RECENSIONE – Kin

A Detroit, il giovanissimo Eli Solinski si imbatte in una pistola ad alta tecnologia. Quando suo fratello Jimmy finisce nei guai con un grosso criminale, i due si trovano ad affrontare esercito di teppisti e due soldati pesantemente corazzati.

Sin da quando il primo trailer Kin arrivò online mi interessò non poco, un po’ per il mio amore per il sapore di pellicola a se, o magari per l’animo indipendente che trasmetteva, ma ovviamente anche per la presenza di grandi attori in parti più o meno presenti, come Dennis Quaid, Zoe Kravitz e James Franco. L’idea alla base del ragazzino che d’improvviso di trova per le mani l’oggetto d’interesse fantascientifico di turno rimanda molto ai film anni ’80 come Navigator, E.T. e tanti altri, ma l’estetica moderna poteva svecchiare un po’ questi adattamenti.

Kin tenta l’approccio a diversi generi in maniera particolare, spazia dal noir al thriller, dal drammatico allo stile anni ’80, arrivando poi all’avventura in stile road trip combinato all’heist movie, purtroppo però non riuscendo a caratterizzare bene nessuno degli aspetti che possiede. La pellicola, seppur ben realizzata dal punto di vista visino, il che è non sorprende visto il budget di 30 milioni di dollari, tenta maggiormente nel caratterizzare la tensione della fuga dei due protagonisti, assieme alla spogliarellista interpretata dalla Kravitz, che nonostante il suo ruolo non osa mai per davvero, e funge più da giovane angelo della suburbia con le ali spezzate. Vorrebbe cercare di rappresentare una sorta di “nuova mamma” o magari una sorella maggiore, e tenta di farlo, non riuscendoci a pieno.

La fuga è condita dalla minaccia del gangster interpretato da Franco, che ruba decisamente la scena inizialmente e lungo il film nelle poche apparizioni, ma anche da due loschi figuri dall’aria minacciosa, che intendono recuperare l’oggetto fantascientifico arrivato nelle mani del giovane protagonista di colore interpretato da Myles Truitt. Il problema della pellicola sta proprio nella caratterizzazione della trama che ruota attorno all’oggetto. non fosse per la scrittura un po’ ingenua di alcune parti della sceneggiatura.

Le premesse iniziali lasciavano intendere il ritrovamento casuale di quel fucile fantascientifico, l’entrata in possesso e l’utilizzo, come nelle più classiche avventure anni ’80 di questo tipo, ma ciò che ha rovinato questo particolare è la connotazione totalmente inutile da Young Adult che gli è stata data sulla fine della pellicola, rivelando l’intenzione dietro alla trama. La casualità dietro al ritrovamento dell’oggetto, assieme ad una mancanza di spiegazione ma solo semplicemente una restituzione ai legittimi proprietari, avrebbe reso il tutto molto più affascinante, senza bisogno di spiegoni finali dove emergono questioni classiche degli YA come l’essere predestinati, scelti o giudicati idonei da un’ignota entità o gruppo di persone superiori o bistrattate.

La questione sarebbe potuta anche andare bene, se non fosse che toglie tutto l’alone di mistero montato fino a quel momento in un modo non propriamente eccelso, ma anche volendo inserirla sarebbe dovuta essere caratterizzata un minimo lungo lo svolgimento della trama, cosa che effettivamente non avviene mai. L’identità dei due inseguitori fantascientifici ci viene mostrata fin da subito come violenta, indagatrice e sprezzante dell’incolumità altrui, cosa che quindi ce li fa inquadrare come i nemici. La cosa quindi cozza con ciò che viene descritto successivamente.

Forse alla fine, anche se il film risulta piacevole, davvero ben diretto e ben recitato, la spiegazione da YA rovina l’alone di mistero e lo stile anni ’80, tanto che forse alla fine è meglio recuperare il cortometraggio diretto dagli stessi registi che ha ispirato il film, Bag Man.