RECENSIONE – Joker

Joker. Il Principe del Crimine, il Giullare dell’Omicidio. Numerosi sono i nomi affibbiati a questo personaggio, che possiamo tranquillamente definire come il villain più famoso della storia del fumetto occidentale, se non addirittura mondiale, che con film quali Batman di Tim Burton e Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan è diventato anche un’icona del grande schermo, grazie alle interpretazioni di attori magistrali quali Jack Nicholson e Heath Ledger.

Ed ora, dopo mesi, anni di attesa, dopo discussioni, dubbi, trailer, e inimmaginabili vittorie alla Mostra del Cinema di Venezia, il duo Todd Phillips / Joaquin Phoenix arriva finalmente nelle nostre sale con Joker, dove ci viene raccontata la storia di un uomo, di sua madre, di follia, caos, danza, di una società distrutta dal capitalismo.

Joker è questo, e molto, molto, molto, altro. Joker è un film, che racconta le inesistenti origini di un personaggio dei fumetti, sconfitti, distrutti, dalla storia, dai personaggi, di questa pellicola.

Todd Phillips prende i fumetti, conosce il Joker, ne capisce l’essenza pura, e la butta su pellicola come piace a lui, ignorando completamente ciò che un fan classico del personaggio vorrebbe. Perché? Perché fare questo quando si avrebbe un incasso e un accoglienza facile se si dà ciò che il fan vuole? Perché Phillips quasi per miracolo, dopo aver iniziato una carriera con commedie quali Una notte da leoni e Parto col folle, tira fuori un film del genere? Perché Phillips, in quanto autore, in quanto cineasta, non deve assolutamente nulla ad un fan dei fumetti. Assolutamente nulla. Un regista cinematografico deve soddisfare sé stesso in primis, e il mondo del cinema in secundis. Perché il pubblico, soprattutto quella che caratterizza la comunità “nerd” o “geek”, non sa mai, MAI, quello che vuole finché non lo vede. Una comunità che pensa di esser sceneggiatrice dei film basati sui loro amati personaggi, scrivendone la trama con puerili teorie sui social.

La massa non può chiedere ad un artista come raccontare la storia di un personaggio, che sia ideato da lui o meno. Perché quando tale personaggio, e il suo mondo, finisce nelle mani di un artista, di un regista, allora quest’ultimo ci può fare quello che vuole. Non ci sono regole da questo punto di vista nel cinema, se non quelle della pura grammatica cinematografica.

Se vi lamentate di cambiamenti, cambi di punti di vista, riguardo determinati personaggi, dal Joker fino a Thomas Wayne, perché non rispettosi della loro controparte fumettistica, allora è semplice: il cinema non fa per voi. Non è una cosa grave, avete sempre i vostri straordinari fumetti (prima che qualcuno fraintenda, ritengo The Killing Joke e Il ritorno del Cavaliere Oscuro dei veri capolavori), ma lasciate il cinema ad altri.

Perché Joker non è un cinefumetto. Non è un film supereroistico. È Cinema, quello con la ‘C’ maiuscola.

Joaquin Phoenix in Joker (2019)
Arthur Fleck (Joaquin Phoenix)

Todd Phillips, insieme al co-sceneggiatore Scott Silver, racconta la storia di un uomo malato, solo, alienato dalla società a causa di una malattia, ma anche a causa di un sistema che da sempre allontana i più deboli, i reietti, trasformandoli nei mostri che poi i ricchi e i potenti ipocriti si sentono di dover denunciare come pazzi, animali privi di scrupoli.

La criminalità non è nient’altro se non la conseguenza diretta dei difetti di una società.

Siamo in una Gotham specchio della New York scorsesiana degli anni ’80. Una città sporca, piena di rifiuti, violenza, ratti, persone in giacca e cravatta ben peggiori dei poveri clown che potete trovare per strada. Una volta entrati in sala, vi trovate di fronte ad un film che permette alla Nuova Hollywood di rivivere miracolosamente più di quanto mi sarei aspettato. Difatti Arthur Fleck è l’emarginato e sadico Travis Bickle di Taxi Driver, ma anche l’ambizioso ma bistrattato Rupert Pupkin di Re per una notte. Personaggi entrambi interpretati da Robert De Niro, sotto al regia di Martin Scorsese, in due pellicole simbolo della Nuova Hollywood, in particolare Re per una notte viene ampiamente citato con il personaggio di Murray Franklin interpretato da Robert De Niro, che sembra quasi essere Pupkin dopo esser diventato il comico che ha sempre voluto essere.

Scorsese è infatti fonte d’ispirazione massima per questo Joker. Si parte dal vecchio logo della Warner Bros., dai titoli di testa e di coda vecchio stile, dalle scenografie con la già citata Gotham in salsa New York anni ’80, per passare per i costumi di Mark Bridges, sempre molto scialbi, sporchi, poveri, mai fumettosi, e ciò nonostante di gran classe, ed infine arrivare ad una fotografia ad opera di Lawrence Sher che raggiunge la perfezione. Una fotografia organica, fatta di luci molto tiepide, con un angosciato blu, un malato verde ed un infuriato rosso che dominano le inquadrature, composte magnificamente da Phillips.

Una fotografia che funziona perfettamente nel veicolare determinate sensazioni allo spettatore, e anche nell’omaggiare la Nuova Hollywood, con la volontà di girare il film su pellicola 70mm: formato che rende l’esperienza di una potenza inaudita. Omaggio che infine culmina con il nostro protagonista: Joaquin Phoenix.

