RECENSIONE – Godzilla II: King of the Monsters

Godzillone is back! Dopo 5 anni dal ritorno sui grandi schermi firmato Gareth Edwards, che fece un ottimo lavoro con il suo Godzilla, la nuova versione statunitense del kaiju per antonomasia è pronta per portare avanti il MonsterVerse, della Warner Bros., che sta prendendo forma pian piano di film in film, riproponendo mostri iconici della storia del cinema che non si facevano sentire da diverso tempo, rivisitandoli per la nuova generazione e ma senza voltare le spalle al cinema kaiju occidentale e, soprattutto, orientale, che li ha resi celebri.

Michael Dougherty raccoglie il testimone della regia da Edwards e ne prende le distanze per due ragioni: fare un film tutto suo e venire incontro al pubblico di massa che non aveva apprezzato molto il film del regista britannico. Quindi Dougherty decide di non rischiare cercando di dare un tono serioso e messaggi politici/ambientalisti alla pellicola, puntando su un sequel più scanzonato e colorato. La domanda è: sarà venuta fuori n’americanata senza nulla da offrire oppure un sequel degno di definirsi tale?

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Godzilla II: King of the Monsters è sicuramente n’americanata cafonissima, piena di frasi fatte, cartoonesca e con dei mostroni alti 100/150 metri che si prendono a pizze come se non ci fosse un domani. Ma siamo onesti, è vero che devo ammettere di essere di parte, dato che amo il genere kaiju e tutto ciò che riguarda il personaggio di Godzilla, anzi, Gojira (per essere integralista), ma sono sicuro che anche un “ignorante” in materia si divertirebbe come un dannato nel vedere questo film.

Dougherty è stato di parola e ha fatto un film molto più leggero nei toni, nei tempi, nei dialoghi, nei personaggi, che risultano più memorabili rispetto al film di Edwards (eccezion fatta per Joe Brody di Bryan Cranston), questo va ammesso. Il Mark Russell di Kyle Chandler, attore che finalmente vedo protagonista di un film, e che ha recitato molto bene il ruolo, è un buon protagonista, in quanto padre di famiglia segnato dalla perdita del figlio minore durante la distruzione di San Francisco del 2014, e che dovrà affrontare letteralmente i suoi demoni interiori, ovvero Godzilla stesso.

Emma e Madison Russell, interpretate da Vera Farmiga Millie Bobby Brown, qui alle prese con il suo primo ruolo cinematografico, risultano essere più dei comprimari anziché i protagonisti della storia come sembrava dai vari trailer, ma ciò non penalizza il film, dato che entrambi i personaggi sono interessanti e ben interpretati (la giovane Brown continua a mostrarsi come un’attrice dotata di un’espressività mostruosa) ma soprattutto perché è stato dato molto più spazio al personaggio del Dr. Serizawa, uno dei pochi personaggi a tornare dopo il film di Edwards, interpretato da un fighissimo Ken Watanabe.

Ancora una volta il personaggio si presenta come la “faccia nipponica” di questo mondo di mostri, che cerca di mostrare la vera natura di questi esseri al pubblico occidentale, esattamente come nel film di Edwards. Qui il personaggio di Serizawa evolve, raggiunge il suo apice narrativo trovando il legame definitivo con il personaggio di Godzilla, con il quale ha diverse cose in comune. In primis, il passato segnato dal nucleare (ricordiamo l’orologio del dottore che segna sempre la solita ora: 8.15 del mattimo, 6 agosto 1945, Hiroshima).

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Personaggi più memorabili, ma comunque abbastanza macchietistici e “catooneschi”, perfetti, però, per il tipo di film che stiamo guardando.

Dougherty infatti mette in gioco una regia sicuramente meno evocative e memorabile di quella di Edwards, ma il pathos riesce a trovarlo, con bellissimi campi larghi che permettono di far godere allo spettatore le lotte tra kaiju, resi ancor più belli da una fotografia, a cura di Lawrence Sher, ricca di colori fluorescenti, trai quali dominano il l’azzurro/verde acqua e l’oro/giallo. Due colori importantissimi che rappresentano rispettivamente Godzilla e King Ghidorah, ovvero i veri protagonisti della storia. Fotografia che riesce anche nel rendere benissimo la spettacolare CGI con cui hanno realizzato i kaiju, cosa che in un blockbuster moderno, purtroppo, ho notato essere una cosa non così scontata.

