RECENSIONE – Il Filo Nascosto

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Paul Thomas Anderson e Daniel Day-Lewis. Due nomi, una garanzia contro qualsiasi cosa. Inutile dire che dovrebbero bastare già solo questi due geni del cinema per spingervi a vedere un film come Il Filo Nascosto. Film estremamente acclamato dalla critica, tant’è che ha ottenuto non poche nomination agli Oscar di quest’anno, e chiaramente avevo delle aspettative veramente alte per questa nuova pellicola firmata Anderson. D’altronde parliamo del film che contiene l’ultima perfomance della carriera di Daniel Day-Lewis, dato che, come ben saprete, ha dichiarato da tempo di voler abbandonare la recitazione. Motivo in più per credere che quella di Lewis potesse essere un’interpretazione magistrale di un personaggio che solo Anderson saprebbe creare.
Le aspettative sono state soddisfatte? Dire di no sarebbe la più grande bugia che possa dire.

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Da dove si può iniziare col parlare di questo film? Già fare una recensione di questo film è una sfida vera e propria. Anderson è uno dei registi più importanti degli ultimi anni, e le sue opere non sono sempre facili da decifrare. E’ un film estremamente complesso, da vedere dall’inizio alla fine anche più e più volte (e non fermarsi solo ai primi tre minuti, vero Jennifer?), pervaso da un’atmosfera surreale, quasi divina in certi momenti, grazie ad una regia caratterizzata da un’estrema delicatezza. Questa è la parola chiave del film: delicatezza, raffinatezza, grazia, amore, arte. Paul Thomas Anderson cura con estrema attenzione, e delicatezza, tutto quello che accade sul grande schermo e muovendosi negli ambienti con dei movimenti di macchina fluidi, sinuosi. Il regista non crea solo delle immagini, crea dei veri e propri quadri, capolavori dell’arte, grazie anche ad una fotografia bellissima, che, tra l’altro, presenta una storia piuttosto interessante. Quando le riprese del film stavano per iniziare, i direttori della fotografia fedeli ad Anderson, ovvero Robert Elswit e Mihai Mălaimare Jr., non erano disponibili in quanto impegnati con altri progetti. Pertanto ad occuparsi della fotografia de Il Filo Nascosto furono diverse persone, ma una in particolare si è impegnata più di tutte: Paul Thomas Anderson. Che ci crediate o no, Anderson ha direttamente curato soggetto, sceneggiatura, regia e anche fotografia del film. Ditemi ora se questo uomo non è un genio.

Tornando a noi, la fotografia presenta dei chiaroscuri che lasciano a bocca aperta per quanto sono belli. Parliamo di una fotografia che gioca con uno dei colori più particolare di tutti, quello più difficile da usare se vogliamo: il bianco. Un colore che a malapena si può definire tale, asettico, anonimo, il nulla assoluto. Ma questo non ne Il Filo Nascosto, Anderson conferisce a questo affascinante colore un grande ruolo e anche una grande potenza visiva. Le scenografie e i costumi dei personaggi sembrano quasi brillare di luce propria, come se fossero stelle. Proprio questi bellissimi giochi di luce/colori avvicinano le inquadrature alle opere d’arte dell’800, e non sto esagerando. Va anche detto, però, che tale effetto lo si può notare soprattutto (se non solo) guardando il film in pellicola 70mm. Io ho avuto la fortuna di vedere il film nella sala Energia dell’Arcadia di Melzo, vicino Milano, l’unica sala in Italia dotata di un proiettore in grado di proiettare film girati in pellicola nel formato originale, e fidatevi che se volete veramente apprezzare la fotografia di questo film dovete assolutamente vederlo in pellicola.

Il film raggiunge vette di estrema raffinatezza e grazia grazie anche alla straordinaria colonna sonora di Jonny Greenwood, che torna a lavorare per la quarta volta con Anderson. La musica è pura poesia, caratterizzata perlopiù da pezzi suonati al pianoforte che sono al tempo steso forti, inquietanti, surreali, eleganti, dolci e soprattutto molto sinfonici. Il suono molto classico è sempre stato caro a Greenwood e in questo caso è ancor più sinfonico del normale, a causa dell’atmosfera scelta da Anderson per il film. Che dire, se non fosse per Greenwood i momenti più belli del film non avrebbero lo stesso pathos. Basti sentire il tema principale, oppure Never Cursed per capire quanto possa essere fenomenale la musica di questo film.

