RECENSIONE – L’Uomo che Uccise Don Chisciotte

25 anni, 8 tentativi di riprese e 2 attori morti. Questa è la travagliata storia de L’Uomo che Uccise Don Chisciotte di Terry Gilliam, pellicola che è l’emblema del developement hell da sempre e che finalmente è riuscita ad arrivare nelle nostre sale. Inutile dirlo, l’attesa era alle stelle. Non conoscendo ancora bene lo stile di Gilliam non avevo idea di che tipo di film potesse essere, ma provavo grandissima curiosità verso il progetto e grandi aspettative perché so che Gilliam è un regista che ha fatto la storia del cinema, che ha curato questo film manco fosse un figlio e per la presenza di attori di un certo calibro, e una volta giunto in sala mi sono ritrovato di fronte una pellicola allucinante sotto tutti i punti di vista, ma che tocca nel cuore lo spettatore in un modo unico e speciale.

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Terry Gilliam è un pazzo / genio / visionario e te lo sbatte in faccia sin dal primo secondo della pellicola, in cui lo spettatore confonde sin da subito la realtà con la finzione. La storia vede al centro Toby Grisoni, interpretato da un Adam Driver mai visto fino ad ora, calato per la prima volta in un ruolo comico e riesce perfettamente a interpretare tutte le sfumature del personaggio, da quelle comiche a quelle drammatiche, da quelle più fredde a quelle più passionali e deliranti, un regista / sceneggiatore intrappolato in un mondo freddo e austero, costretto a girare spot anziché film passionali come era solito fare quando era giovane. A quel punto ecco che il nostro Grisoni decide (volontariamente o no è una cosa impossibile da definire) di intraprendere un viaggio per ritrovare quell’aspirante regista che girava piccoli film ma con grande amore. Sin da subito un cinefilo come il sottoscritto inizia ad innamorarsi della pellicola e di quello che Gilliam vuole fare, ovvero parlare dell’essenza del cinema stesso. Del cinema che per due ore al giorno, a volte di più a volte di meno, ci teletrasporta in un mondo nuovo, staccato dal nostro, ci aliena facendoci provare emozioni che non proveremmo mai nella vita di tutti i giorni, distruggendo la linea che divide il razionale dall’irrazionale, la fantasia dalla realtà.

Gilliam non sceglie il romanzo Don Chiosciotte della Mancia a caso. Miguel de Cervantes aveva creato un personaggio folle, sopra le righe, nobile ma spesso vittima di visioni e allucinazioni, come il celebre episodio dei mulini a vento, che Don Chiosciotte scambia per giganti. Quindi quale miglior personaggio di Don Chiosciotte, che non riesce a distinguere ciò che è reale e ciò che non lo è, per rappresentare questa storia a cavallo tra realtà e allucinazione? Ma chi può dire cosa è più vera tra queste due? Gilliam ci mostra la nostra società attraverso dei personaggi che costantemente non fanno altro che fingere e fingere, e soltanto quando arriva il personaggio di Javier Sanchez che crede di essere veramente Don Chisciotte, dopo averlo interpretato nel film di Grisoni, viene aggiunto qualcosa di vero alle vite di questi personaggi, odiosi e viscidi sin dalla prima inquadratura. Applausi infiniti per Jonathan Pryce che interpreta Javier Sanchez / Don Chiosciotte in maniera semplicemente perfetta, svestendosi completamente dei panni del lord inglese che è solito interpretare. Un Pryce allucinato e costantemente felice che senza la presenza di Adam Driver non avrebbe avuto lo stesso impatto sullo spettatore, e viceversa. Gilliam è riuscito a creare un legame quasi mistico tra questi due attori e i loro personaggi che, una volta finito il film, rimarranno impressi nel proprio cuore.

