RECENSIONE – La Ballata di Buster Scruggs

Ci sono genitori in tutto il mondo che possono dichiararsi felicemente soddisfatti dei propri figli, ma non oso immaginare l’immensa soddisfazione che un genitore potrebbe provare se avesse avuto come figli due uomini come Joel Ethan Coen. Due dei migliori sceneggiatori e registi degli ultimi anni, se non di sempre, che hanno confezionato film straordinari divenuti cult e che possiamo tranquillamente etichettare come capolavori. Da Il Grande LebowskiNon è un Paese per Vecchi, i Coen ci hanno abituato ad un determinato stile, ad un certo tipo di comicità e di violenza, e soprattutto alla loro volontà di rappresentare l’America come paese e come popolo sotto tutti i punti di vista. Tutte caratteristiche che possiamo riscontrare in ogni film dei due fratelli, ma in particolar modo li possiamo trovare tutti elegantemente ammassati nel loro ultimo lungometraggio prodotto da Netflix e premiato al Festival di Venezia per la miglior sceneggiatura. Parliamo de La Ballata di Buster Scruggs, uscito poche settimane fa e che sembra essere una sorta di manifesto della poetica dei fratelli Coen. Un manifesto che non può far altro che lasciare un’enorme impronta nella storia del cinema.

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La Ballata di Buster Scruggs è un libro, un libro di storie western che i fratelli Coen sfogliano allo spettatore raccontandogli sei storielle che racchiudono perfettamente tutta la loro poetica e i temi da loro solitamente trattati, che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni, grazie ad una sceneggiatura praticamente impeccabile sotto tutti i punti di vista e una regia che riesce, attraverso inquadratura e movimenti di macchina, a prendere lo spettatore e sbatterlo di prepotenza in quell’ambientazione dove la Morte, l’avidità e i difetti della natura umana regnano sovrani. Una regia camaleontica che cambia in base alla storia che i registi vogliono raccontare: passiamo da una regia più coeniana a quella più leoniana (l’inizio di Near Algodones profuma di C’era una volta il west da miglia di distanza) per arrivare infine a quella più tetrale, dove tutta la storia viene raccontata all’interno di una singola e stretta location. Stesso discorso vale anche per la meravigliosa fotografia ad opera del maestro Bruno Delbonnel, grandissimo direttore della fotografia che usa una quantità di colori e di toni che tende a infinito. Abbiamo scene dai colori terrosi e aridi, scene invece con atmosfere più dark, fredde e vellutate, altre sono una vera e propria orgia di colori.

Prendiamo tutti questi elementi e otteniamo sei corto / medio metraggi che riescono a parlare delle stesse cose seppur con regia, storie e personaggi completamente diversi. Inutile dirlo, come per quasi tutti i film dei Coen la morte e la violenza regnano sovrani, d’altronde parliamo di un periodo storico in cui l’avidità umana aveva raggiunto il suo massimo, e grazie a questi temi basilari della loro cinematografia riescono a discutere in modo estremamente elegante e divertente della deludente natura umana, che porta l’uomo sempre al solito punto: alla ricerca di oro e all’uccisione del prossimo. Non c’è onore nel west dei fratelli Coen, e anche dove un sentimento così nobile e puro come l’amore nasce nei cuori dei personaggi ecco che la morte piomba improvvisamente, con la sua insaziabile falce, per strappare la vita da quei cuori, portando l’uomo ad abbracciare, come se fosse costretto, il lato corrotto della sua natura, finché, quando diverrà vecchio e decrepito (ma sempre con una gran voglia di arricchirsi), gli animali arriveranno persino a scappare da questo.

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Di certo non sono tematiche allegre per una storia, eppure non possiamo che avere il sorriso, anche se amaro, stampato in faccia quando vediamo La Ballata di Buster Scruggs. Perché i Coen raccontano queste storie come hanno sempre fatto, ovvero con un umorismo molto macabro, a tratti grottesco, ma assai efficace per far arrivare il bellissimo messaggio che ci lasciano alla fine della visione di questo gioiello prodotto da Netflix. In particolare La Ballata di Buster Scruggs risulta essere ancor più folle da questo punto di vista perché abbiamo diversi momenti da musical, in cui il personaggio protagonista inizia a cantare una canzone (sulle bellissime note scritte dal grande Carter Burwell) sempre inerente ai temi principali del film. Ovviamente è il caso del personaggio di Buster Scruggs, interpretato da un Tim Blake Nelson a dir poco eccelso, la cui storia apre e dà il titolo al film stesso, e che, con la sua ballata, inizia a illustrarci proprio quello che è l’incipit del film, definendo stolti chi si aspetta di meglio da un uomo che ha barato durante una partita a poker.