La fotografia e la regia danno vita a delle inquadrature a dir poco mozzafiato, e grande merito va anche alle scenografie di Tildesley e ai costumi del grande Mark Bridges, ma sono soprattutto questi ultimi che mi hanno colpito tantissimo e che mi hanno sorpreso in particolar modo. Perché? Onestamente apprezzo tutte le forme d’arte (tranne il balletto. Dio mio, che palle il balletto) ma fino ad ora non riuscivo ad apprezzare e a capire l’arte che si poteva celare dietro il mondo della sartoria, dei vestiti di lusso, dei grandi marchi come Versace. Dopo aver visto Il Filo Nascosto ho avuto una sorta di illuminazione. Grazie al magnifico lavoro svolto da Bridges e ai meravigliosi personaggi e dialoghi scritti da Anderson ho finalmente realizzato la grazia, la passione che si cela dietro un abito di una certa classe. Per carità, il film è ambientato negli anni ’50, quindi parliamo di un modo di vestire del tutto diverso, e lo stesso Reynolds Woodcock disegna dei vestiti che già in quegli anni risultano essere “antiquati”, e questo lo fa imbestialire, si infuria contro la massa e la società che sta andando in una direzione dove l’arte della sartoria diviene sempre più austera e priva di quella passione che Anderson mi ha mostrato. Forse è proprio per questo che non riuscivo ad apprezzare appieno l’arte della moda, perché viviamo in un mondo dove la grazia dei vestiti, e degli abiti di lusso, è andata perduta. Un mondo dove gli stilisti hanno perso quei colori, quei disegni, quella passione e quel genio che invece possiede Woodcock e le sue creazioni.

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Reynolds Woodcock è un narcisista, estremamente preciso, in modo anche maniacale. Un uomo che pone al centro di tutta la sua vita il suo lavoro, la creazione di vestiti e sicuramente per questo si sente anche superiore rispetto ad altre persone. Un uomo quasi impossibile da avvicinare per la sua arroganza, per il suo essere talvolta misantropo e emotivamente distaccato, difficile da analizzare se ce lo si trova davanti. Un uomo che però è dotato anche di un senso dello stile e della classe che nessun’altro ha, ed è per questo che le donne sono attratte da lui come se fossero falene che volano verso un fuoco, che prima o poi le ucciderà, perché ignare della sua pericolosità, ma affascinate dalla sua bellezza e dal suo bagliore. Stessa cosa vale per queste donne, che si avvicinano a Reynolds, si innamorano, ma non sempre questo sentimento viene ricambiato, ed esse vengono consumate dall’attesa di essere amate da quest’uomo che sembra essere quasi annoiato da queste donne. Finché non arriva la cara Alma, interpretata dalla bravissima e bellissima Vicky Krieps. Un personaggio molto particolare, che fa riflettere molto su quello che significa “bellezza”. La modella classica è sempre vista come una donna alta, magra, con un seno sporgente ma non troppo. Alma non ha nulla di tutto ciò, ha un fisico perfetto nel suo essere imperfetto, quasi l’antitesi di quello che gli standard del mondo della moda richiedono, eppure Woodcock è colpito sin da subito dalla bellezza di questa donna, e così anche lo spettatore. Perché questo? Perché la bellezza di Alma è una bellezza spontanea, naturale, innocente e pura, come una tale su cui un pittore può dar vita a grandi capolavori. E così, Woodcock utilizza Alma come tela per poter creare i suoi meravigliosi abiti, che risulteranno essere l’uno più bello dell’altro.

