RECENSIONE – Manchester By The Sea

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Ben Affleck con il ruolo di Batman è diventato ancor più popolare di quel che già era, ma quanti di voi conosco il fratello minore Casey? Il carissimo Casey Affleck è cresciuto un po’ all’ombra del fratello maggiore, non che non sia famoso, ha già ricoperto ruoli di grande successo in precedenza, ma il suo nome non era ancora noto a tutti, fino ad oggi. Quest’anno, o meglio, nel 2016, è uscito Manchester By The Sea di Kenneth Lonergan con Casey Affleck protagonista. La critica statunitense esplode, Affleck viene osannato da tutti e quest’anno eccolo come papabile vincitore del premio Oscar come miglior attore protagonista. Che dire, faccio il tifo per lui!

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Non sapevo bene cosa aspettarmi da questa pellicola, dato che Kenneth Lonergan come regista non l’avevo mai sentito nominare prima d’ora, e Casey Affleck l’avevo visto soltanto in un paio di film, nei quali mi aveva convinto, ma non lo vedevo come un grande attore. Per non parlare degli altri membri del cast: Michelle Williams e Lucas Hedges non li avevo mai sentiti nominare prima, anche se poi ho scoperto di averli già visti in altri film. In ogni caso, sono entrato in sala aspettandomi soltanto un buon dramma e un Casey Affleck in ottima forma ed è stato proprio quello che ho ottenuto.

Il piccolo Affleck con questo film si è consacrato; la sua espressione spenta, fredda e distaccata dalla società rispecchia perfettamente quello che è il personaggio, Lee Chandler, ovvero un uomo che dopo aver commesso un terribile errore in passato si è chiuso in sé stesso e vuole vivere in un mondo tutto suo. Non vuole stabilire altri legami con altre persone, è pieno di rabbia, di tristezza, tutte emozioni che sfociano poi in atteggiamenti scontrosi o addirittura rissosi. L’unico problema della perfomance di Affleck è che a prima impatto si potrebbe pensare “Ma ha solo un’espressione in tutto il film”, non è propriamente corretta come affermazione. In linea generale ha sempre quell’espressione triste e fredda che ho già descritto prima, ma nei flashback e man mano che andiamo avanti con la storia vediamo altri aspetti del personaggio quali la sua felicità, il suo amore e anche la totale disperazione e disprezzo per sé stesso. Il nostro problema in quanto italiani è che siamo costretti a vedere il film doppiato, a eccezione di qualche cinema, e dalle poche clip che ho visto sembra proprio che Affleck sia riuscito a rendere tutto il personaggio anche con la voce. Detto ciò non voglio assolutamente sminuire il lavoro svolto dal doppiatore nostrano Massimiliano Alto, che può essere considerata come un’ottima controparte italiana della voce di Affleck. Sicuramente però a farmi gradire Affleck non è stata solamente la perfomance, ma anche la caratterizzazione e la scrittura del personaggio di Lee. Quanto è bello e profondo questo personaggio soltanto chi ha visto il film può capirlo.

Lee come abbiamo detto è un uomo molto difficile con cui relazionarsi, ed infatti per alcune cose che fa non riusciamo a farcelo stare simpatico, proviamo una sorta di disprezzo nei suoi confronti, un disprezzo che poi si tramuterà in pietà e compassione una volta che scopriremo ciò che ha fatto e quanto in basso sia arrivato, quanto si odiava per quello che aveva fatto. E come biasimarlo, un errore così ti lascia un qualcosa dentro che non puoi cancellare. Il personaggio subisce un’interessante evoluzione gestita in maniera a dir poco geniale. Perché vediamo che nonostante ciò che ha fatto in passato potrebbe rifarlo ancora e proprio quando si rende conto di ciò, insieme ad altri eventi, in un certo senso si sbloccherà e sceglierà uno stile di vita più normale e “sociale”. Continua a vivere in questa sorta di esilio, un po’ come Luke dopo il tradimento di Kylo Ren, ma apre le porte della sua vita e di casa sua al nipote Patrick, interpretato da Lucas Hedges. Anche se devo ammettere che il fatto che si renda conto di poter commettere lo stesso errore di nuovo non viene trattata benissimo ma quasi come se non ci fosse più tempo e quindi ti dicono “Ok, hai capito quel che vogliamo dire. Meh meh, mo basta che tra poco la camera si scarica e non possiamo riprendere il resto”.

Anche il giovanissimo Hedges mi ha sorpreso non poco nei panni di Patrick Chandler, nipote di Lee. Si tratta di un ragazzo di sedici anni che deve far fronte ad una situazione molto difficile e sarà costretto a vivere un lungo periodo di tempo con lo zio Lee, andando a creare un rapporto molto forte che aiuterà entrambi nel corso della storia. Fino ad arrivare ad un finale, un po’ troppo buttato lì a parer mio ma secondo me c’entra una cattiva  gestione dei tempi, che sistema tutti i personaggi, nel bene o nel male. Hedges mi è piaciuto molto nel personaggio perché è riuscito ad essere ironico ma anche carico di malinconia e tristezza per le altre scene. Non ho apprezzato moltissimo la gestione del rapporto che c’è tra Patrick e due personaggi, di cui non parlerò per non fare spoiler, che non viene trattato come si dovrebbe. Anche se secondo me Lonergan voleva mostrare tutta la vicenda dagli occhi di Lee, il quale tra i due personaggi ne apprezzava solamente uno e quindi Lonergan ha voluto trascurare quel personaggio proprio perché non piaceva a Lee. Ma se ciò fosse vero allora non avremmo sentito alcune cose dette da alcuni personaggi che Lee non può aver sentito.

