RECENSIONE – Love, Death + Robots: Volume 2

Dopo la piccola reazione a caldo del Volume 2 di Love, Death + Robots che abbiamo pubblicato in pagina, come sempre andiamo un’analisi più approfondita delle singole puntate che compongono questa seconda stagione della serie antologia Netflix sviluppata da David Fincher e Tim Miller.

E’ innegabile, l’aspettativa era molto alta dopo la prima stagione, il cui modus operandi con le sue 16 puntate era quello di stonarti, di portarti per la mano in un mondo di meraviglia e orrore, tremando come se avesse la sindrome di Parkinson, o come se stesse per cadere sotto le convulsioni di una possessione demoniaca. Mentre la prima stagione cantava “come with me and you’ll be in a world of pure imagination”, con un potente growl, la chitarra dei Cannibal Corpse suonata su un furgone/amplificatore stile Mad Max: Fury Road, e la cantante lirica de Il 5° Elemento.

Come dopo la prima stagione, inevitabile alla fine la sensazione di non aver ben capito il senso della cosa, ma forse è proprio questo ciò che la serie nasconde, ed in questo senso il prodotto Netflix non ha perso il suo smalto. Fra meravigliosi tipi di cortometraggi tutti diversi, nati da espressioni artistiche visive, fra trame che appaiono come in media-res, ma questa volta senza il ritmo frenetico della prima stagione, il progetto di Miller e Fincher pare un’altra volta il risultato di quella miriade di storie che uno scrittore ha sognato, annotato e poi lasciato in un cassetto. Fantasia, creatività e nessun bisogno di spiegazioni. Ancora una volta arte pura, seppur forse a tratti meno ispirata.

Inizialmente ho percepito la seconda stagione come sotto tono rispetto alla prima, ma credo sia per il fatto che ci sono troppi corti fotorealistici. Non che non li apprezzi, ma semplicemente preferisco quelli animati in altro modo. La serie comunque è tornata, anche se speravo di vedere qualcosa d’ispirato come “Il Dominio dello Yogurt”, che rimane il mio preferito. Purtroppo credo che si, sia leggermente sottotono rispetto alla prima stagione, ma al contempo credo anche che sia un po’ una nostra impressione. Le reazioni sono state formulate dopo aver visto ogni singola puntata, quindi proprio a caldo, ma riflettendoci poi su ci sono alcuni corti davvero degni di nota, come “Era la Notte prima di Natale”, per cui secondo come John Carpenter andrebbe matto, “Il Gigante Affogato”, di cui inizialmente non ho capito il riferimento alla differenza fra mito e realtà, è come questa cambia in base alla società, nonostante tu abbia visto il mito prendere vita.

Qui di seguito andrò con un’analisi puntata per puntata.

Partiamo con Servizio Clienti Automatico, tratto dal racconto di John Scalzi e diretto dal team Meat Dept, e come inizio non è esattamente dei migliori. Come in quasi tutti questi cortometraggi che compongono la seconda stagione, veniamo catapultati in una ambientazione in media-res, dove qualcosa è già avvenuto ed hai la sensazione che ci sia un mondo più ampio tutto attorno. La casa di riposo formato città è il mondo in cui veniamo catapultati, con robot di servizio che fanno tutto per gli esseri umani, in un possibile rimando a WALLE. In questo contesto una signora anziana si ritrova a combattere un robot aspirapolvere, che è molto più di questo, dopo un misterioso malfunzionamento di cui non ci viene spiegato niente, se non alla fine del corto. L’inizio della seconda stagione sono 10 minuti di cliché robot contro essere umano, leggerezza con forse un tocco di critica sociale, ma troppo velata per colpire a dovere.

