RECENSIONE – Hereditary

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Il cinema horror è uno dei generi più alti e raffinati che possano esistere, se questi film fossero quanto meno “potabili”. Purtroppo viviamo in un periodo in cui al cinema escono tantissimi film horror, ma la maggior parte di essi, parliamo di 9 film su 10, sono pura spazzatura. E ‘spazzatura’ è una parola fin troppo generosa. La cosa divertente è che quando esce quell’unico film su 10 spesso si rivela essere non solo un capolavoro di genere, ma anche un capolavoro come film in generale. Io personalmente ho visto pochi film horror al cinema (per paura di andar a vedere robaccia, che, comunque, mi è capitato di vedere) ma tra questi pochi film abbiamo The Babadook The VVitch, due dei film horror più belli che io abbia mai visto e, secondo me, che siano mai stati fatti. Mentre, d’altra parte, mi è capitato di vedere bei film horror ma senza essere troppo impegnati, come i due The Conjuring di James Wan.

Data la rarità di bei film horror, quando vidi per la prima volta il trailer di questo Hereditary al cinema la mia curiosità venne immediatamente rapita. Già il trailer risultava essere migliore di tutti i film horror che escono ogni giorno, con un montaggio curatissimo, ben scandito e un’atmosfera a dir poco inquietante. Quindi se provo queste sensazioni soltanto con il trailer non riesco a immaginare che cosa possa essere la pellicola intera. Mi vado a informare, vedo che è il primo grande progetto del regista, Ari Aster, vedo che è stato accolto molto bene a livello di critica, e boom, eccomi in sala alle 22:30 pronto per vedere questo Hereditary. Il risultato? Un film horror che si pone nel bel mezzo tra capolavoro assoluto di genere e bel film senza essere troppo impegnativo.

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Hereditary è un’opera che viene apprezzata sicuramente da chi l’horror lo ama, ma soprattutto da chi ama il cinema. Il film presenta un aspetto tecnico praticamente impeccabile. Aster mostra di essere un regista estremamente ispirato, costruendo ogni singola inquadratura ponendo attenzione a tutto quello che rientra nell’obbiettico della camera da presa, in particolar modo ai personaggi, la cui posizione riesce sempre a suscitare nello spettatore una sensazione di disagio, di inquietudine. Ma spesso non è ciò che il nostro occhio vede per primo ad inquietarci, ma è il particolare, un qualcosa che magari non si trova in primo piano, qualcosa sullo sfondo, magari nemmeno messo a fuoco. Esattamente come Friedkin ci tormentava con le apparizioni di Pazuzu, ecco che Aster ci tormenta con delle apparizioni che oserei dire essere altrettanto inquietanti e grottesche. Particolari che poi arriveranno ad avere un maggior spazio all’interno dell’inquadratura, ma con molta calma. Aster si prende tutto il tempo di cui ha bisogno per creare la giusta suspense, la giusta situazione, l’agitazione sufficiente nello spettatore finché poi non inizia a scatenarsi l’inferno. Inferno che non viene scatenato a partire da uno jump scare o da stronzate del genere, di cui il film ne è completamente privo e già solamente per questo Aster merita di esser considerato come uno dei bagliori luminosi che potrebbero far risorgere per bene il cinema horror. Perché uno jump scare ti spaventa, ti fa divertire, ma non ti fa paura. La paura vera è quella che si prova per tutto il terzo atto di questo Hereditary, durante il quale l’atmosfera inizia a farsi veramente pesante, personalmente l’ho trovata quasi insostenibile, e tutto ciò grazie ad Ari Aster che è riuscito con le giuste inqudrature e i giusti movimenti di macchina a raggiungere livelli di tensioni che non provavo da troppo tempo.

