RECENSIONE – Iron Fist (1° stagione)

Dopo tre giorni, visto che preferisco centellinare le serie invece di andare per binge-watching, posso dire cosa penso di Iron Fist.

Dal mondo sono arrivate recensioni di critica che personalmente non riesco a comprendere. Fin da quando Daredevil ha fatto conoscere i prodotti Marvel/Netflix al mondo, si è capito come questi progetti sono strutturati, ed anche con Jessica Jones e Luke Cage l’antifona non è cambiata. La Marvel Televisione in collaborazione con Netflix e la ABC Studios hanno creato dei prodotti che possono essere liberamente chiamati film a puntate, ed anche se la cosa può far storcere la bocca a qualcuno, la qualità di questo concept innovativo è innegabile.

 

Iron Fist non ci porta nel mondo di magia ed arti mistiche che credevo, ma ugualmente ci racconta una storia surreale, che della sospensione dell’incredulità fa la sua forza. La serie parte con un sorriso e un ricciolo biondo che fin da subito mostra la sua ingenuità. Un personaggio che fa tenerezza, anche se sappiamo essere un’arma vivente. La classica origin story da fumetto viene raccontata mai mai marcata, se non in quei frangenti, fra l’altro d’alta qualità, in cui vediamo la sua percezione distorcersi in un bizzarro modo che lascia trapelare l’idea di magia.

Iron Fist racconta di intrighi ai più alti livelli della Rand Enterprises, di una città che anche se con un anima ormai in procinto di essere salvata, ancora presenta quegli elementi che sguazzano nel fango sotto i piedi dei grandi capi d’industria. Dopo un memorabile Daredevil, un Jessica Jones che ammetto di aver apprezzato soprattutto per il villain, un Luke Cage socialmente impegnato ma a tratti noioso, arriva Iron Fist che ci porta in quel mondo che amo, fatto di ingenuità e intrighi, di giungle urbane e Kung fu, di eroi e guerrieri.

L’oscurità di Devil lascia il posto al sorriso di Danny Rand. Il tormento di Jessica lascia il posto all’amore conosciuto. La rassegnazione di Cage lascia il posto all’incrollabile forza. Tutto questo ma anche una chiara e decisa crescita, un tormento che compare una volta scoperta la verità. L’oscurità che tenta la forza della luce. Senza però mai arrivare ad una rassegnazione. L’incrollabile forza la farà sempre da padrone.

Dal punto di vista tecnico la serie presenta un comparto di effetti visivi che mi sono piaciuti molto, partendo dalla realizzazione del pugno magico che il nostro protagonista ha, fino alle più semplici esplosioni e realizzazioni di green screen, come anche per quanto riguarda le scenografie. Una menzione particolare va alle ambientazioni montane che rendono in una maniera assolutamente fantastica.

La regia dona alcuni piccoli tocchi darti come la maniacale simmetria che si ripropone molto spesso, fino agli stacchi su combattimenti che non solo mostrano il punto di vista durante le parti parlate, ma donano dinamismo a delle coreografie chiaramente non perfezionate in post-produzione. Ancora una volta vediamo la ripresa che tenta di farci immedesimare nei combattimenti, come in Daredevil dove l’importante era carpire la fatica e la violenza. Qui la serie cerca di farci addentrare nell’arte che si cela dietro le mosse di arti marziali. Il suono di un pugno o di un calco, quel tocco che ricorda quasi una onomatopeica, tutto studiato ad arte per cooperare alla sospensione dell’incredulità. In soldoni cerca di coprire il fatto che il budget non prevedeva uno sveltimento delle riprese, come di consueto succede, soldi che poi sono stati spesi probabilmente per un cast di talenti.

Su questo punto una menzione particolare va ai due protagonisti principali, entrambi noti per la serie Il Trono di Spade, Finn Jones e Jessica Henwick. I due riescono dove le altre serie non tentano nemmeno di addentrarsi, in questo amore che cresce fra i due che fin dall’inizio puoi intuire. Questo però non smorza l’impatto emotivo che da, ed anche se spesso di ritrovano a combattere per continuare a vivere, il loro affiatamento ha di che far scuola. Non si perde in inutili scene di sesso con altrettanto inutili nudi come Netflix di solito fa, ma ti costruisce una base di diffidenza che muta in affetto, una fiducia che anche se viene tradita non porta all’odio o alla distanza, ma al dispiacere, una dolcezza narrativa che raramente ho visto in un prodotto della piattaforma di streaming.

Per quanto riguarda il comparto villain, che fino a Killgrave la Marvel/Netflix ha decisamente centrato il punto, vediamo ancora una volta lo stile che abbiamo visto in Luke Cage. Nella serie ambientata ad Harlem era il razzismo e la diffidenza a far da nemico principale, qui è il desiderio di vendetta e quello di adempiere al proprio destino. Il nemico del nostro Iron Fist si realizzerà anche in altro, come l’organizzazione criminale detta La Mano, e ci saranno numerose occasioni in cui vedremo il nostro Danny Rand contrastarla al fine di terminarne l’esistenza, così come fin da piccolo gli è stato insegnato, ma l’eroe non si comporta così, gli dice la sempre presente Claire Temple. Purtroppo, proprio come in Luke Cage, il bisogno di umanizzare il nemico ha un po’ increspato l’essenza di quanto ho detto, e la famiglia Meachum verbalizzerà questo bisogno. Per quanto abbia apprezzato il parallelismo col drago, con quel nemico nascosto nell’ombra, per quanto abbia apprezzato il dualismo fra amici e astiosi che Joy e Ward hanno adottato con Danny fin da subito, per quanto abbia apprezzato che anche loro abbiano avuto una storyline chiara assieme ad una crescita, il loro ruolo alla fine si è rivelato quello di comprimari, non di protagonisti.

In ultimo qualche altra riflessione. Come ho già detto non mi trovo d’accordo con niente di quello che è stato detto dalla critica internazionale. Non ho trovato la serie lenta, anzi, forse un po’ troppo veloce. L’aprirsi di diverse storyline contemporanee ha giovato molto al cast che presenta una delle migliori, se non la migliore, delle caratterizzazioni viste in un prodotto Marvel/Netflix. La struttura delle puntate ha avuto il grande potere di mettere curiosità al termine della puntata, mentre per il resto è stato ben architettato, si, anche se con qualche parte che è stata posta evidentemente per allungare il brodo, così come è successo per Jessica Jones, Luke Cage e la seconda stagione di Daredevil. Alcune cose si sono strutturate in una maniere un po’ troppo veloce, ed il personaggio di Claire Temple è tornato ancora una volta nel solito ruolo. L’ingente modifica però che le è stata data, così come in Luke Cage, ha reso il personaggio un po’ la guida morale dei supereroi, cosa che ho apprezzato molto.

Insomma, Iron Fist si conferma un’altra grande serie Marvel/Netflix.

Seratul

Seratul

Sono uno scrittore per passione, un cinefilo per destino, ed un intellettuale perché non ho niente da fare. Strano, appassionato di cinema, incline all'informarmi per diletto ed a fare figure cacine all'occorrenza. Capo redattore di Cinespression.it.

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