Con ICE invece ci inoltriamo in quello che è lo stile che preferisco di questa serie, avventura anche qui in media-res, con un ambientazione di cui non ci viene spiegato niente, se non qualche piccolo dettaglio, e questo ci deve bastare. L’animazione ricorda un po’ Zima Blue, infatti è realizzato dallo stesso studio, il Passion Animation Studios, e diretto da Robert Valley, ma al contempo riporta alla mente qualche vecchio video dei Gorillaz. Tutto è incentrato su un pianeta alieno, umani modificati (super forti e intelligenti) che vivono ai confini di un non ben specificato pianeta ghiacciato, e la lotta di classe sociale in questo contesto la si vede fra i potenziato ed i non-potenziati. La storia e delle più classiche, quella in cui un giovane che non ha vantaggi nella vita, emarginato per un motivo specifico, dimostra di essere all’altezza nonostante tutto. Ovviamente aldilà del cliché di trama la fa da padrone l’animazione, strabiliante.

Con Pop Squad ci sale subito la sensazione di star guardando qualcosa di stilisticamente già visto, qualcosa che riporta alla mente Ridley Scott ed il suo Blade Runner, con tanto di scena di auto volante che emerge dalle nuvole sotto la pioggia scrociante, in quello che mi è parso un palese omaggio al sequel diretto da Denis Villeneuve. Diretto dalla regista Jennifer Yuh Nelson, basato sull’omonimo racconto di Paolo Bacigalupi, in 15 minuti ci getta in un mondo a cui bastano pochi elementi per essere caratterizzato, e l’unica vera pecca forse è proprio questa, che ad un certo punto vorresti vedere molto di più. L’ambientazione riporta alla mente dei classici stilemi della fantascienza, la distopia, l’essere umano che aspira all’immortalità, personalmente ho visto anche un tocco delle sorelle Wachowksi all’interno, forse qualcosa in rimando a Jupiter Ascending. In questo mondo tutto è perfetto, sopra le nuvole, nell’Olimpo, mentre sotto la realtà cyberpunk di una società decadente ti colpisce in faccia come uno schiaffo, ed il prezzo per l’immortalità si mostra nella sua cruda forma. Tanto da dire, molto da mostrare, ma poco tempo per farlo… forse questo è il grande problema.

Dopo il corto ispirato alla distopia fantascientifica classi, con un tocco di originalità che non ci è dispiaciuto per niente (spero che qualcuno lo raccolga per farne un film, come è successo ben due volte con la DUST), passiamo a Snow in The Desert, il cortometraggio che seppur anche lui giochi con trope classici e già visti della fantascienza, quella bella davvero, mi ha affascinato per il suo lato tecnico, davvero sbalorditivo. Subito abbiamo due volti noti, Peter Franzén e Zita Hanrot si prestano per questo cortometraggio, sotto la direzione di Leon Berelle, Dominique Boidin, Remi Kozyra e Maxime Luere, una sceneggiatura scritta da Philip Gelatt, tratta da un racconto di Neal Asher, l’ambientazione riporta alla mente un po’ Mad Max, un po’ Star Wars, tutto perché praticamente gioca con il cliché del “western nello spazio” con un tocco di post-apocalittico e soprannaturale. Abbiamo un protagonista immortale il cui segreto risiede nelle sue gonadi, una capacitò rigenerativa che gli permette di vivere per sempre; dall’altra una donna, da subito interessata a lui, che si scoprira nascondere ben più di quanto non appaia. Storia semplice, niente di che, infatti ciò che stupisce del cortometraggio è il lato visivo davvero sbalorditivo, in cui il limite fra realismo e realtà diventa tremendamente labile, tanto che molto spesso, grazie a come la luce batte sui volti dei personaggi, si tende a confondersi, non capendo cosa si sta guardando, se un personaggio in CGI fotorealistica o un attore realmente su un set.