Il rapporto che si creerà trai due è magnifico. Come tutte le altre, Alma viene sin da subito colpita dal carisma e dal fascino che Reynolds Woodcock emana 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, ed ignara inizia ad affezionarsi a lui sperando in un amore ricambiato. Inizialmente sembra essere così per davvero, dato che Alma è una donna estremamente forte, cazzuta e spesso stronza tanto quanto Reynolds. Proprio per questo  il nostro protagonista inizia ad innamorarsi seriamente di lei. Ma questo è un amore tra due persone, e una di queste persone è Reynolds Woodcock, un uomo estremamente forte che potrebbe schiacciare la donna che gli sta accanto, che potrebbe espellerla dalla sua vita come un organismo fa con un batterio che lo infetta. Ma Woodcock stavolta è anch’esso ignaro, perché in questo caso Alma è un batterio aggressivo tanto quanto lui. Una donna che per ottenere quello che ha sempre voluto arriva quasi al sorpassare un certo limite, e questo Woodcock non se lo aspetta minimamente essendo un uomo arrogante. E’ per questo che Alma è una vera e propria “minaccia fantasma”, tradotto in inglese con “phantom thread”, un filo nascosto, condotto da un ago che arriverà  a bucare l’animo di Woodcock, fino a cucire insieme a lui l’anima di Alma. L’amore che c’è tra questi due personaggi ha una base fortemente malata, molto andersoniana come cosa, e questo rapporto arriverà ad un finale bellissimo, a metà tra il lieto e il drammatico, come tutta la loro storia.

Un rapporto estremo, romantico, sì, ma quello che c’è tra di loro a momenti sembra essere quasi una lotta per la sopravvivenza. Sia Alma che Reynolds dovranno affrontare alcuni dei momenti più difficili della loro vita, se non i più duri. Quello che per Reynolds era il suo scoglio di salvezza, ovvero Cyril, sua sorella, interpretata da un’elegantissima e carismatica Lesley Manville, non lo aiuterà di certo in questi momenti difficili. Perché Alma è un qualcosa di nuovo, qualcosa che turberà Woodcock nel profondo. Se anche Cyril era infastidita dalle donne che si innamoravano del fratello, adesso anch’essa inizia a provare un sentimento di affetto, di ammirazione, verso la dolce, tremenda, Alma.
Dove questo rapporto porterà i nostri protagonisti non ci è dato sapere, purtroppo, ma con la battuta finale di Reynolds ci si aspetta che le cose possano prendere una piega a dir poco grottesca.

paul thomas anderson GIF by Phantom Thread

La particolarità di questo film è che presenta un cast piuttosto risicato, senza grandi nomi eccezion fatta per Day-Lewis. La Krieps e la Manville sono attrici famose, ma non così tanto da farti dire ‘Toh, ma guarda chi c’è in questo film’. Secondo me questo è un grandissimo pregio per la pellicola, perché così Anderson si è potuto concentrare totalmente su tre personaggi, molto pochi rispetto ad un film normale, così da approfondirli al meglio, per renderli più sfaccettati possibile. Ovviamente manco ve lo sto a dire, Anderson ha scritto una storia molto lenta, ma nonostante il ritmo risulta essere una trama che riesce a tenerti incollato grazie ai meravigliosi dialoghi e al grandissimo comparto tecnico.

Tornando al cast, la Manville si è beccata la nomination come miglior attrice non protagonista, e ci sta tantissimo. La Manville ha dato una prova attoriale veramente notevole. Ma, Vicky Krieps come Alma è stata una vera e propria sorpresa. Un’attrice a me totalmente sconosciuta che mi ha dimostrato sin da subito di saper essere sensuale, dolce, ma anche brutale e estremamente intensa. Non una perfomance a 360 gradi, ma sicuramente di altissimo livello e secondo me la Krieps meritava molto di più della Manville di essere candidata agli Oscar di quest’anno.