Aster si dimostra essere anche un regista piuttosto vintage. I set utilizzati sono stati costruiti apposta per il film, il che ha permesso ad Aster di impiegare dei movimenti di macchina tipici di film piuttosto datati, dato che ora si usano pochissimo interni costruiti ad hoc per una pellicola. Come per esempio il passaggio della camera da presa attraverso un muro che separa due stanze, ed è qui che entra in gioco una delle tecniche registiche più raffinate che ci sia: il pianosequenza. Aster utilizza tantissimo questa bellissima e raffinatissima tecnica registica per rendere lo spettatore partecipe di quello che sta accadendo il più possibile, con movimenti di macchina fluidi e non troppo rapidi cosicché noi non ci possiamo sentire spaesati. Spesso si tratta di pianisequenza fittizi, ma poco importa, perché alla fine il risultato è sempre quello. Anzi! Per questo spettano ancor più lodi all’aspetto tecnico del film, che dimostra di avere un montaggio estremamente curato e che deve, e vuole, suscitare determinate sensazioni nello spettatore. Infatti se da una parte abbiamo la regia e le immagini stesse a far cagare sotto chi guarda il film (se mi permettete di utilizzare un po’ di francese), dall’altra abbiamo il montaggio, che definirei una delle cose più riuscite del film.
Spesso e volentiere lo stacco è netto da un’immagine all’altra (il cosiddetto ‘jump cut’), il che suscita nello spettatore una sensazione di spaesamento iniziale, reso soprattutto quando magari abbiamo l’inqudratura della casa dei protagonisti di giorno e, subito dopo, di notte. Un cambio di atmosfera, di luci e di ambiente, così rapido che lo spettatore si sente quasi una sorta di nodo allo stomaco. Una tecnica di montaggio estremamente intelligente che viene utilizzata nel modo più inquietante possibile nel terzo atto del film, che raggiunge vette di tensione e di atmosfere orrorifiche elevatissime. Tecnica che, tra l’altro, ci viene presentata piuttosto chiaramente proprio nel trailer del film.

Hereditary può vantare di un comparto visivo sorprendete, ma quello sonoro altrettanto fenomenale. Per quanto riguarda gli effetti sonori in sé non c’è granché da dire, l’unico effetto sonoro di grandissimo impatto è sicuramente lo schiocco emesso con la lingua dal personaggio di Cahrlie, che poi risulterà essere una vera e propria persecuzione per i personaggi, e per lo spettatore. Ogni singola volta che sentiamo lo schiocco non ci viene da saltare sulla sedia, come sarebbe successo con qualsiasi altro film horror da due soldi, ma ci sale addosso una sensazione di angoscia immensa. In quel momento capiamo due cose: o che il personaggio se l’è immaginato, oppure che tale personaggio non è solo in quel momento. Il tormento di non sapere per certo quale sia la realtà e quale la finzione risulta essere un elemento del film, ma fin troppo marginale e non trattato nel migliore dei modi, ma è una cosa di cui parleremo più avanti.
Se gli effetti sonori risultano essere inquietanti allora forse dovremmo cambiare termine per la colonna sonora, composta dal sassofonista Colin Stetson, che risulta essere un tormento musicale che tocca quelle corde emotive dello spettatore che nessuno vorrebbe sentir toccate. Un perfetto commento di quello che accade sul grande schermo e, non a caso, spesso le azioni dei personaggi risultano essere in sincronizzazione con la musica. Violini, sintentizzatori, strumenti che sembrano essere usciti da chissà quale dimensione demoniaca dell’inferno, una sinfonia che varia di traccia in traccia per il tipo di tono, e il bello è che in ogni caso senti che c’è qualcosa di malato, di grottesco alla base. Come il tema di Charlie, una traccia con dei suoni più techno e movimentati, oppure il tema finale che sembra essere quasi una musica celebrativa, trionfante ma al tempo stesso estremamente inquietante e segno della presenza di qualcosa di maligno. Semplicemente unica.