La Morte arriva, sempre. Aleggia sopra le nostre teste per tutta la vita, la sentiamo che ci respira sul collo e alla fine eccola che arriva. Un momento tragico sicuramente, ma i Coen ci mostrano che la morte può essere più dolorosa per i vivi anziché per chi tende la mano alla cara e vecchia Morte. La Ballata di Buster Scruggs infatti presenta un sacco di personaggi che tirano le cuoia, ma altrettanto spesso la dipartita di questi ultimi risulta esser caratterizzata da un momento, anche se breve, di grande gioia e liberazione; come l’ultimo sguardo di una giovane e bella ragazza, una bellissima e toccante canzone, la consapevolezza finale di essere liberi da un destino ancor peggiore della Morte o di aver vissuto la vita sapendo di esser stato il migliore in un certo ambito, anche se non si può esser migliori per sempre.

La venuta della Morte può esser ancor più dolce, serena e quasi impercettibile, come ci viene mostrato nell’ultimo racconto Mortal Remains, in cui un misterioso Caronte traghetta le anime inesorabile verso il loro destino, e queste ultime si accorgeranno della loro condizione solamente quando sarà troppo tardi e si ritroveranno d’innanzi al misterioso, luminoso e tenebroso ingresso del regno dei morti (percorso in cui la regia dei Coen e la fotografia di Delbonell raggiungo il massimo livello di qualità a cui si poteva aspirare). A quel punto l’essere umano non può che avere un certo timore di fronte a tale visione ed esita, cerca di evitare l’inevitabile e poi, alla fine, scende dalla carrozza del Caronte, si fa coraggio, e affronta quella inquietante scala luminosa.
Non tutto è rosa e fiori, però, i Coen ci mostrano anche il lato più tragico della dipartita umana, altrimenti sarebbe stato irrealistico e incoerente parlare della Morte solo come un momento di dolce trapasso. La morte può essere dolorosa per chi viene preso dalla falce della Dolce Signora, e in quel caso sono i vivi a trarne vantaggio, ma solo perché spinti dalla loro avidità, dalla loro voglia di essere sempre più ricchi. Mentre gli sfortunati che muoiono in malo modo sono spesso vittima della loro arroganza o di una terribile condizione che li impedisce di poter fare anche il più minimo degli sforzi per rimanere in vita.

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Il filo conduttore che unisce tutte le storielle è quindi la costante e oppressiva presenza della Morte ma, nonostante ciò, i Coen inneggiano alla vita e ci spingono ad ammirare le folli sfaccettature della natura umana che i due fratelli ci mostrano con la loro unica grottesca comicità. L’essere umano è imperfetto, non possiamo aspettarci di meglio, ma i Coen spingono comunque lo spettatore ad ammirarlo grazie soprattutto ad un cast a dir poco immenso che i Coen sono riusciti ad assemblare. Ogni singolo personaggio rappresenta una sfaccettatura dell’anima umana e tutti gli interpreti scelti sono risultati essere perfetti, come il già citato Blake Nelson, interprete dell’ironica e spietata violenza che caratterizzava quel periodo storico, James Franco, nei panni di un infelice giovane costantemente ricercato per ingiusti motivi ma che troverà la massima gioia della sua vita quando quest’ultima giungerà alla fine, oppure un vecchissimo Liam Neeson volto dell’assoluta avidità umana, l’innocente e pura Zoe Kazan, che si ritrova ad affrontare una realtà molto più crudele di quello che potesse immaginare, e infine abbiamo il grande Tom Waits, che risulta essere il migliore tra questi interpreti in quanto è riuscito ad entrare nel cuore dello spettatore con il suo pioniere, che nonostante l’età continua la sua disperata ricerca dell’oro, anche se con un’anima corrotta dall’avidità e l’obbligo di dover affrontare un sentiero costernato dal dolore.

Che altro dire? Vedete immediatamente questo film, o meglio, questo capolavoro. Perché quando due grandi autori come i Coen riescono a confezionare una pellicola così raffinata riuscendo a colpire lo spettatore con il loro inimitabile stile dopo anni e anni di film indimenticabili, beh, vuol dire che questi registi hanno ancora tantissimo da offrire e sanno esattamente come offrirlo. Purtroppo una pellicola del genere, con una fotografia come quella di Delbonnell, si meriterebbe la proiezione nelle sale cinematografiche, anziché rimaner recluso su Netflix, ma purtroppo questa volta è andata così, e quindi non possiamo far altro che rassegnarci e goderci questo gioiello come meglio possiamo, accogliendo la nostra triste condizione con il sorriso e godendoci questo capolavoro che è La Ballata di Buster Scruggs, ridendo e piangendo dei tristi e bellissimi difetti della natura umana, con la quale la Signora Morte gioca costantemente una sadica e ironica partita a poker, attendendo di vincere con una bella doppia coppia di assi e di otto.


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