Ancora una volta si cerca di inserire i kaiju in scenografie nebulose, piovose e scure, illuminate giusto dai colori emanati dai mostri, così da nascondere per la maggior parte della pellicola la loro natura pongosa, ma anche quando giunge il momento di mostrarli alla luce del sole, porca vacca se fanno la loro porca figura. Risultano essere spettacolari sia per quanto riguarda l’ottima qualità della CGI, sia per quanto riguarda il concept design.

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Edwards con il suo film aveva rivisitato l’aspetto di Godzilla occidentalizzandolo fino un certo punto, mantenendo comunque gran parte dell’aspetto originale del Re dei Mostri (a differenza di Emmerich che lo distrusse completamente). Ma se Edwards mostrava un amore più celato verso questo personaggio e il cinema che lo caratterizza, Dougherty non si trattiene affatto. Si vede tantissimo che il regista statunitense (tra l’altro sceneggiatore del meraviglioso X-Men 2 di Synger) ha voluto omaggiare con grande amore i film delle prime due ere di film su Godzilla, modificando leggermente il look di quest’ultimo, avvicinandolo all’originale, e dando a Mothra, Rodan e Ghidorah un look molto simile a quello orientale originale, ma molto più moderno e meno camp.

Difatti sono riusciti a rendere credibilissima e bellissima Mothra, cosa mica facile, ma soprattutto a creare un King Ghidorah cazzutissimo e cattivissimo, che mostra diverse somiglianze estetiche con i tipici draghi della cultura nipponica. La cosa che più ho apprezzato di questi kaiju è che hanno carisma, sono caratterizzati. Percepisci un rapporto tra loro come se fossero dei personaggi umani. Senti che Mothra è legata a Godzilla, e senti che quest’ultimo ha un’antichissima rivalità con l’alieno Ghidorah, e anche Rodan risulta essere subdolo e paraculo manco fosse l’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale (anche se Rodan sembra morire più volte nel film per poi tornare. Boh).

Poi oh, abbiamo Godzilla. E che gli vuoi dire Gojira san? Nel primo film ogni volta che appariva era semplicemente un orgasmo in ogni singola inquadratura, un paio delle quali sono veramente da storia del cinema moderno. Qui non si raggiungono tali livelli di memorabilità, ma di certo quando appare in tutta la sua potenza, quando ruggisce a tutto volume, quando spara quel fottutissimo raggio atomico dalla bocca gonfiando il petto, Dio se fomenta. Esattamente come i tre kaiju prima menzionanti, anche il nostro Godzillone risulta essere più carismatico, quasi più espressivo e più consapevole del suo ruolo come predator alpha e effettivo Re dei Mostri, il cui ruolo è quello di mantenere l’equilibrio naturale. Il tutto poi accompagnato da una colonna sonora semplicemente magnifica da parte di Bear McCreary, che rivisita le tracce originali composte da Akira Ifukube per mostrare la definitiva prova d’amore verso il cinema kaiju orientale. A quel punto, è impossibile non avere una pelle d’oca di almeno due metri.

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Quindi sì, ‘sto film m’è garbato assai. Sicuramente non è il blockbuster della vita, d’altronde risulta essere inferiore, ovviamente, al Godzilla di Edwards, ma anche al Kong: Skull Island di Vogt-Roberts. Ciò nonostante, intrattiene e fomenta da morire, con una regia operaia ma fino ad un certo punto, con un ritorno del cinema kaiju orientale in grandissimo stile (il che non è così scontato dato che si tratta di una produzione americana) seppur occidentalizzato. Perché se questi film hollywoodiani sono ben fatti ricordiamo che Godzilla sarà sempre roba d’oriente. Il Shin Godzilla di tre anni fa, per esempio, lo mette in quel posto a qualsiasi film su Godzilla americano mai fatto. Incluso quello di Edwards.

E’ giusto che Dougherty abbia abbandonato i toni seri del film del 2014, dato che sarebbe stato difficilissimo inserire personaggi come Mothra, Rodan e Ghidorah, molto meno realistici come mostri, all’interno di un contesto dark come quello del film di Edwards. E quindi sì, siamo scanzonati, siamo colorati, siamo cafoni e un po’ ignoranti. L’importante è farlo con classe, passione e pathos, e Dougherty ci è riuscito.

Ora aspettiamo di vedere il Godzillone contro il King Kong di Vogt-Roberts. Sono anni che questo scontro ancora non ha un vincitore e speriamo che Wingard sappia confezionare un blockbuster all’altezza di questi ultimi tre. Perché se la Warner aveva fallito con la DC nel creare un universo condiviso, ci sta riuscendo alla grande con questo MonsterVerse.