RECENSIONE – Edhel

Edhel è una bambina nata con una malformazione del padiglione auricolare che fa apparire le sue orecchie “a punta”. Affronta il disagio chiudendosi in se stessa e cercando di evitare qualunque rapporto umano che non sia strettamente necessario. La scuola e i compagni, per lei, sono un incubo. L’unico posto in cui si sente felice è il maneggio in cui Caronte, il suo cavallo, la aspetta tutti i pomeriggi così come faceva con suo padre prima che morisse in un incidente di gara. Edhel vive con la madre Ginevra. Il rapporto tra le due è difficile e conflittuale. Ginevra preme perché la figlia si operi, correggendo quel difetto che la separa da una “normalità” convenzionale. Lo desidera per il bene della figlia, affinché possa essere felice come le sue coetanee. L’incontro con Silvano, il bizzarro bidello che inizia Edhel al mondo del fantasy, rivelerà alla ragazza un mondo nuovo.

 

In un cinema moderno maggiormente composto da produzioni a budget altissimo, purtroppo non troppo spesso c’è spazio per pellicole dal sapore indipendente che non si limitano ad essere un prodotto di qualcuno davvero famoso che cerca di riportare il suo stile primordiale in produzioni che nuotano nelle acque dorate delle major. Il caso ha voluto che m’imbattessi in questa pellicola squisitamente amatoriale, assolutamente indipendente, senza pretese di orta, con solo la voglia di trasmettere quel fascino che un regista potrebbe aver dirigendo quella sua prima, piccola, ruvida pellicola che porterà con se per sempre, che sarà il suo punto d’inizio. Questo è il caso di Edhel.

Marco Renda confeziona un prodotto squisitamente drammatico con tinte di fantasy, ma che non cerca la spettacolarizzazione, bensì sprona la tua mente a immaginare il contesto immaginifico, senza bisogno di mostrarti chissà che cosa. Il regista chiede a te spettatore di sospendere per un attimo l’incredulità, andare oltre ad una ripresa steady non troppo sicura di se, un ensemble di recitazione che sicuramente non è dei migliori, e lasciarti catturare da quella sensazione che forse puoi aver avuto almeno una volta nella vita, ovvero quella di credere che il tuo essere diverso sia segno che è presente qualcosa di speciale in te.

Fra piccoli spaccati della dura realtà di una massa che spregia il diverso, avvicina per torturare, fa un sorriso nascondendo un coltello. Fra la percezione di una tragedia familiare che non fa altro che aggravare una situazione già di per se tesa, fra il cinismo imperante che mira a distruggere la fantasia ed il sogno, il film imbastisce una narrazione davvero dolce, che dimostra un grande cuore. Viva anche una pesante accusa alla genitorialità miope, quella che tratta con superficialità i problemi di un infante. In ultimo, il dolce e misterioso epilogo ci mette di fronte ad una domanda davvero importante, che forse troverà risposta dicendo “amici”.

Non lo si potrà definire un film perfetto, ma forse è bene anche domandarsi cosa se è bene descrivere un qualsiasi prodotto filmico in quel modo. Forse la meraviglia sta proprio nell’imperfezione, in quel tentativo che hai prodotto perchè volevi solo raccontare una storia, quella narrazione che comunque funziona anche se veicolata in maniera forse un po’ ruvida, quella che ti dimostra che la strada è ancora lunga, ma che il tuo cuore è al posto giusto quando capisci come trattare il sentimento attraverso la tua trama.

Edhel è un imperfetto ma è ricco di cuore; e forse non è proprio questo il senso stesso di produzione indipendente?