E poi, ragazzi, c’è lui. C’è Daniel Day-Lewis. Per parlare della sua perfomance ci si deve dedicare un’intero spazio. Perché ancora una volta Lewis trascende il concetto di recitazione, va oltre, diviene un tutt’uno col personaggio. Come ha detto lo stesso Anderson durante un’intervista: ‘Daniel Day-Lewis è un uomo estremamente divertente. Solo che le battute che fa sono battute che farebbe il personaggio. In pratica sul set non ho mai visto Daniel Day-Lewis’. Sappiamo tutti la preparazione maniacale dell’attore per quasi ogni suo ruolo, e anche per quello di Reynolds Woodcock non si è smentito, e lo si vede. Ora non riesco, e non riuscirò, più ad immaginare il personaggio di Woodcock interpretato da un altro attore. Lewis è Woodcock, nel modo di camminare, nelle espressioni facciali e nella parlata. Non è umano il fatto che Daniel Day-Lewis cambi voce per ogni singolo ruolo, ma anche radicalmente. Vedetevi una scena de Il Petroliere e sentirete la voce di un uomo piuttosto rozzo e burbero, proprio quello che è il personaggio di Daniel Plainview. Se vedete Lincoln di Spielberg sentirete la voce di un uomo vecchio, saggio. E ora se andate a cercare delle scene de Il Filo Nascosto sentirete un’altra voce ancora. Con un accento inglese molto marcato, una parlata estremamente elegante e raffinata. Io non ho la minima idea di come faccia a cambiare così la voce, ma d’altronde parliamo di Daniel Day-Lewis.
Come doppiatore italiano per l’attore è stato scelto Massimo Lodolo, una voce molto particolare e un doppiatore molto bravo che ha fatto un lavoro eccellente con il personaggio di Woodcock. Rendendo molto bene il suo essere antipatico e estremamente, ossessivamente, preciso e distaccato da tutti, eccezion fatta per Cyril. Però la voce rauca e dura di Lodolo, nonostante si sposi molto bene con quello che è il personaggio, non riesce a rendere l’eleganza e la raffinatezza della parlata di Lewis. O meglio, possiamo dire che riesce a rendere l’eleganza, ma di certo non la raffinatezza. Senza togliere momenti in cui il personaggio si apre al pubblico, diviene un uomo che, nei momenti più difficili, mostra tutte le sue debolezze e la sua umanità. Inutile dire che in quei momenti, e in uno in particolare (per chi avesse visto il film dico solo “visione della madre”), Lewis ha recitato in una maniera talmente intensa e perfetta che solo a scriverne mi fa venire la pelle d’oca.

Ovviamente Lewis è stato candidato agli Oscar come miglior attore protagonista, e se la dovrà vedere con Gary Oldman e la sua interpretazione di Winston Churchill ne L’Ora Più Buia di Joe Wright. Onestamente non ho la più pallida idea di chi voglio veder vincitore: perché Oldman lo adoro in qualsiasi parte e sarebbe anche ora che ricevesse un Oscar. Però Daniel Day-Lewis, cazzo, che gli si può dire? Come ho detto prima trascende il concetto di perfezione e nel film di Anderson abbiamo dei momenti di altissimo livello recitativo, forse decisamente più alti di quelli visti ne L’Ora Più Buia. Sono letteralmente dilaniato, ma l’importante è che Daniel Day-Lewis abbia concluso la sua carriera con un ruolo fenomenale, che sicuramente verrà ricordato negli anni forse anche al pari di quello di Plainview ne Il Petroliere.

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Alla fine di questa recensione posso solo definire questo film come capolavoro moderno. Un altro grandissimo film da aggiungere alla filmografia di Anderson, che sicuramente ci regalerà altre pellicole come questa se non migliori. Il Filo Nascosto è un film elegante, raffinato e confezionato come dio comanda grazie ad un aspetto tecnico perfetto. Una sceneggiatura di ferro con personaggi e dialoghi a dir poco memorabili, e che andranno sicuramente a far parte della storia del cinema col passare degli anni. Uno dei film che più attendevo di questo periodo, e sicuramente uno dei più belli che abbia mai visto nell’ultimo mese. Ancora mi sento triste nel pensare che questa è l’ultima perfomance di Daniel Day-Lewis, perché con questo film ha dimostrato ancora una volta di essere uno dei migliori attori che siano mai esistiti nella storia, se non il migliore. Il cinema ha perso un grandissimo artista, ma quello che ci lascia vale la carriera di trenta attori hollywoodiani di grande bravura.

Detto ciò, andate immediatamente a vedere Il Filo Nascosto. Film che secondo me dovrebbe vincere moltissime statuette quest’anno, ma purtroppo abbiamo altrettanti film favoriti, e Anderson molto probabilmente se ne tornerà solo con l’Oscar ai miglior costumi, nemmeno il caro Lewis si beccherà la statuetta. Ma credo proprio che data la natura della sua perfomance, nemmeno un misero Oscar basterebbe per celebrarla.