RECENSIONE – Hellboy (2004)

Siamo agli inizi degli anni 2000, l’X-Men di Bryan Singer e lo Spider-Man di Sam Raimi sono usciti nelle sale da un paio d’anni, e nessuno poteva immaginare che da quel momento in poi sarebbe iniziata quella che possiamo tranquillamente definire la golden age cinematografica dei fumetti, arrivando ad essere considerati un genere quasi a sé stante, ovvero il genere dei cinecomics. Troppo spesso quando si parla di questo genere di pellicole si arriva sempre a parlare dei supereroi Marvel o DC Comics, e ci si dimentica che all’interno di questo genere rientrano anche grandissime pellicola d’autore come V per Vendetta, o come Hellboy. Il celebre personaggio di Mike Mignola sta per tornare sui grandi schermi con il film omonimo diretto da Neil Marshall e con David Harbour nei panni del personaggio, e, pertanto, quest’oggi vogliamo portarvi la nostra recensione del cinecomic cult diretto e scritto da quel visionario di Guillermo del Toro uscito nell’ormai lontano 2004. Film che detiene un posto speciale nei nostri cuori, e per questo mi sembra doveroso avere una recensione a riguardo sul nostro blog.

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Da dove iniziare parlando di Hellboy. Parliamo probabilmente di uno dei cinefumetti più belli di tutti i tempi, e questo per un semplice motivo: Guillermo del Toro. Regista, sceneggiatore, talvolta anche attore, del Toro è sicuramente uno degli artisti più importanti degli ultimi anni, reso celebre grazie alla sua passione verso il cinema fantasy, horror e sci-fi degli anni ‘50/’60 spesso omaggiato all’interno delle sue opere. Regista in grado di incantare i bambini con la sua grande abilità nello scrivere delle fiabe moderne, e al tempo stesso di scioccare gli adulti con le importanti tematiche trattate e quel tanto di violenza che riesce sempre a trovare il suo spazio. Prendere un regista del genere e dargli piena libertà creativa per portare sul grande schermo un personaggio dei fumetti è una cosa rarissima oggigiorno, a differenza degli inizi del 2000 dove i già citati Singer e Raimi avevano avuto modo di dare la loro personale visione di quei supereroi Marvel senza limiti, e così fu per del Toro con Hellboy, andando a creare un film che fosse un qualcosa di quasi completamente diverso dal fumetto di Mignola, ed è giusto così: cambiando il mezzo di comunicazione / espressione è chiaro che deve cambiare, in parte, anche quello che si vuole raccontare.

Partiamo dal presupposto che non ho (ancora) letto nessun fumetto di Hellboy. Detto ciò, si sa che Mignola ha avuto un grandissimo ruolo all’interno della produzione del film, ma è comunque del Toro ad aver avuto sempre l’ultima parola. Prova inconfutabile che nessun regista al di fuori di del Toro poteva fare questo film? La sintonia creativa trai due artisti è stata fortissima, ed è proprio per questo che tutti noi continuiamo ad amare Hellboy come pochissimi altri cinefumetti. Lo stile fantasy gotico di del Toro è fortissimo nelle scene sotterranee ambientate nei tunnel e nelle stazioni della metropolitana, scenari della maggior parte degli scontri della pellicola. La fotografia del fedelissimo Guillermo Navarro è sempre la stessa di tutti i film del film maker messicano: sporca e scura nelle scene più realistiche, come quelle con l’esercito americano durante il prologo del film, e ricca di colori (giallo, verde, blu e rosso soprattutto, come sempre) nelle sequenze fantasy, dove i protagonisti sono alcuni dei personaggi più assurdi visti sul grande schermo.

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Personaggi resi indimenticabili da un grandissimo amore che del Toro ha verso un tipo di far cinema che, per fortuna, continua a sopravvivere in alcune importanti produzioni d’autore e non, ovvero quel tipo di cinema ricco di pupazzoni, animatronic, make-up e set fisici. Ogni singolo mostro che appare sul grande schermo è tangibile, e lo spettatore lo percepisce per come si adattano bene alle scenografie e alla fotografia, e questo dà alla pellicola un tono, un’atmosfera, che, francamente, non riesco ad esprimere a parole. Semplicemente unica, grazie alla quale del Toro e Navarro creano alcune delle inquadrature fantasy/sci-fi più belle degli ultimi anni. Da citare il campo largo con Hellboy sui binari e sopra di lui il terrificante Sammael, oppure l’inquadratura del cielo rosso con quella sorta di Cthulhu che esce dal cielo mentre avvolge con i suoi tentacoli il raggio di luce / fuoco. Una creatura, come anche il Behemoth che esce dal corpo di Rasputin alla fine, presa, anzi, rubata direttamente dalla letteratura di H.P. Lovecraft, grandissima fonte d’ispirazione per del Toro per questo film. Il concetto di un nemico divino che riposa nei meandri più lontani dell’universo, dall’aspetto simile a quello di una piovra, in attesa di poter scatenare il suo potere sulla Terra, come fa a non ricordare il personaggio di Cthulhu? Oppure, se avete visto il making of del film, come si fa a non pensare alla statuetta che dà il via alla storia de Il Culto di Cthulhu quando vengono mostratii primi modellini di argilla del Behemoth prima citato?

