RECENSIONE – Independence Day: Rigenerazione

Avevo sei anni quando l’ombra di una grande minaccia oscurò la luna, la bandiera americana come simbolo della maggior conquista di pace compiuta dall’umanità fino a quel punto, un segnale a tutti i mondi dell’universo che l’essere umano si è evoluto oltre i propri istinti egoistici, e che un presidente la cui fama era dovuto alla guerra ingiusta, possa eleggersi a capostipite dell’indipendenza umana contro la forza che li vuole sterminare.

Questo era Independence Day, la pellicola di Roland Emmerich che ha fatto da apripista per altri tipi di pellicole come quella, catastrofiche, ricche di effetti speciali realizzati benissimo, capaci di farti immergere nel pericolo e nel pathos delle scene ambientali, dove tutto è minaccia e dove ti puoi immedesimare con la persona in pericolo.

La Terra ha affrontato la minaccia derivante dagli alieni cattivi con tanto di astronavi che ricordano i tipici UFO delle teorie complottistiche, e a venti anni di distanza l’umanità è proiettata in un 2016 alternativo al nostro, dove divergenze e inimicizie sono state messe da parte, almeno dai paesi le cui rappresentanze etniche vengono mostrate, tutto volto a evolvere sia socialmente che tecnologicamente parlando. Il dubbio e la tremenda paura che i nemici dallo spazio un giorno ritornino ha dato modo all’umanità di preparasi, ma saranno all’altezza della sfida?

independence-day-sequel-poster

Roland Emmerich torna dietro la macchina da presa confezionando un piccolo blockbuster anni 90 nel 2016, con il suo classico stampo catastrofista, anche se lo stile si è un po’ asciugato di questi manierismi tipici del regista, probabilmente esauriti in 2012. La pellicola arriva la cinema in un tempo ricco di pellicole che rimandano ai loro vecchi predecessori, utilizzando però fin troppo fan service che distogliendo l’attenzione dalla trama nascondono piccoli buchi di narrazione imperfezioni.

Emmerich, a differenza dei colleghi Colin Trevorrow (Jurassic World) e Alan Taylor (Terminator: Genesys) inserisce delle piccolezze che rimandano al blockbuster catastrofico del 1996, ma utilizza il fan service solo come rimando che non porta niente allo sviluppo della trama, potendo così concentrarsi sul rendere lineare la trama, facilmente comprensibile, senza riempirla di scene “god save the USA”, ma senza sacrificare lo stile “cowboy dello spazio” che un po’ ci aspettavamo dal buon padre dell’americanata made in germany.

independence-dayCome sempre Emmerich mette in gioco i volti e alcune lingue provenienti da altre parti del mondo, e come in The Day After Tomorrow vediamo ancora una volta la sua voglia di trasmettere messaggi senza spiegarli.

Vediamo la base lunare fatta per proteggerci dal possibile ritorno degli alieni cattivi utilizzare sistemi energetici solari ed a fusione fredda, sogno perenne della scienza moderna in cui l’energia prodotta è totalmente ad impatto zero.

Vediamo il cerchio con ed il suo raggio, simbolo di infinito con al centro qualcosa, come una sorta di freccia che indica qualcosa. Potremmo facilmente interpretare come il porre l’umano evoluto al centro di una conoscenza, portata da quel vessillo di pace proveniente dall’universo. Ed è proprio questo che rende il blockbuster un film di tutto rispetto, sequel di Independence Day ma anche capitolo che vive di linfa propria.

Ieri sera, dopo essere appena uscito dalla visione di Independence Day: Rigenerazione ero veramente eccitato come solo un blockbuster caciarone di Roland Emmerich sa fare, ma adesso che ho la mente fredda devo dire una cosa.

Il film mi è piaciuto, molto. Naturalmente come dico sempre a proposito dei blockbuster, questo genere raramente mette in gioco dei tocchi d’arte particolari, e altrettanto raramente porta qualcosa alla cinematografia mondiale, ma questo non fa del genere qualcosa da buttare, o in termini più terra-terra, un trash.

Ho già spiegato come oggettivamente il termine trash sia stato abusato molte volte, complice anche il fatto forse che molti lo usano senza saperne il significato, e comunque non tornerò ancora sull’argomento.