E qui, con L’erba Alta, seppur lo stile sia davvero eccelso, come Love, Death + Robots ci ha abituato (in questo caso ci ha riportato alla mente un po’ il videogioco Borderlands), ci avviciniamo a qualcosa che riporta alla mente troppi elementi già visti, e il rimando a “Nell’Erba Alta” di Stephen King e Joe Hill è fin troppo evidente. Anche se tratto dall’omonimo racconto di Joe Lansdale, che Philip Gelatt ha adattato e Simon Otto ha diretto. Questo cortometraggio risulta di quelli senza infamia e senza lode, se non ovviamente nello stile d’animazione, e che forse funziona bene se visto assieme al cortometraggio seguente, formando così un binomio horror, uno stile che secondo noi mancava alla prima stagione fra i vari generi esplorati.

Infatti, dopo aver fatto un giro Nell’Erba Alta con un ambientazione tardo ottocentesca, veniamo catapultati in quello che ritengo il miglior cortometraggio fra gli otto che compongono la seconda stagione di Love, Death + Robots. Estraniante, dissacrante, assurdo, grottesco, con Era la notte prima di Natale veniamo catapultati in una suburbia apparentemente tranquilla, con uno stile d’animazione che ricorda Tim Burton, e una allocazione temporale assieme al contesto del “mostro” che non può che riportare alla mente Nightmare Before Christmas, ma se l’avesse diretto John Carpenter o Neill Blomkamp. E’ impossibile non assistere a questo corto, diretto da Elliot Dear, su una sceneggiatura di Philip Gelatt adattata da un racconto di Joachim Heijndermans, e non tenere gli occhi spalancati, fissi sullo schermo, per via di ciò che succede. Tutto si svolge con una tensione che non cala mai, che cresce e si risolve in una maniera grottesca, lasciandosi la stessa domanda che alla fine si fanno i bambini protagonisti, e l’ansia di cosa sarebbe potuto succedere.

Purtroppo, dopo due cortometraggi che mi hanno incuriosito molto, nonostante il secondo sia migliore del primo, con La Cabina di Sopravvivenza arriviamo al cortometraggio più debole fra gli otto che compongono la seconda stagione di Love, Death + Robots, anonimo e fondamentalmente molto debole, in cui ciò che attira l’attenzione principalmente è il grande lavoro di motion-capture fatto sul volto di Michael B.Jordan. La storia è molto classica, un soldato di una guerra non specificata atterra dopo un attacco alla sua navicella, si ritrova in un bunker di salvataggio a combattere contro un robot andato in avaria. Seppur anche qui la tensione sia presente, ho trovato tutto troppo già visto, a tratti noioso, abbozzato e poco ispirato. Decisamente un passo indietro rispetto a ciò che si è visto prima, ma ehi, anche nella prima stagione c’erano momento dolenti. Niente di grave.

E arriviamo in fondo alla seconda stagione con quello che inizialmente non mi ha convinto subito, ma che mi ha poi preso per i suoi significati. In questo cortometraggio, Il Gigante Affogato, vediamo uno dei demiurghi della serie, Tim Miller, alla regia ed alla sceneggiatura, basata sull’omonimo racconto di J.G. Ballard. Quello che poteva risolversi in un qualche tipo di cliché, che poteva cavalcare l’onda del successo de L’Attacco dei Giganti, ha deciso invece di rishciare addentrandosi nella struttura narrativa caratterizzata da lungo monologo, dove il nostro protagonista, uno scienziato interessato alla sorprendente apparizione di questo gigante spiaggiato, riflette sul senso della vita, sull’inesorabile scorrere del tempo, su come il mondo cambia in base a qualcosa d’incredibile o sorprendente, sull’inevitabilità della morte e di questa come grande livellatrice. La bellezza di questo cortometraggio secondo me sta anche nel paragone che fa, e come si conclude. Alla fine, passato la stupore iniziale, il gigante si trasforma, da creatura mitica da cui tutti sono sbalorditi, a comune balena. Da mito muta in ordinario, e da tutti viene dimenticato.

Seratul

Seratul

Sono uno scrittore per passione, un cinefilo per destino, ed un intellettuale perché non ho niente da fare. Strano, appassionato di cinema, incline all'informarmi per diletto ed a fare figure cacine all'occorrenza. Capo redattore di Cinespression.it.
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