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Se l’aspetto tecnico è una lode unica, in quanto vicino alla perfezione assoluta, bisogna parlare in modo più articolato della sceneggiatura, sempre scritta da Ari Aster. La sceneggiatura ha dei problemi piuttosto evidenti, che hanno impedito al film di essere quel capolavoro che poteva essere senza problemi. Hereditary inizia con una premessa, che riguarda la dipartita della nonna e il rapporto piuttosto morboso che questa aveva con la nipote, Charlie, la quale inizierà a comportarsi in modo piuttosto strano e inquietante con la madre, Annie, per poi procedere verso un tunnel di delirio e orrore. Questa premessa è magnifica. Aster poteva scrivere una sceneggiatura con una trama concentrata sulla psicologia dei personaggi, sul lutto che affligge la famiglia e che la porterà ad uno stato di follia talmente assurdo che tutto ciò che è soprannaturale e “demoniaco” possa essere tranquillamente frutto della mente dei personaggi (in particolare di Annie). Sarebbe stato belissimo vedere una trama che portasse lo spettatore a chiedersi cosa fosse reale e cosa no. Cosa che è successo con i due capolavori prima citati, ovvero The Babadook The VVitch, e sia che la regia che il montaggio vengono utilizzati in modo tale da giocare su questa impossibilità nel distinguere il vero dal falso. Spesso Aster ci mostra la casa della famiglia immersa nei boschi con dei campi larghi che crano un’immagine a dir poco ingannevole. Questo perché il personaggio di Annie, come si può evincere anche dal trailer, costruisce modellini e quelle inquadrature estremamente larghe fanno sembrare il paesaggio come se fosse un modellino della stessa Annie. Quindi lo stesso Aster con la regia vuole rincoglionire lo spettatore facendogli pensare che quello che sta guardando possa essere un modellino, frutto, quindi, dell’immaginazione di Annie, oppure la realtà, cosa che viene suggerita anche dalla scena in cui la macchina da presa si avvicina sempre di più alla camera da letto di un modellino finché dalla stessa camera non vediamo entrare il padre di famiglia, Stephen, ed ecco che capiamo di essere entrati all’interno della “realtà” del film.

Dopo questa lunga premessa va detto che il film non procede per niente su questa strada, o meglio, ci prova, ma si incasina e alla fine cerca di riprendersi verso la fine del secondo atto con un risvolto a dir poco banale e superficiale, che rende Hereditary un film con una trama senza troppo impegno ma con una messa in scena talmente potente e perfetta, talmente autoriale e talmente ricca di orrore nel senso più puro del termine che non lo si può definire un horror come gli altri, nemmeno all’altezza del The Conjuring – L’Evocazione di Wan, è sicuramente superiore (senza però nulla togliere al bellissimo film di Wan). Il finale sicuramente è risultato essere la parte più deludente del film, ma fino a un certo punto. Aster ha cercato di salvarsi con questa soluzione piuttosto facile e a buon mercato, è vero, però il tutto viene messo in scena talmente bene che alla fine la visione del film non viene assolutamente guastata, anzi, risulta essere interessante. Anche perché, analizzando per bene il film, si trovano dei dettagli minuscoli sia nei dialoghi che nei tratti fisici e psicologici dei personaggi che il finale risulta essere l’unica soluzione alla trama del film. MA, e qui ci va messo un enorme ‘MA’, ci sono anche diversi buchi logici, conseguenze di questa scelta da parte di Aster che non sapeva come poter continuare la sua sceneggiatura.

