando un nome lo hanno questo non ha davvero importanza, loro rappresentano le vittime della guerra, di ogni guerra, una guerra cruda e fredda, dove la fortuna e il caso ti permettono di sopravvivere fino all’attacco successivo, dove anche i momenti di quiete sono ricolmi di tensione e paura, una tensione perfettamente resa, come detto prima, da Zimmer che sviluppa una colonna sonora estenuante, che porta lo spettatore a sentirsi sfiancato dalle immagini che vede, come se tutto quello che sta accadendo ai protagonisti accadesse davvero a lui e i brevi momenti in cui anche la colonna sonora si ferma sono solo attimi di quiete prima della tempesta, un silenzio forse ancora più assordante di qualsiasi bomba.

Tecnicamente Nolan dimostra ancora una volta la sua grande competenza scegliendo di passare da grandi inquadrature di paesaggi sconfinati che ricordano i western di John Ford e primi piani strettissimi sui volti provati dei protagonisti, trasmettendo una sensazione di ansia e claustrofobia decisamente voluta, la computer grafica, quando presente, è armoniosamente sposata allo scenario presentato, il montaggio frenetico delle scene di maggiore azione è volutamente alternato a momenti decisamente più lenti che permettono al pathos di rimanere vivo anziché spegnersi, mantenendo una grandissima tensione.
Ancora, tutto ciò viene sempre più esaltato dalla fotografia di Hoytema, le rughe di tensione nei volti dei giovani soldati sempre più marcate proprio come sui volti degli ufficiali, il freddo e l’aridità di una spiaggia dove si trovano solo disperazione e morte evidenziati da uno spettro di luce tendente al grigio più scuro, una mare freddo che è l’unica speranza di fuga e allo stesso tempo la tomba di molti, tutto spezzato nel finale dove, finalmente, un filtro di luce calda sembra apparire e, anche se non segna la fine di tutto, almeno riaccende la speranza, tanto dei soldati quanto dello spettatore provato da questa esperienza cinematografica.

Si, perché Dunkirk è una vera espressione di puro cinema, di quelle che oggi giorno è difficile vedere nel mercato più mainstream, il film non racconta solo gli eventi avvenuti nel 1940 a Dunkerque ma la condizione che vivono i soldati durante la guerra, il forte patriottismo dei comandanti, la diligenza agli ordini degli ufficiali, anche quando divorati da dubbi per le loro azioni e la paura, la disperazione e la rabbia dei soldati semplici, semplice carne da macello, abbandonati a se stessi e tutto questo è reso perfettamente dai tre differenti piani temporali che si vanno sempre più incrociando, che confondono lo spettatore e lo trascinano dentro la storia, che gli fanno vivere l’esperienza del soldato, del civile chiamato alla guerra, del pilota, del comandante, portandolo a perdersi in questa matassa di eventi e riemergere soltanto con il finale, sfinito, ferito così come chiunque ha combattuto e comprendendo le scelte difficili, a volte impossibili, che in certe situazioni vengono fatte solo per poter sopravvivere.

A questo proposito va elogiato l’intero cast, da Cillian Murphy capace di passare dal patriottico e ubbidiente ufficiale posto alle operazioni di soccorso all’uomo traumatizzato dagli eventi di un conflitto molto più grande di lui a Tom Hardy, eroe di guerra disposto a sacrificarsi per compiere la sua missione, da Kenneth Branagh, che incarna il perfetto comandante freddo e spietato che prova a compiere la missione affidatagli a tutti i costi nonostante i dubbi morali sollevati dal suo ufficiale, a Harry Styles, piacevole sorpresa, che svolge più che egregiamente il suo compito portando sullo schermo il soldato semplice che a causa del conflitto perde se stesso e viene poi divorato dai suoi demoni.

La dedizione di Nolan a questa storia, l’estremo realismo di ogni scena e della stessa ricostruzione degli eventi storici, l’idea di dilatare e contrarre il tempo con i tre diversi piani narrativi, creando un’esperienza di puro cinema oltre ad un’atmosfera a dir poco travolgente, tutto ciò porta Dunkirk ad essere un grande film di guerra, un grande film storico e, forse, una vera e propria opera d’arte, sicuramente uno dei punti più alti della carriera del regista.

Certo, ci possono essere alcune note stonate, alcune cose potrebbero anche non piacere allo spettatore così come il grande patriottismo espresso nel finale, seppur ampiamente giustificato se ci si ricorda cheche i protagonisti di questa storia sono soldati, o ancora altri dettagli che alla fine scompaiono davanti all’interrogativo più grande di tutti:

Dunkirk, alla fine di tutto ciò, merita?

E la risposta è si, merita. Merita di essere visto al cinema, merita il prezzo del biglietto, merita di essere goduto in totale silenzio e di essere vissuto come la grande esperienza cinematografica che è, che possa piacere o meno.