RECENSIONE – La Casa di Jack

‘Questo non è rock, questo è genocidio’. Con questa assurda frase Lars von Trier annunciò anni fa la messa in produzione del suo prossimo lungometraggio, intitolato The House That Jack Built, arrivato nel nostro paese come La Casa di Jack. Film accolto, come ogni pellicola del regista danese, con critici indignati e disgustati che escono dalla sala senza manco finire di vedere il film, a causa delle scene forti che vengono mostrate. Ma si sa, von Trier è uno dei registi più controversi di sempre, e di certo è quello che possiamo definire un provocatore, cosa che viene messa in chiaro proprio all’inizio de La Casa di Jack dal protagonista stesso. Protagonista che non è nessun’altro se non proprio il nostro caro von Trier, ma procediamo per gradi.

La Casa di Jack è un’opera completa sotto tantissimi aspetti: un’avventura nei meandri della psiche di un serial killer a dir poco efferato e psicologicamente instabile, che uccide prevalentemente donne (e qui il nome del protagonista sembra rimandare palesemente al noto Jack lo Squartatore). Quindi un viaggio in un vero e proprio inferno, e infatti l’Inferno vero e proprio è luogo principale dove il nostro protagonista, vestito come una sorta di Dante Alighieri moderno, parlando con Virgilio, interpretato dal recentemente scomparso Bruno Ganz (che ci lascia un’ultima interpretazione meravigliosa), illustra, camminando per l’Inferno, al pubblico, rappresentato attraverso Virgilio, la sua storia, la sua filosofia e la sua arte. Sì, perché il nostro Jack si considera un artista, e la sua arte è l’omicidio, cosa che lo porta a vedere come grande capolavoro anche l’Olocausto perpretato dai nazisti, e von Trier non si fa scrupoli nel mostrare disturbanti footage presi direttamente dai campi di sterminio.

Ovviamente von Trier non vuole dire che l’Olocausto è un’opera d’arte, lo stesso Virgilio risulta disgustato da quanto Jack gli sta dicendo, eppure il nostro caro regista danese pone una domanda terribile, centrale soprattutto per i tempi che stiamo vivendo: ‘I nostri desideri sono così terribili che non possiamo esprimerli in una società civilizzata se non attraverso la propria arte’. E a quel punto ci vien da chiedere se l’artista dev’essere realmente separato dalla persona, e von Trier non pone questa domanda a caso in quanto lui stesso è da sempre al centro di questa questione, in particolare dopo quelle dichiarazioni filo-naziste che fece a Cannes durante la presentazione di Melancholia, e che sono state interpretate nel peggiore dei modi. A questo punto risulta chiarissimo il vero protagonista del film, ovvero von Trier stesso. Non a caso nel titolo del film, e nei vari poster rilasciati, il nome di Lars von Trier appare molto spesso, come se il regista stesso fosse un personaggio della trama. Inoltre, La Casa di Jack è un film misogino a dir poco, sia per i discorsi che il nostro protagonista fa (soprattutto uno riguardo il ruolo sociale dell’uomo e della donna come vittime di atti violenti), e tutti noi sappiamo che il nostro caro Lars ha un ruolo particolarissimo con le donne.

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Detto ciò cosa possiamo evincere dalla pellicola? Che Lars è un filo-nazista/misogino? Non credo che questa fosse l’intenzione di von Trier, credo che lui ci abbia voluto esporre alcuni suoi lati oscuri (ricordo che le dichiarazioni che fece a Cannes sembravano essere più delle battute che delle dichiarazioni vere e proprie) ma estremizzandoli, dato che questi vengono rappresentati attraverso un serial killer ossessivo compulsivo che ha ucciso quasi 100 persone nel corso della sua vita senza subire alcun tipo di punizione giuridica, se non quella divina come vediamo nell’epilogo ambientato in questa rappresentazione dell’Inferno dantesco, che secondo me poteva esser ancor più d’impatto rispetto a quello che è stata alla fine, e con d’impatto intendo più disturbante.

