Recensione: JoJo Bizarre Adventure – Diamond is Unbreakable Ch.1

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Venticinque anni fa un giovane e scanzonato mangaka giapponese con un profondo amore per il cinema e la musica occidentali creò, senza probabilmente rendersene conto, una delle storie più prolifiche, divertenti e affascinanti che il fumetto giapponese abbia mai visto: le Bizzarre Avventure di JoJo.

Con il suo fumetto Hirohiko Araki ha raccolto gli elementi più importanti della cultura pop degli anni ottanta ispirandosi a canzoni, film e a fumetti come Hokuto no Ken, per dare il via a una storia che nel tempo non ha mai smesso di crescere ed evolversi, giocando con i generi più disparati, fino a creare un vero e proprio canone estetico.

La storia, divisa in otto archi narrativi con protagonisti sempre differenti, racconta le vicissitudini della stirpe dei Joestar che dalla fine del 1800 si confronta contro il male per proteggere l’umanità.  Caratteristica che accomuna i protagonisti, membri di questa famiglia, è una voglia a forma di stella a cinque punte sulla spalla e le iniziali del nome e del cognome che vanno a formare il soprannome “JoJo”.

Per celebrare dunque il venticinquesimo anniversario dell’opera la Toho Company Ltd. E la Warner Bros hanno deciso di realizzare un progetto molto ambizioso e decisamente complesso: trasporre in pellicola la quarta serie del manga, Diamond is Unbreakable, una delle più amate dai fan, ambientata nel Giappone ddl 1999 nella fittizia città di Morio-Cho. E a chi affidare un progetto simile che per molti era considerato come irrealizzabile? Ovviamente a Takashi Miike, maestro del cinema giapponese che si è già cimentato con successo nella trasposizione cinematografica di grandi opere del fumetto giapponese (l’Immortale su Netflix ne è una prova).

Miike ricostruisce la fantastica Morio-Cho in Spagna, a Stiges, creando un film thriller incredibile e mozzafiato, carico di una componente fantascientifica non da poco e di un inaspettato sottotesto sociale.

Protagonista della storia è Josuke Higashikata (l’incredibile Kento Yamazaki), un teppistello che si ritrova suo malgrado invischiato nelle traversie della famiglia Joestar in maniera del tutto inaspettata. Dotato di uno Stand chiamato Crazy Diamond, capace di “aggiustare” ciò che è rotto o ferito, oltre a possedere le classiche forza e velocità, il giovane Josuke si ritroverà fra capo e collo parecchie grane, poiché la quiete della sua tranquilla cittadina viene d’un tratto interrotta dal ritrovamento di una mistica freccia capace di donare uno Stand a chi ne viene colpito. Per le strade di Morio-cho, dunque, compaiono, giorno dopo giorno, i più svariati e bizzarri individui in possesso di poteri strani, ma la minaccia più grave per Josuke e per la città stessa è quella costituita da un misterioso ed efferato serial killer che, nell’ombra, miete vittime ormai da anni.

Miike costruisce l’intreccio della storia in maniera intelligente, in modo che anche coloro che non hanno mai letto il manga si possano approcciare al film. Nonostante budget basso per una produzione simile (anche se piuttosto elevato per gli standard giapponesi) il regista ricostruisce perfettamente i luoghi e le atmosfere della città inventata da Araki e, prendendosi  i giusti tempi, riesce anche ad approfondire maggiormente i personaggi in scena, evitando di cadere nell’errore di dare per scontati alcuni caratteri principali dell’opera, pensando a una possibile fruibilità del film per tutti gli spettatori.

Il film si sviluppa dunque come un thriller dal carattere fantascientifico, e anche qui, aiutato da una fotografia dai toni cupi, da una colonna sonora ad effetto e da un montaggio al cardiopalma, rende epici tutti i combattimenti, rappresentando gli spiriti guerrieri dei protagonisti, gli Stand, con efficacia rendendo credibili le assurdità che normalmente accetteremmo solo in un fumetto e dimostrando che non è necessario un budget esorbitante per fare un cinecomic di alta qualità.

La tensione sapientemente distribuita durante il film si alterna a poche, preziose scene, cariche di divertimento e ironia in cui Miike si prende qualche piccola libertà sull’opera personale per approfondire i personaggi secondari (limitati spesso nel fumetto a semplici sagome) e  ad insinuare una sottile critica alla società giapponese che spesso è volentieri abbandona i ragazzi a loro stessi pretendendo comunque che non diventino teppisti ma diano comunque grandi risultati, il tutto presentato da scene cariche di quella comicità fisica ed esagerata tipica del cinema giapponese.

Menzione speciale va agli attori che prendono molto sul serio il loro ruolo e non si limitano a ricalcare i personaggi del fumetto nelle pose più sciocche (risultando ridicoli come nel live action di full metal alchemist) ma cercando di rappresentarli nella maniera più umana e realistica possibile, portando noi spettatori ad immedesimarci tanto nella storia da accettare perfino il loro aspetto unico e le loro capigliature a dir poco particolari, il tutto sempre merito di Miike che ha scelto di fare il suo film, basandosi sul lavoro di Araki senza trasporlo però alla lettera ma allo stesso tempo senza tradire l’anima dell’opera, anzi arricchendola in modo da creare un film interessante e coinvolgente.

Il live-action di JoJo è stato per me una grande sorpresa, non pensavo che si potesse riuscire a rendere così bene un fumetto come JoJo e a costruire una storia di fantascienza tanto bella e coinvolgente con un budget così alto ma Takashi Miike è riuscito a stupirmi e credo che stupirà anche tutti coloro che vedranno il film (anche se ancora non è disponibile in italiano) e che rimarranno incantati dal mondo creato da Araki e trasposto con tanta attenzione e amore da tutti coloro che hanno lavorato a questo progetto.

Non ci resta che aspettare il seguito, ancora da annunciare la data di uscita, e, fino a quel momento, goderci il regalo che Miike è riuscito a donarci.