RECENSIONE – I Am Mother

Netflix stupisce ancora nei momenti in cui si impegna, e con I Am Mother si raggiunge un altro, grande livello di qualità che segue la scia dei progetti di stampo fantascientifico con cui la piattaforma di streaming ama dilettarsi.

Dopo l’eccellente Annientamento di Alex Garland, che metteva in gioco un tipo particolare di fantascienza da grande schermo, purtroppo castrata leggermente dal fatto di averla potuta fruire solo sul piccolo schermo; e dopo il capolavoro che fece conoscere al pubblico del cinema di massa la bellissima e talentuosa Alicia Vikander, Ex_ Machina, cui si può trovare qualche tipi di rimando artistico e tecnico in questo film, con l’eccellente resa fotografica delle parti più fantascientifiche, come il robot co-protagonista chiamato semplicemente “Madre”, visivamente realizzato in effetto visivo con un arricchimento in CGI; possiamo ammettere senza troppi discorsi altisonanti che la pellicola diretta da Grant Sputore, alla sua prima nuova esperienza dietro la macchina da presa da ormai 8 anni, s’impone nel panorama delle grandi produzioni a budget relativamente contenuto, che brilla per la voglia di stupire, affascinare, intrigare e tenere incollati allo schermo.

La pellicola mette su un’ambientazione riconoscibile per il genere fantascientifico, che a tratti potrebbe sembrare già vista all’occhio dell’esperto, o magari di un semplice fautore moderno che negli anni si è fatto una scorpacciata di film come appunto Annientamento, Ex_machina, Moon e altri grandi film del genere; ma in realtà punta tutto su quel qualcosa di familiare con cui riesci a rapportarti – che a tratti mi ha riportato alla mente le bombe di ripopolamento di Interstellar, o la IA creata appositamente per questo servizio all’umanità nel videogioco Horizon: Zero Dawn – per ingannarti e raccontarti una storia con risvolti inaspettati e ben caratterizzati.

Registicamente da favola, ricco ma non ricolmo di soggettive strette che lasciano trasparire spesso il senso di ansia, ed altre che mostrano come la luce giochi sugli occhi come specchio dell’emozione, ma ancor più degna di nota è la realizzazione del personaggio di Madre. Nella pellicola vediamo questo luogo di grandezza indefinita, di locazione indefinita, dove la IA che gestisce tutto, Madre, e la giovane umana incubata e poi cresciuta dalla IA, Figlia (interpretata da un’eccellente Clara Rugaard), che si districa lungo la sua crescita per niente complicata come nuova Eva di una nuova razza umana, estinta per via di una non ben definita catastrofe biologica, qualcosa tipo un epidemia. Madre le spiega che la contaminazione superficiale rende potenzialmente letali tutti i contatti con il mondo esterno, quindi il suo compito è crescere, studiare, mettersi alla prova, così che gli umani del futuro possano vivere in un mondo migliore, una volta passata la contaminazione della nostra ex-culla di vita.

Madre, sia come affetto dietro una maschera di metallo e materiali sintetici, sia come divinità di una nuova razza umana, ma benevola come un novello Signore che ha dato vita ad Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden, le dice di non cercare la conoscenza che l’attanaglia, nonostante la curiosità, perchè questa non le avrebbe portato altro che sofferenza. Quando la giovane, durante il periodo di ricarica notturno di Madre, scopre però che fuori dalla sua culla non esiste contaminazione – grazie ad una provata e ferita Hilary Swank – Figlia prenderà a metter in dubbio ciò che Madre afferma, e oscuri ma pragmatici segreti verranno fuori dai meandri di quello che si capisce essere un bunker.

Fra l’amore per quell’essere così estraneo, ma che ti ha trattato come una figlia lungo tutta la vita; fra la scoperta che c’è di più da sapere fuori dalle porte a chiusura stagna, fra lo spettro di un “esame” che la nostra giovane deve portare a termine, verrà messa alla prova la tenacia della razza umana stessa, il bisogno di appartenenza e di contatto umano, e la domanda stessa circa cosa noi faremmo di fronte ad una scelta drastica… pensare a noi stessi o salvare qualcun’altro?

Il vero grande punto che rende questa pellicola degna di essere vista è proprio quello in cui si differenzia dagli grandi classici della fantascienza. Sarebbe stato semplice cavalcare l’onda di Madre come Hal 9000, intelligenza artificiale con un immenso potere, a cui l’umanità ha affidato la propria sopravvivenza, ma i problemi portati dall’estrema logica e la conseguente estinzione della peggior minaccia per l’umanità – ovvero l’umanità stessa con le sue debolezze, le sue incertezze, e l’inevitabile sensazione che è bene pensare sempre prima a noi stessi che alla collettività – vengono sostituiti da un crescente amore, nella sua modalità anche contorta o estrema a tratti.

Madre si rivela alla fine una machiavellica intelligenza artificiale che ha orchestrato tutto fin dall’inizio, onnisciente e onnipresente fra il giardino dell’eden/bunker e l’esterno ormai morto e desolato, ma che sta lentamente ricrescendo grazie all’arcobaleno d’alleanza venuto dopo il metaforico diluvio. La IA è stata creata per fare il meglio dell’umanità, ovvero estinguerla e crearne una nuova, che si preoccupi per gli altri e che impedisca alle nuove generazioni di commettere gli sbagli del passato, tanto da arrivare a eliminare il “progetto difettoso” qualora si fossero presentati problemi. La metafora teologica pare piuttosto evidente, sopratutto nel concetto della IA come effettiva Madre di un numero enorme di figli, disposta a far soffocare ciò che lei non ritiene sia la migliore delle opzioni per la sua creazione. Tutto però è volto ad arrivare alla consegna finale del testimone, con un umano, Figlia, finalmente in grado di occuparsi degli altri umani.

I Am Mother pone certamente dei quesiti piuttosto interessanti, sopratutto di questi tempi in cui il cambiamento climatico è una realtà effettiva, e la preoccupazione verso questo problema sembra poter essere facilmente messa da parte bollando tutto come cialtroneria. La preoccupazione per il nostro potere viene prima della preoccupazione verso l’altro, e quindi potremmo noi essere alla fine artefici della nostra distruzione e creatori del nostro nuovo creatore? E se ci riuscissimo, saremmo in grado di preoccuparci del futuro della razza umana?