Aldilà di questa analisi molto incentrata sull’ipotetico ruolo che von Trier ha all’interno del film soffermiamoci un attimo su altri aspetti della pellicola. In primis, il protagonista, Jack, personaggio scritto in modo impeccabile, e interpretato magistralmente da un Matt Dillon in forma a dir poco smagliante. Perfetto per il ruolo perché molto simile a Willem Dafoe, quindi inquietante e minaccioso (scusa Willem), ma più bello ed affascinante, ed è questa la caratteristica che rende Matt Dillon particolarmente perfetto per il ruolo. Ad ogni modo, parliamo di un personaggio filosofo/artista/architetto/assassino che cerca di esprimere sé stesso, il suo dolore, le sue paure, le sue ossessioni, attraverso due tipi di arte: l’architettura e l’omicidio, che collidono nel finale quando Jack riesce finalmente a costruire la sua grottesca casa. ‘Grottesco’ credo sia la parola perfetta per descrivere questo film, non solo per le orride scene e immagini che von Trier ci presenta (alcune delle quali sono geniali e al tempo stesso disturbanti non poco), ma anche per il suo voler accostare un tono estremamente ironico, comico, da black humour, a questi terribili atti che il nostro Jack compie. Sappiate che più e più volte in sala il pubblico ha riso di cuore, e subito dopo tirato il fiato per le scioccanti scene che seguivano i momenti ironici.

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Aspetto tecnico semplicemente perfetto sotto ogni singolo punto di vista. Fotografia sublime, molto vintage, chiaramente il film è stato girato su pellicola e per questo abbiamo dei bellissimi colori che si sposano perfettamente con la scenografia e i volti dei personaggi. Montaggio straordinario, molto simile ad Adam McKay, per far capire a chi non conosce molto bene il regista, in cui vediamo spesso alternarsi immagini e video presi altrove o girati apposta per la pellicola, soprattutto quando si deve spiegare una particolare metafora usata da von Trier, e qui giungiamo ad un altro aspetto assai interessante del film. Quando si parla di questo genere di cinema, in cui si usano tantissime figure retoriche ed immagini ricercate, si tende a pensare che il regista sia “arrogante”, che cerchi di far vedere solamente quanto è bravo. Von Trier, invece, usa queste figure retoriche ma le spiega dettagliatamente attraverso Jack, cosicché lo spettatore possa capire appieno quello che il regista vuole trasmettere, anche se spesso viene frainteso o comunque non viene proprio recepito. Ma comunque sia parliamo sempre di un film realizzato da un regista arrogante e narcisista, ed è proprio per questo che la pellicola, e von Trier stesso, li si ama alla follia.

Effetti visivi e speciali da paura, nonostante non si tratti di un blockbuster con un budget da centianaia di milioni di dollari, colonna sonora che aiuta nel rendere l’ironia del film (Fame di David Bowie la fa da padrone), e poi abbiamo la regia di von Trier ad orchestrare il tutto nel modo più scioccante, brutale ma anche elegante possibile. La camera non esita nel mostrare quello che Jack fa ai corpi delle sue vittime, anche dopo la morte. Non esita nel mostrare la cattiveria dei personaggi, del regista e della società americana che von Trier vuole rappresentare. Società americana che von Trier ha da sempre odiato in quanto patria di assassini e razzisti, e non a caso il nostro Jack è un americano, che uccide su suolo americano e che non viene mai catturato a causa dell’incapacità delle forze dell’ordine americane e della totale indifferenza della società stessa di fronte ai suoi atti terribili.

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C’è altro da dire? Sì. So cos’altro c’è da dire? No. No perché non ho visto il film più di una volta (nonostante abbia visto la director’s cut, per fortuna). No perché von Trier lo conosco ma fino ad un certo punto. No perché siamo di fronte ad un’opera estremamente complessa, provocatoria e per questo non per tutti. Detto ciò è un film incredibile, che si avvicina al capolavoro e sicuramente arriverò a definirlo tale più avanti nel tempo. Film vittima di una censura inaccetabile nel 2019, vittima di un’accoglienza che un critico non dovrebbe nemmeno pensare di dare ad qualsiasi genere di cinema. Film che ironizza, che prende in giro e che sciocca lo spettatore per due ore e mezza che volano via grazie ad un sceneggiatura semplicemente immensa. Von Trier è tornato, e lo ha fatto in grandissimo stile con un’opera narcisista, volgare, sporca, cruda, violenta e misogina, ma anche molto vicina all’animo umano (anche se ai suoi lati più oscuri) e, soprattutto, onesta e vera come poche altre opere attualmente in circolazione.

Se avete visto il film non esitate nel farci sapere la vostra opinione a riguardo, e se siete interessati sulla nostra pagina Facebook trovate anche la video-recensione a caldo spoiler riguardo il film.