Difatti la vena horror del regista messicano in questo film la si percepisce anche se in modo molto lieve, dato che non ha mai avuto l’intenzione, di realizzare un film vietato ai minori. Ciò nonostante, la si può percepire nella presenza di questi mostroni terrificanti e demoniaci, nell’uso del colore rosso, rimando al sangue che comunque non manca in alcune scene, o che viene rappresentato attraverso altri mezzi, ma soprattutto nel terrificante personaggio di Kroenen, questo nazista dal corpo mutilato, senza palpebre, senza labbra, senza sangue, più macchina che uomo. Personaggio monodimensionale, dato che manco parla, ma reso iconico da un’incredibile presenza scenica che del Toro gli ha conferito con questo concept design meravigliosamente terrificante. Design molto diverso da quello originale del fumetto, dato che del Toro lo ha reso molto più “robot”, meccanico, con lame e meccanismi vari che il film maker ha sempre amato. Non a caso questi meccanismi torneranno in modo molto prepotente nel sequel Hellboy: The Golden Army, a pare mio bello tanto quanto il primo.

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Ad affiancarsi a questa atmosfera horror, creando un contrasto meraviglioso, c’è la commedia, che riesce a far ridere di gusto lo spettatore dopo averlo fatto leggermente inorridire con i personaggi sopra citati. Commedia resa tale soprattutto dal personaggio principale: Hellboy, per gli amici Red. Parliamo del figlio del Daivolo, un demone, che, però, una volta arrivato sul pianeta Terra durante la Seconda Guerra Mondiale è diventato più umano che demonio. Si tratta infatti di un diavolo a cui piace la birra, i sigari, i gattini, la carne, la televisione. Insomma, Hellboy risulta essere più umano degli esseri umani stessi, sia nei pregi, ma soprattutto nei difetti, perché sono proprio questi che ci fanno amare il personaggio. Preferisce inseguire il suo tormentato amore, Liz Sherman, invece che dedicarsi alla salvaguardia del mondo, come invece fa Abe Sapiens, e questo lo porta ad avere un rapporto con l’essere umano a cui più tiene più di tutti: il meraviglioso professor Broom, interpretato da un John Hurt che definire perfetto sarebbe a dir poco riduttivo.

Amiamo Hellboy per il suo essere più un antieroe che un eroe classico, per il suo fregarsene delle regole e dei protocolli, per il suo menefreghismo ed egoismo che lo portano a dare la precedenza a quelle cose che lo riguardano personalmente. Un personaggio meraviglioso, e nessuno poteva interpretarlo al di fuori di Ron Perlman. Perlman ha la faccia perfetta per il personaggio, potevi anche non truccarlo e sarebbe stato perfetto, e, nonostante l’enorme quantità di trucco che l’attore ha addosso (quattro ore al reparto trucco ogni giorno) Perlman recita la parte con grandissima spontaneità e naturalezza, non solo per quanto riguarda espressioni facciali e vocali, ma anche per come cammina, come si atteggia, come combatte. Sarà la regia di del Toro, sarà la bravura di Perlman, fatto sta che se non fosse stato per l’attore newyorkese il personaggio non sarebbe divenuto così memorabile.

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Potrei star qui le ore, parlando di ogni singola scena e personaggio del film, spendendo parole riguardo la loro bellezza, estetica e non. Hellboy è un film d’autore, c’è poco da fare. In goni fotogramma si percepisce del Toro da tutte le parti, ed è fottutamente bellissimo. Purtroppo Hellboy è simbolo di un tipo di cinecomic che fa fatica ad arrivare al cinema oggi. Ovvero un cinefumetto firmato da un Artista con la A maiuscola, che può esprimersi senza freni da parte della produzione, permettendo così alle sue opere di essere grandiose sotto tutti gli aspetti. Certo, gli esempi non mancano, come i due Guardiani della GalassiaLogan (che in imho risultano essere anche più belli di Hellboy) ma si tratta comunque di casi veramente isolati rispetto alla quantià  di cinefumetti che vengono prodotti ogni anno.

Detto ciò, lascio la parola a voi. Ditemi cosa ne pensate di questo grande cult del genere cinefumettistico / fantasy e anche che cosa vi aspettate dal prossimo Hellboy in uscita questo giovedì 11 aprile, sperando che Marshall possa aver avuto l’occasione di esprimersi esattamente come ebbe modo di fare del Toro ben 15 anni fa, e sperando che Harbour possa render giustizia a questo enorme personaggio, difficile da immaginare sul grande schermo senza Ron Perlman.