Recensione: Jurassic World – Il regno distrutto

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Recensione di Jurassic World Il regno distrutto di Juan Antonio Bayona
Una densa coltre di fumo grigio si estende sopra Isla Nubar. Sono passati tre anni dal nostro ultimo viaggio nel famoso Parco dei Dinosauri, che avevamo lasciato nella distruzione più totale dopa la fuga dell’Indominus Rex, dinosauro ibrido creato attraverso esperimenti genetici. L’uomo non calca più il terreno dell’isola da anni e i dinosauri sono liberi di muoversi per tutta la sua estensione, la natura si riprende il suo terreno inghiottendo costruzioni e tecnologie, ma un altro terribile fenomeno naturale è in atto: il vulcano dell’isola si è improvvisamente riattivato e rischia di portare i dinosauri ad una nuova estinzione.
Il mondo si trova davanti ad un difficile interrogativo: salvare i dinosauri da questa catastrofe o lasciare che la natura faccia nuovamente il suo corso? La società si divide tra chi sostiene i diritti di questi animali giurassici e chi li vede come un grande pericolo per l’umanità.
Ritroviamo la dottoressa Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) a capo dell’associazione Dinosaur Protection Group per salvare i dinosauri, è decisa a tornare sull’isola per cambiare il destino degli animali e coinvolge nella sua folle missione anche l’ex addestratore di dinosauri, Owen Grady (Chris Pratt), intenzionato a ritrovare Blue, il Velociraptor da lui allevato. I nostri protagonisti saranno affiancati in questa nuova avventura da altri due personaggi. Il giovane Franklin Webb (Justice Smith), esperto di codici informatici che non desiderava affatto conoscere dal vivo i dinosauri, e la dottoressa Zia Rodriguez (Daniella Pineda), una paleo-veterinaria che invece non vede l’ora di incontrare il soggetto dei suoi studi nella realtà. Il loro progetto è finanziato dall’anziano imprenditore Benjamin Lockwood, socio di Hammond ai tempi del primo Jurassic Park, ma il tutto è gestito dal suo giovane braccio destro: Eli Mills, un personaggio misterioso. Verrà introdotta anche la piccola Maisie, la nipote adottiva di Benjamin che avrà un ruolo centrale nella seconda parte del film.
I nostri protagonisti sull’isola scopriranno che i loro piani non andranno come sperato. Dovranno affrontare l’eruzione di lava del temibile vulcano e allo stesso tempo sfuggire ad un’imboscata imprevista che cambierà il punto di vista dell’intera missione, che si concluderà ben lontano da Isla Nubar.
Il film parte in quarta con un’apertura degna dei vecchi Jurassic Park. La narrazione è fluida e ci inserisce nella storia senza intoppi. I personaggi che già conoscevamo, in questo secondo capitolo hanno la possibilità di essere approfonditi ed evoluti, sviluppandosi attorno a tematiche più complesse. I nuovi personaggi sono ben caratterizzati e si inseriscono a pennello nel gruppo, portando determinazione, dal lato della dottoressa Rodriguez, e una buona spalla comica-realistica con il pauroso Franklin Webb (siamo seri, chi non urlerebbe alla vista di Baryonyx affamato?). La colonna sonora se la gioca benissimo con strizzatine d’occhio ai nostalgici e rimaneggiamenti nuovi che non guastano la sua bellezza.
La regia è affidata a Juan Antonio Bayona (Sette minuti dopo la mezzanotte, The Impossible) che segue e rispetta il retaggio della saga di Spielberg ma riesce anche ad innovare con dei tocchi registici personali. Lo possiamo notare nel forte carico di suspance che accompagna le scene con i dinosauri più feroci, dove il regista gioca con luci, riflessi ed ombre per farci solo intravedere ciò che temiamo, facendoci trattenere il fiato sulle poltrone. La telecamera si muove con ritmi alternati, prima terribilmente lenta fino allo spasimo e poi in un turbinio di corse e scatti. La dinamicità non manca e tieni incollati allo schermo, anche se in certi punti troviamo dei tagli un po’ confusionari che possono disturbare in alcuni momenti molto action.
