RECENSIONE – L’Uomo Invisibile

Dopo Upgrade il regista Leigh Whannell torna dietro la macchina da presa con un progetto della Blumhouse, che vince sempre quando tratta questi film a basso budget incentrati tutti sulla trama e gli attori, e come ha fatto centro con il primo Saw, il primo Paranormal Activity e la trilogia de La Notte del Giudizio, ha fatto centro anche adattando per il pubblico moderno un classico mostro del cinema, L’Uomo Invisibile.

La cosa più interessante però è il tempo che la pellicola riserva alla scoperta fantascientifica, ovvero pochissimo perché lampante e già vista, seppur caratterizzandola più che egregiamente senza bisogno di spiegoni o chissà quale monologo con termini scientifici che spesso disorientano, un inquadratura iniziale, un’altra in un altro momento del film, tre click ed un ruolo per il nostro Uomo Invisibile, niente di più, e sorprendentemente basta e avanza.

La pellicola si concentra maggiormente sul tema che si nasconde dietro l’effetto fantascientifico, ovvero quello di una donna incastrata in una relazione con un uomo violento, possessivo, maniaco del controllo che la tiene nella sua magione / prigione emotiva, un classico modo di rimandare ad un vero problema sociale, qualcosa di tremendamente reale che acquista il suo tono orrorifico nella sua invisibilità, rimandando al fatto che spesso nel mondo reale la vittima non viene considerata fin da subito dalla parte della ragione, perché quel male che ha subito per molti è invisibile in quanto non vissuto in prima persona. La filosofia della trama viene ben veicolata dallo sviluppo della storia col suo elemento horror, ma non perde davvero mai il suo significato, che fin da subito è tremendamente evidente.

Neanche a parlarne, la magnifica regia di Leigh Whannell gioca con il vuoto ed il silenzio, sopratutto nella prima delle due ore che dura questo film, creando un ansia che alle volte non trova davvero sfogo negli stilemi classici dell’horror mainstream, cosa che lo innalza al di sopra del 98% di tutti gli horror che siano mai stati prodotti, e la resa grafica degli effetti speciali è davvero ottima, sopratutto nelle sequenze in cui “viene spiegata” come funziona l’invisibilità, ma eccelle nei momenti di confronto fra la persona in evidenza su schermo e quella invisibile.

Che dire di più? Dopo un mediocre lancio con La Mummia ed il successivo fallimento del Dark Universe, la Universal ritenta un adattamento moderno di uno dei suoi mostri classici del cinema riuscendo non solo a convincere, ma a sorprendere. Come detto per Color Out of Space, se l’era dei fantasmi e dei demoni è al tramonto, cosa che speriamo vivamente, e questo tipo di horror sono gli eredi che ci delizieranno nel prossimo futuro, allora non vedo l’ora che questo domani arrivi. Sapendo che Leigh Whannell vuole giocare ancora con i mostri della Universal, e sapendo pure che è in sviluppo un adattamento moderno di Dracula, non vedo davvero l’ora di vedere cosa la Universal assieme alla Blumhouse ci proporranno.

Seratul

Seratul

Sono uno scrittore per passione, un cinefilo per destino, ed un intellettuale perché non ho niente da fare. Strano, appassionato di cinema, incline all'informarmi per diletto ed a fare figure cacine all'occorrenza. Capo redattore di Cinespression.it.
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