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La regia di Gilliam è semplicemente totale. Passando dalle sequenze ” reali” alle sequenze “allucinatorie” c’è un quasi totale cambio di stile; lo si percepisce nei movimenti di macchina, nella composizione dell’inquadratura, nei piccoli dettagli delle scenografie, dei costumi e del trucco e nella fotografia, più  fredda, arida e scura nelle sequenze “reali” e più colorata e ricca di passione nelle sequenze “allucinatorie”. Non parliamo di una transizione “brutale”, avviene tutto per gradi. I cambiamenti avvengono pian piano partendo da minuscoli dettagli (a differenza del ritorno alla realtà che risulta essere veramente brutale e doloroso), finché non invadono tutta l’inquadratura e a quel punto lo spettatore inizia a farsi due domande, ma verso la fine non si fa neanche più queste domande. Accetta senza riflettere la realtà che gli appare davanti per poi essere violentemente distrutta. La regia di Gilliam ancora una volta è essenziale nel terzo atto, dato che nelle scene “oniriche” abbiamo una regia ispirata a dir poco, con inquadrature che sembrano veri e propri quadri e spesso l’immagine risulta essere girata con un’angolazione storta, che però non disturba lo spettatore, anzi, gli permette di apprezzare maggiormente la stranezza e la bellezza della visione. Quando poi torniamo alla realtà ecco che l’immagine torna ad essere statica e priva, normale, ma verso il terzo atto i due stili di regia si confondono, rivelando incosciamente allo spettatore che la follia sta per collidere con la realtà in modo irreparabile.

A proposito di collisioni a scontrarsi sono anche diversi generi cinematografici, cosa che rende ancor di più quella sensazione di stranezza e surrealismo che pervade tutto il film (a pensarci bene se Dalì avesse visto questo film avrebbe avuto probabilmente un orgasmo). Inizialmente il film sembra essere una commedia dal retrogusto drammatico, incentrata sulla ridicola figura di un “genio” in piena crisi artistica. Poi il film inizia a cambiare registro quando si incontra il personaggio di Don Chiosciotte, e a quel punto diviene un’avventura dai toni fantasy, atmosfera resa in particolar modo dalla colonna sonora composta da Roque Baños, che ha orchestrato delle sinfonie molto vecchio stile, con delle chiare influenze da parte di uno dei più grandi compositori di colonne sonore al mondo, ovvero Bernard Herrmann, ricca di pathos sia nei momenti di grande tensione, dove viene fuori lo spirito cavalleresco dei personaggi, sia nei momenti più delicati e toccanti, come quelli che riguardano l’amore tra Toby e Angelica, una povera ragazza spagnola disillusa dalla vita dopo che le era stata promessa una vita come grande attrice, interpretata molto bene Joana Riberio, perfetta per rappresentare quella purezza che caratterizza il personaggio e che sopravvive nonostante tutte le perizie che ha dovuto affrontare nella sua vita.

L’amore è sicuramente uno degli elementi chiave della pellicola. Abbiamo l’amore appena citato tra Toby e Angelica, l’amore che unisce Don Chisciotte alla più idealizzata che reale Dulcinea, ed infine si può chiaramente respirare l’amore che Gilliam infonde in tutta la pellicola. Un amore immortale per la settima arte e per la volontà di raccontare una storia al pubblico, ed è proprio l’amore a rendere il film una vera e propria fiaba. Se Del Toro ci aveva regalato una fiaba gotica con il suo La Forma dell’Acqua allora Gilliam ci ha regalato una fiaba decisamente più classica, vicina al fantasy, ma che si scontra cona la nostra società e i tempi in cui è ambientata la storia, dando vita a dei momenti a dir poco deliranti, ma estremamente divertenti.

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L’Uomo che Uccise Don Chisciotte è un capolavoro, non assoluto, è vero, ma per ora è l’unica parola che mi viene in mente per descrivere quest’opera. Gilliam ha impiegato 25 anni lunghissimi anni e ha dovuto affrontare infinite sfide per poter portare sul grande schermo questo progetto che solo per la sua storia di produzione sembra essere un vero e proprio colossal tipo Ben-Hur. Ma l’amore per il progetto e per il cinema hanno sempre spronato Gilliam, a cui dico semplicemente: grazie. Grazie perché scrivere un film con una storia così originale, divertente e con un messaggio così bello al giorno dìoggi è una cosa davvero molto rara. Sicuramente abbiamo tantissimi registi validi in giro, ma Gilliam è Gilliam, e nessun’altro sarebbe stato così pazzo e folle da scrivere una lettera così carica di passione al cinema e al mondo intero. Gilliam ci sta urlando di non cascare nella freddezza delle nostre vite, di lasciar scatenare la nostra immaginazione, i nostri sogni, di non aver paura di ciò che può sembrare fuori dal comune, ma di accoglierlo. Solo così potremo trovare la vera pace, la vera felicità esattamente come riesce a trovarla Toby Grisoni alla fine della pellicola. Non nel più convenzionale dei modi, ma di certo uno dei più belli e poetici.

Io ho finito di parlare e ora tocca a voi, miei cari lettori. Se avete visto questa grandissima opera d’arte che è L’Uomo che Uccise Don Chisciotte non esitate a lasciare la vostra opinione nei commenti!


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