Non si badano a spese per la creazione dei dinosauri di questo film, che ritroviamo in tutta la magnificenza realistica degli animatronix. I pupazzoni elettronici eseguono magnificamente il loro dovere e ci portano ad assaporare quel brivido di realtà che sta dentro gli schermi. Gli effetti speciali, che li accompagnano, sono di qualità e non ingombrano eccessivamente la pellicola, rendendo il tutto più digeribile.
Come già detto la storia scorre veloce ma non possiamo fare a meno di girarci indietro e vedere alcune tirature della sceneggiatura che ci faran storcere il naso in alcuni momenti. Finita l’adrenalina visiva delle scene action, scorgiamo dei problemi di narrazione che potrebbero renderci la visione appesantita da costanti dubbi e perplessità da non sottovalutare. Forse è proprio questo uno dei più grandi difetti del film; la volontà di innovare la storia del Parco si inerpica e inciampa nell’accumulo di risvolti e cambiamenti che ci rendono, da metà film in poi, difficile la digestione di alcune scene a dir poco confuse. Maggiore semplicità in alcuni punti avrebbe favorito lo scorrere del tempo e soprattutto la godibilità del film. Ci sono anche da considerare alcune inquadrature un po’ troppo enfatizzate e pompose che rischiano di passare dall’epico al ridicolo. Punto positivo invece per i dialoghi che in questo film diventano più seri e controllati, la comicità è inserita nei tempi giusti e non risulta ridicola o ridondante, non va ad intaccare la bellezza delle scene e ci lascia col sorriso stampato sul volto più di una volta.
Nel suo complesso il film riesce a cavarsela. Dobbiamo considerare che gareggia con dei precedenti che sarà impossibile ricreare. La bellezza cinematografica e la reazione emotiva dei primi Jurassic Park è un retaggio molto pesante da portare sulle spalle e questa nuova saga cerca di attirare nuovo pubblico con una visione più moderna che non potrà mai soddisfare tutti.
La pellicola lascia dei bei temi di riflessione, il più importante di essi viene scandito dal monologo di Ian Malcom (Jeff Goldblum) che già possiamo scorgere nei trailer del film: l’essere umano è in grado di gestire l’arrivo di una nuova vita da lui creata?
L’uomo creatore di vita si sente Dio, è un Dio, ma è davvero in grado di gestire la sua creazione? Il ritorno dei dinosauri è una drastica linea spezzata nel filo perpetuo del corso naturale, una forzatura genetica di cui non possiamo prevedere i risvolti. Molti sono i momenti nel film in cui ci chiediamo se dobbiamo provare pietà per questi dinosauri o se dobbiamo pensare alla sopravvivenza esclusiva del genere umano e del mondo come noi lo conosciamo. Salvare i nostri “figli” del passato o lasciare che la natura li distrugga una seconda volta, quasi come se tutto fosse scritto nel loro stesso destino? Questo è il pensiero costante che ci accompagna per tutta la visione.
Un altro punto cardine è l’evoluzione della genetica. Siamo riusciti a ridare vita agli antichi dinosauri, siamo addirittura riusciti a crearne di nuovi e maestosi, ma che succederebbe se applicassimo questi esperimenti su altre specie, per esempio, sugli esseri umani? La morale si divide e si affronta una riflessione che non ha risposte, una riflessione che ci porta un pizzico di aspettativa per il futuro ma anche una buona dose di timore per ciò che potrebbe accadere in uno scenario simile.
La razza umana rimane il pericolo più grande, ribalta il corso della vita e ricrea ciò che è scomparso, ma il finale di Jurassic World – Il regno distrutto, ribalta le carte in tavola e le posizioni dei giocatori. Il titolo prende finalmente un senso più letterale e ci catapulta nello scenario disastroso del capitolo finale che segnerà uno spartiacque definitivo tra dinosauri e umanità.