Joaquin Phoenix in Joker (2019)
Arthur Fleck / Joker (Joaquin Phoenix)

Attore che da sempre ha dimostrato di essere un grandissimo interprete, ma che con questo film decide di andare semplicemente oltre e dare una delle perfomance più intense degli ultimi 40 anni. Arthur è malato, e tu senti fisicamente la sua malattia. Arthur è arrabbiato, e tu senti dentro di te la sua rabbia, e così anche la sua tristezza, la sua paura, ed infine la sua liberazione, la leggerezza, la follia, il caos. Una libertà che viene continuamente richiesta da un Joker che vive nascosto nell’animo del personaggio, che cerca di prendere il controllo con una risata (forse) spacciata per malattia, che, guarda caso, viene sempre fuori nei momenti cruciali della vita di Arthur. I momenti che chiave che forgiano il Joker, e che arriverà a distruggere, o ad evolvere, il nostro protagonista.

Tutto ciò veicolato dalla perfomance di un Phoenix che faccio veramente fatica a descrivere a parole, viste le sensazioni che mi ha trasmesso. Una perfomance talmente perfetta che fa sembrare Nicholson e Ledger degli attori iscritti al primo anno di scuola di recitazione. Una perfomance che ha portato Phoenix ad un dimagrimento che ha reso il suo corpo simile a quello di un ghoul, che lo ha portato a scovare una risata malata, una sorta di richiesta d’aiuto, ed un’altra risata ancora, più acuta, ancor più disturbante, che rappresenta appieno la maschera dietro cui Arthur decide di nascondersi per tutto il film, finché alla fine non deciderà di toglierla per mostrare il suo vero essere.

Joaquin Phoenix è il film. La camera da presa raramente si stacca dal suo personaggio per concentrarsi sugli altri comprimari (interpretati tutti benissimo, da Zazie Beetz fino a Brett Cullen) per giusto un paio di inquadrature. Ma d’altronde Phillips vuole che noi ci sentiamo Arthur per due ore di film consecutive. Vuole che noi ci sentiamo in gabbia, oppressi, emarginati, distrutti esattamente il protagonista. Noi dobbiamo diventare Joker, dobbiamo unirci alla folla di anarchici oppressi che inizieranno a assediare Gotham pian piano. Una malinconia, un tormento che non può esistere nello spettatore senza la colonna sonora straziante, ma di una bellezza trascendentale, dell’islandese Hildur Guðnadóttir. Una colonna sonora di violini e violoncelli che imprime su pellicola tutte le sensazioni e le emozioni che ho prima menzionato.

Uno straziante inno anch’esso frutto del male che causa tutto ciò: la società capitalista statunitense.

Robert De Niro, Joaquin Phoenix, and Marc Maron in Joker (2019)
Gene Ufland (Marc Maron) e Murray Franklin (Robert De Niro)

Una società che consuma, che sfrutta, che getta via per poi lamentarsi che la spazzatura puzza. Una società rappresentata dal capitalista per eccellenza: Thomas Wayne. Personaggio sempre visto come un santo, come un uomo dai principi di ferro, che vuole il bene del popolo, ma questo perché lo abbiamo sempre visto con gli occhi di un unico personaggio: Bruce Wayne. Ma quando cambiamo prospettiva, quando siamo dalla parte del popolo, allora è lì che vediamo ciò è veramente Thomas Wayne: un capitalista rappresentante dell’edonismo reaganiano degli anni ’80, che manipola per non sporcarsi le mani.

O forse no? Cos’è reale e cosa no? Il mondo sta diventando effettivamente più pazzo oppure siamo noi ad esserlo? È più importante la domanda o la risposta? E tra queste due, quale ci porta alla pazzia? Ma ciò non è importante, perché la vita è come una barzelletta, e sta decidete come raccontarla.

Tutto ciò condensato in un finale da storia del cinema. Con un montaggio, una fotografia che non esiste per quanto perfetto. Un finale che prende a pugni nello stomaco lo spettatore, per farlo tornare a casa con mille pensieri per la testa, portandolo alla pazzia, esattamente con Arthur Fleck. Solo che alla fine, il caro Fleck, risulterà esser più libero e meno angosciato di noi.

Joaquin Phoenix in Joker (2019)
Joker (Joaquin Phoenix)

Probabilmente ho scritto la peggiore o la miglior recensione che potete trovare su questo blog, ma non ha importanza. Nulla ha importanza dopo un’esperienza come questa. Le emozioni, le riflessioni, la denuncia, l’anarchia e la danza sono ciò che restano nello spettatore, e direi che basta e avanza.

Questo è per me Joker: una pellicola rivoluzionaria sotto tantissimi punti di vista, attraverso la quale rivive una delle correnti più importanti del cinema, e che si afferma come l’opera che ha meglio rappresentato il personaggio del Joker. Non parlo di miglior opera cinematografica, no no, ma opera in generale. In tutta la mia vita non ho mai visto il concetto di Joker rappresentato così bene, né su carta, né su pellicola, e pertanto mi inchino di fronte al lavoro di Phillips, che ha dimostrato di esser uno dei pochi ad aver veramente capito l’essenza e il potenziale del personaggio, e che il cinema non ha assolutamente bisogno di linee guida per raccontare la storia di un personaggio.

Detto ciò vi lascio, perché ho finito le parole per lodare questo film, e mi resta solo tanta voglia di ridere e ballare.