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Simboli e religione hanno un ruolo estremamente fondamentale nella pellicola, ma cerco di non entrare troppo nel dettaglio per evitare di spoilerare il finale a chi non avesse ancora visto (e se non l’avete ancora visto vi consiglio vivamente di andarlo a vedere il prima possibile prima che lo tolgano dalle sale, non essendo proprio un film commerciale).  I personaggi hanno una forte simbologia religiosa e mitologica, in particolare quello della piccola Charlie, interpretata dalla perfetta Milly Shapiro. Perfetta perché nessun’altra attrice avrebbe potuto interpretare tale personaggio. La piccola Shapiro, come avrete ben notato, ha un aspetto fisico molto particolare, caratteristica principale per cui è stata scelta per il ruolo della strana ed inquietante Charlie. Aspetto fisico i cui tratti grotteschi vengono messi in risalto da un leggerissimo make-up, che rendono il viso di Shapiro il perfetto incontro tra un viso femminile e un viso maschile, e se avete visto il film capirete asoslutamente quanto sia stata azzeccata la scelta di tale attrice per questo ruolo. Altro problema del film è com’è stato utilizzato il personaggio di Charlie, o meglio, il risvolto principale che la vede protagonista è geniale, ma se Aster avesse scritto quella trama più psicologica che tanto desideravo ne avrebbe sicuramente giovato il personaggio di Charlie, la quale poteva risultare come una persona sicuramente al di fuori del normale, ma comunque una persona con dei sentimenti e una propria visione del mondo. Una visione diversa, sì, ma non è detto che sia quella sbagliata. Peccato che tutto cià non è stato trattato.

Sempre lodi vanno agli altri attori, come il giovane e bravissimo Alex Wolff (che nel finale riesce ad assumere un’espressione a dir poco perfetta per il momento), ma anche Gabriel Byrne Ann Dowd. Però, cari lettori, io non ho veramente parole per descrivere l’infinita grandezza della perfomance di Toni Collette, che interpreta Annie, la madre di famiglia nonché protagonista del film. La Collette è stata di una bravura impressionante, la sua faccia era una maschera di argilla che si deformava il più possibile fino a divenire la rappresentazione della paura stessa. Ci sono delle scene intere che suscitano orrore e angoscia nello spettatore non tanto per quello che accade sullo schermo, ma per l’espressione inorridita che assume la Collette. Espressioni con occhi e bocca spalancati ma senza emettere nessun suono per lo choc. Se Munch potesse vedere quello che la Collette ha fatto in alcuni momenti di questo film penso che riterrebbe il suo ‘Urlo’ roba da dilettanti.
Del personaggio in sé non ho granché da dire, dato che il mio pensiero lo esposto nella parte inerente alla sceneggiatura. Annie risulta essere un personaggio estremamente turbato, a causa del suo passato e di quello che sta passando in famiglia, e per questo poteva essere un personaggio talmente portato alla follia che tutto quello che accade poteva essere frutto della sua mente, o quanto meno poteva rimanere tale dubbio nello spettatore. In più il passato che poteva portare Annie alla follia avrebbe dato anche più spessore al titolo, dato che sarebbe stata l’eredità della nonna a portare la famiglia alla deterioramente più totale. Cosa che alla fine è successa, però poteva avvenire in modo completamente diverso. Il personaggio di Annie, infine, risulta comunque essere estremamene memorabile per l’immensa perfomance della Collette, per i dialoghi che Aster le ha scritto e per quello che vuole simboleggiare, vedesi Ifigenia e Aulide, tragedia che viene anche citata nello stesso film e che risulta essere quasi il soggetto della sceneggiatura. La cosa buffa è che Hereditary risulta essere il secondo film basato su questa tragedia, dopo Il Sacrificio del Cervo Sacro di Lanthimos (altro film angosciantissimo, ma molto diverso, che consiglio assolutamente di recuperare se ne avete la possibilità).

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Che dire di più? Hereditary è un film horror sensazionale. Poteva essere un capolavoro, ma alla fine si è rivelato essere un horror con una trama piuttosto semplice, messa in scena con una regia tutt’altro che semplice. Ari Aster si è presentato al pubblico in grandissimo stile, e speriamo che possa continuare su questa strada per regalarci sempre nuove perle come questa, o magari il capolavoro che poteva essere questo film.
Quindi sì, consiglio vivamente di andare a vedere questo Hereditary, perché trovare al giorno d’oggi un horror così ben confezionato e curato con tale passione e autorialità è una rarità manco fosse il petrolio sotto il vostro giardino.

Detto ciò, è il momento che siate voi a parlare! Se avete visto il film non esitate a lasciare un commento con le vostre opinioni.