RECENSIONE – Hollywood (1° stagione)

Hollywood è la miniserie scritta da Ryan Murphy e Ian Brennan. Ambientato nel celebre quartiere di Los Angeles al tramonto della seconda guerra mondiale, la trama segue un gruppo di aspiranti attori e registi che cercano di raggiungere il successo in quella che oggi viene ricordata come la Golden Age di Tinseltown, uno dei tanti soprannomi di Hollywood.

Qui sotto potete vedere il trailer:

Ryan Murphy è certamente un uomo prolifico quando si tratta di idee. Passando da Glee, ad American Horror Story, poi per The New Normal, The Normal Heart, Screem Queens, Pose, e adesso Hollywood, non si può certo dire che la voglia di produrre progetti di successo gli manchi, e infarcire deliziosamente questi prodotti di messaggi d’importanza sociale è spesso ciò che il nostro Murphy preferisce fare.

Ci sono modi e modi di fare ciò, e la messa in scena è cambiata dai tempi di Glee, Popular o Nip/Tick, e con la sua ultima brillante miniserie, Hollywood, il nostro Ryan Murphy si è avventurato in un territorio molto caro negli ultimi anni al buon Quentin Tarantino (C’era Una Volta a… Hollywood, Bastardi Senza Gloria fanno parte di questo filone), la storia filtrata dalla cornice dorata di Hollywood, la storia che non teme di essere riscritta e manipolata portando avanti la fiaccola della finzione dello schermo d’argento. Firmando un contratto da 300 milioni di dollari con Netflix per una collaborazione di 5 anni, Ryan Murphy si avventura nel mondo della “faction”, un misto di fatti e fiction, dove vere storie che fanno parte del passato vengono mischiate a personaggi e sviluppi inventanti.

E quindi veniamo catapultati nella Hollywood di metà anni ’40, dove vengono messi in scena gli anni d’oro della macchina sforna film, fra cancelli di ferro sotto imponenti archi che dividono il mondo della magia cinematografica da quella del popolo che vuol comparire come comparsa per sperare un giorno di essere notato e “farcela”, non risparmiandosi la caratterizzazione del lato oscuro di Hollywood patinato di colori accessi, alcolici e sfarzo, dove si nascondono viscidi serpenti fatti di eccessi, perversioni che sfogano la propria repressione con molestie sessuali, ma anche uomini costretti a nascondere il proprio essere perché figli di un altro tempo, che vivono un momento in cui ormai il tram chiamato desiderio sembra ormai passato e non più intenzionato a tornare.

Vediamo donne di una certa età che hanno puntato tutto sullo sviluppare la loro carriera, innamorate di qualcosa che hanno sempre saputo impossibile, che ora cercando semplicemente passione anche se per loro l’amore è arrivato tardi; o donne col desiderio di affermarsi, di stringere nelle mani il potere e dimostrare di essere qualcosa di più che una casalinga e una madre; giovani ragazze col desiderio di affermarsi e andare oltre ciò che il mondo vuole o si aspetta da loro, tutto sempre col desiderio di scalare quella gigantesca “H” e ammirare il paesaggio che si staglia di fronte a loro, come fossero in quel momento padrone di un mondo.

Un ruolo da comparsa per 10 dollari al giorno, questo era ciò in cui queste persone, desiderose di arrivare, speravano, ma in questo contesto vediamo una cura particolare al giocare fra realtà e finzione, in particolare quando vediamo personaggi come Vivian Leigh, la Rossella O’Hara di Via Col Vento, la bella Anna May Wong, Rock Hudson, Hattie McDaniel, ricordata come la prima afroamericana a vincere un Oscar, e ovviamente come dimenticare il viscido e temuto agente delle star, Henry Willson, interpretato in maniera magistrale dal Jim Parson di The Big Bang Theory. Alcuni hanno nomi fittizi, ma la loro storia è ispirata alla realtà, e altri sono solo finzione hollywoodiana creata da Ryan Murphy e Ian Brennan.

In un paio di puntate comprendi già che la serie vuol sviluppare attraverso la messa in scena dell’importanza storico-culturale di un medium come il cinema, sopratutto come queste sono capaci di cambiare il mondo, in maniera migliore anche rispetto alla politica. Hollywood non fa sconti e ci mostra cosa si cela dietro il cancello di ferro che sta sotto l’arco, senza risparmiarsi anche qualche frecciatina ai benpensanti dell’epoca in maniera diretta e senza filtri, tra nudi maschili integrali e scene di sesso omosessuale.