Independence Day: Rigenerazione è il film che si merita, in senso positivo, chi guarda con nostalgia ai grandi blockbuster anni 80-90, ma che con un occhio rivolto verso il futuro vuole anche novità che diano nuova linfa a un film non nato per essere una saga, ma che con la crisi creativa di Hollywood lo è diventato. Ma questo film fa parte di quella crisi? No. A differenza di Jurassic World o Terminator: Genesys, Independence Day: Rigenerazione non cerca il proprio punto di forza nell’operazione nostalgia, seppur incarnandone inizialmente alcuni aspetti. Rivedere quelle star del primo film in questo nuovo contesto a distanza di 20 anni da sicuramente il suo apporto al fan service nostalgico, ma Emmerich trova il modo giusto per utilizzare i “vecchiardi” come un maestro che guarda le spalle al giovane prodigio a cui ha passato il suo modo di essere, che incarna un po’ quel senso di indipendenza seppur rispettoso dell’ombra del sensei.

Independence Day: Rigenerazione è il film che si merita, in senso positivo, chi guarda con nostalgia ai grandi blockbuster anni 80-90, ma che con un occhio rivolto verso il futuro vuole anche novità che diano nuova linfa a un film non nato per essere una saga, ma che con la crisi creativa di Hollywood lo è diventato.

Trovo sia estremamente in linea col primo anche se con dei tocchi di modernismo molto più in linea con lo stile cinematografico di oggi.

Semplice il rimando alle grandi saghe fantascientifiche seriali con Brent Spiner, o alle piccole scene che omaggiano il cinema sci-fi action come Jurassic Park, e come se fosse un tie-in dentro al tie-in il look della nuova minaccia riporta alla mente alcune entità video-ludiche di chi è cresciuto negli anni 90, come Starcraft. Ma strizza l’occhio anche al continuo della saga di James Cameron con Alien – Scontro Finale.

independence-day-2Naturalmente i sono anche diversi punti a sfavore, come la mancanza di alcune caratterizzazioni dei personaggi, la troppo veloce spiegazione della realtà dell’universo e di chi siano gli alieni cattivi, e questa è proprio una parte che forse necessitava di un modo più dettagliato di spiegazione. Naturalmente il tutto è lasciato in stati per dare un incipit al terzo film, il cui finale di questa pellicola predispone, e forse un altro dei punti a sfavore è proprio questo. La modalità in cui è impostato manca di una più particolare modo di essere, riducendosi al classico cliffhanger da serie tv più che da cinema.

Un altro punto dolente è proprio la mancanza di Will Smith la cui dipartita è stata spiegata si nel materiale promozionale, e quindi non è priva di una logica, ma la sua assenza si sente perché il figlio (Jesse Usher) non è capace dello stesso carisma. Per carità, va bene, ma rimane comunque un processo logico inevitabile. Quasi totalmente inutile anche il presidente Lanford (Sela Ward) non abbastanza incisiva, dedita al combinare guai dal fatto che incarna la paura dell’essere umano verso l’ignoto, e non abbastanza all’altezza della resa di Bill Pullman e il suo discorso motivazionale del primo film. Possiamo aggiungere anche l’inutilità di mantenere la comparsa, che poi si è trasformato in un cammeo per via prematura scomparsa, di Robert Loggia ed anche la mancanza di Margaret Colin rimasta senza spiegazione.

Degne di nota le parti invece di Patricia Whitmore, (Maika Monroe) che incarna bene quel senso di resistenza, testardaggine e orgoglio terrestre che l’essere figlia dell’uomo che ha guidato la Terra nella più grande crisi di sempre deve portare; ed anche Liam Hemsworth che dal sentimentale Gale in Hunger Games passa al cowboy dello spazio in questo film, portandoci anche una piccola storia d’amore non troppo centrale per la trama così da non appesantirla.

Particolare la parte di Brent Spiner che incarna una cosa molto particolare a cui però avrei bisogno di un approfondimento, perché magari potrei sbagliarmi. A parte il delirante desiderio, ma anche sano allo stesso tempo, di apprendere di più, arrivare ad uno stadio più alto di conoscenza, grazie a quella particolarità che rende questo film diverso dal primo, c’è il modo di approcciarsi al collega interpretato da John Storey che richiama chiaramente una concezione che Roland Ammerich ha dell’omosessualità. La scena in particolare sembra far capire chiaramente il rapporto intimo fra i due, ma il tutto non viene ingigantito ne spettacolarizzato, viene lasciato intuire dai il loro modo di approcciarsi, senza però metterlo sotto i riflettori, così come il rapporto fra Patricia e Jake. Un modo particolare di vedere questo tipo di rapporti al cinema che ho decisamente apprezzato molto.

Seratul

Seratul

Sono uno scrittore per passione, un cinefilo per destino, ed un intellettuale perché non ho niente da fare. Strano, appassionato di cinema, incline all'informarmi per diletto ed a fare figure cacine all'occorrenza. Capo redattore di Cinespression.it.

Un pensiero su “RECENSIONE – Independence Day: Rigenerazione

Rispondi

Translate »
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: