RECENSIONE – Edge of Seventeen

Lo so, sono in ritardo di ben 2 anni, ma non è mai tardi per il grande cinema espresso in Edge of Seventeen.

Dopo averla assaporata in Bumblebee ho deciso di recuperare qualche film con protagonista Hailee Steinfeld, e visto che l’attrice è molto giovane, alcuni li ho pregiudizialmente evitati perché probabilmente un po’ troppo da ragazzini. Barely Lethal è stato un esempio, infatti avrei dovuto evitarlo.

Però, con Edge of Seventeen (portato in Italia con l’aberrante titolo di “17 anni e come uscirne vivi”), ho potuto assaporare tutto il talento di quest’attrice 22enne, più di come già lo avevo assaporato nello spin-off di Transformers.
Non so se il concetto di “un film tecnicamente perfetto” sia un po’ inflazionato nei tanti anni di grande cinema, ma questo è semplicemente quello che è questo film. Un primo progetto davvero completo sotto tutti i punti di vista, lineare e ben scritto, magistralmente portato in scena da tutti gli attori del cast, ricco di dramma e spunti di riflessione, che strappa una risata nei momenti giusti, senza mai perdere quel senso di insicurezza, inadeguatezza, e generale turba che la protagonista ci trasmette lungo il film.

Nadine (il personaggio della Steinfeld), e quanto di più insopportabile ci sia, però al contempo vorresti abbraccia per sussurrarle “so cosa stai passando“. Raramente arrivi a tifare per la protagonista. Con gli occhi di qualcuno che è più grande di lei, arrivi a capire tutte le sfaccettature dei personaggi, dal fratello “perfetto” a cui “va tutto bene“, alla madre nevrotica ed in menopausa che cerca di ricostruire la propria vita dopo la morte del marito, mentre subisce le angherie di un adolescente che sta vivendo il peggior/miglior periodo della vita proprio in quel momento.

Come dice la protagonista nella descrizione della fondamentale divisione del mondo, ci sono due tipi di, quelle “che emanano sicurezza, eccellendo nella vita, e quella che sperano che i primi muoiano in un’esplosione” – descrizione calzante di tutto lo specifico filmico incarnato dalla protagonista. Hailee Steinfeld non è esattamente la protagonista di un “teen movie“, quanto di un “coming of age“, in cui tutta la caratteristica dell’adolescenza è riportata proprio nel broncio perenne, nel cinismo e nell’insofferenza verso le turbe degli altri, nella sua aggressività ben espressa dai crescendo d’emozioni del suo volto, dal modo in cui si pone, in cui chiude tutti fuori se le cose non vanno come vuole, e perfino dal modo in cui si veste.

Di contorno alla protagonista c’è di nota il personaggio di Woody Harrelson, da subito annoiato e sarcastico professore che appare come anestetizzato dalla vita, ma che in realtà assumerà velocemente il ruolo di figura paterna per una ragazza il cui padre è stato portato via in maniera quasi casuale, inaspettata e apparentemente senza senso. Un personaggio non esattamente portato a lunghe omelie su come deve andare la vita, non pronto a fare l’educatore quanto a uscire dalla propria aria di sarcasmo, ma la persona d’azione che serve alla nostra protagonista.

Così descritta questa pellicola pare più una classica storia di adolescenza e crescita, ed in effetti è ovviamente quello che Kelly Fremon Craig, regista e sceneggiatrice della pellicola, voleva fare, ma è anche più di questo. Tanti sono i film ben scritti o ben recitati, ma pochi sono i film adolescenziali che scavano a fondo nel genere per riemergerne con un abilità in più, quella di spiccare sopra alle altre, di condire quella che sarebbe stata una banale commedia con il black humor e il dramma, e far localizzare il tutto in una regione del continuum spazio-temporale che odora i luci neon e musicassette di fianco a smartphone e social media. Si percepisce un anima antica che vive in età moderna, un’allocazione temporale fra gli anni ’80 ed il 2000, ma che, anche se presenta elementi scenografici identificativi, vive in un tempo a se.