Ma superato quel iniziale momento “che fa andare il caffè di traverso ai perbenisti”, la serie mostra il suo splendore nella costruzione della storia di una giovane ragazza, un’attrice di colore, che vuole andare oltre a ciò che la società pensava avesse dovuto interpretare, e la speranza di rivalsa per lei arriva con “Peg”, la pellicola che la Ace Pictures vuol produrre sulla base della vita di Peg Entwistlem la nota attrice di Thirteen Women, morta gettandosi dalla lettera H dell’insegna di Hollywoodland perché rifiutata dall’industria cinematografica.

Nel pieno stile della serie, che de-costruisce l’immaginario e tende a trasformare le situazioni, “Peg” si tramuta in “Meg”, e la nostra giovane attrice di colore si ritrova al centro di una tempesta generata dal peggio dell’umanità, razzismo, sessismo, segregazioni erano all’ordine del giorno in quel mondo di un tempo passato, e queste si fanno sentire anche in questa finzione che tende a giocare con i fatti dell’epoca. Tra le varie trasformazioni nella serie degna di nota è una piccola particolarità, dove per una volta vediamo lo scambio di ruoli in una determinata situazione.

Nel contesto a cui facciamo riferimento – non vi diremo molto di più se non che si parla di tradimenti e gravidanze – vediamo la scena svilupparsi in un determinato modo, sapendo ciò che sappiamo sui nostri due protagonisti e come le cose si sono sviluppate, in particolare per lui. La reazione la percepisci, la senti arrivare, un classico della realtà di quel tempo, ma non arriva e la prevedibile violenza lascia spazio al dramma.

L’ambiente da favola domina la serie, e rende tutto in un tono che prevedo qualcuno potrebbe interpretare come ingenuo e buonista, ed in realtà l’intuizione potrebbe non essere poi così campata per aria. Possiamo bearci di personaggio affascinanti, grandi scenografie e dialoghi brillanti, ma purtroppo come spesso succede quando si cerca di mettere troppa carne al fuoco trattando una varietà diversa di argomenti e cercando di caratterizzarli tutti bene, si perde il fine ultimo della macro-trama della serie, ovvero in questo caso lo sviluppo del film.

Se negli episodi precedenti vediamo lo sviluppo attivo, fra discussioni, registi furiosi perché le cose non sono come le avevano immaginate, che scavalcano produttori che s’infuriano e sentono minacciata la propria autorità; fra attori che tentano di ritagliarsi un posto nel film che rappresenterà il primo tassello per la “distribuzione su larga scala”, dando inizio all’era dei blockbuster per forza di cose in modo da non venir afflitti dai conservatori e razzisti che vogliono impedire la diffusione della pellicola – e che inevitabilmente si scontrano con il peggio che Hollywood ha nascosto, la demolizione del proprio io e la molestia – vediamo una mancanza d’attenzione proprio nella scrittura nel “finale hollywoodiano” dove il “pink end” tanto caro agli americani finalmente arriva.

Come in ogni produzione di Ryan Murphy, queste caratteristiche ingenue e favolistiche sono portate all’estremo – dopotutto è il suo stile, prendere o lasciare – senza via di mezzo. Tornando a Tarantino, se il maestro del cinema ci ha mostrato il lato salvifico e magico del cinema, Hollywood parla invece del potere, abusato, mal gestito, e spesso nelle mani sbagliate. Non fa riferimento diretto da temi moderni, come il #MeToo o lo scandalo Weinstein, ma gioca con questi temi dimostrando come il fango che vive fra gli anfratti di quella landa che fabbica sogni siano un orrore negli anni ’40 come lo sono adesso.

Non stento a credere che Hollywood di Ryan Murphy è destinato a fare discutere, come anche a dividere il pubblico, certamente ci sarà chi non apprezza il gioco di finzione nel contesto storico, come è successo per C’era una volta a… Hollywood e Bastardi Senza Gloria, e sicuramente ci sarà chi non apprezza che temi d’importanza sociale come quelli descritti nella serie siano caratterizzati, ma se gli permetterete di prendervi per mano e condurvi in questa “faction” il viaggio verso Dreamland si rivelerà davvero piacevole, sicuramente intrigante, e che di presterà al binge-watching.

Seratul

Seratul

Sono uno scrittore per passione, un cinefilo per destino, ed un intellettuale perché non ho niente da fare. Strano, appassionato di cinema, incline all'informarmi per diletto ed a fare figure cacine all'occorrenza. Capo redattore di Cinespression.it.
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