Molto interessante e per nulla scontato è il rapporto che c’è tra Lee e l’ex moglie Randi, interpretata appunto da Michelle Williams. Per quanto abbia apprezzato la Williams il suo personaggio secondo me, nonostante abbia un ruolo a dir poco essenziale all’interno della pellicola, appare per troppo poco tempo e a livello di caratterizzazione non mi ha convinto così tanto. Sembra quasi che il personaggio sia stato creato solamente per riuscire a sbloccare Lee, ma niente di più. Nonostante ciò ritengo fantastico come Randi si comporti con Lee nonostante l’errore che ha commesso in passato e nonostante tutto Lee continua ad essere distante da lei e a comportarsi come al solito ma è proprio a causa di ciò che poi la sua rabbia e tutto quello che ha dentro viene fuori e non dà mai vita a qualcosa di buono.

Mi aspettavo qualcosina di più da parte del personaggio di Joe Chandler interpretato da Kyle Chandler (sì, hanno lo stesso il cognome). Chandler non è un attore che adoro, fa semplicemente quello che deve fare e basta. In The Wolf of Wall Street e King Kong per esempio non mi è per niente dispiaciuto, ma non lo ritengo un attore che quando vedo il suo nome esclamo “Oh wow! C’è Kyle Chandler!”. In più il fatto che il suo personaggio appaia per poco tempo non aiuta decisamente. In più se dovessero davvero prendere Chandler per interpretare Cable in Deadpool 2 mi potrei suicidare perché non ci sta per niente.

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Ma veniamo all’altro nome che volevo conoscere con questo film: Kenneth Lonergan. Lonergan come regista mi si è presentato non bene, benissimo. Le inquadrature sono ben studiate, rigorosamente geometriche in alcuni punti, per esempio quella della veduta dalla passerella secondo me è un qualcosa di fantastico, perché sfrutta la prospettiva per andare a creare un effetto ottico puramente geometrico. Ovviamente abbiamo anche dei movimenti di macchina interessanti, ma sono proprio le immagini per come vengono composte ad essere il punto forte della regia perché queste riescono a trasmettere sempre quella sensazione di freddo e di distacco dal mondo normale. Sembra quasi che tutto l’ambiente sia influenzato dallo stato d’animo di Lee. Complice l’incredibile fotografia di Jody Lee Lipes, caratterizzata da colori freddissimi, infatti a predominare la scena sono il grigio del cielo, il bianco della neve, l’azzurro quasi glaciale del mare di Manchester, che sicuramente con quel clima è tutt’altro che caldo, ed infatti ci sembra quasi di sentire il freddo sulla nostra pelle. Questa gelida atmosfera è perfetta proprio per rappresentare anche da un punto di vista tecnico lo stato d’animo del nostro protagonista, come se non fosse già evidente con l’interpretazione magistrale di Casey Affleck.

Dai toni più drammatici è sicuramente la colonna sonora ad opera di Lesley Barber, caratterizzata quasi sempre da tracce composte da archi, pianoforte ed organo, capirete che strumenti più drammatici di questi non esistono. Per esempio, L’adagio per archi e organo in sol minore (si chiama proprio così la traccia, non è che sono un esperto di musica XD) è un qualcosa di sensazionale che quando lo senti ti si raggela il sangue per quanto è ben scritto. Barber si avvale anche di un altro strumento musicale molto particolare oltre a quelli già citati: la voce. Infatti non si devono assolutamente tralasciare i cori che caratterizzano molte delle tracce del film, e soprattutto sono la prima cosa che sentiamo quando inizia il film e l’ultima quando finisce. Ho parecchio apprezzato anche la scelta di voler lasciare il totale dominio del sonoro alla musica in alcune scene. Perché in un paio di sequenze tutti i suoni di scena vengono mutati e viene lasciata solamente la colonna sonora a narrare quello che stiamo guardando, o quello che stiamo provando noi e i personaggi che vediamo sul grande schermo andando a creare dei momenti molto potenti emotivamente.

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Kenneth Lonergan non si è fermato solamente all’aspetto tecnico del film ma ha anche scritto da solo la sceneggiatura del film, una sceneggiatura davvero notevole e spero in una sua vittoria agli Oscar. Anche se c’è La La Land che con il suo finale e tutta l’evoluzione e i personaggi meriterebbe tutto eh. Mamma mia quest’anno voglio vedere il sangue scorrere sul palco senza pietà. Tornando a noi, la sceneggiatura racconta un dramma sensazionale costernato di personaggi fantastici. Prima mi sono soffermato su quelli principali, ovvero Lee, Randi e Patrick, ma potrei parlare bene anche di quelli che si vedono per poco tempo ma che comunque ti lasciano qualcosa dentro perché Lonergan ha dato vita ad una sorta di piccolo universo in cui ci si può perdere. E’ nei dettagli di alcune scene che vediamo come vengono visti i personaggi all’interno della comunità di Manchester, in particolare il povero Lee. I tempi del finale potevano essere gestiti un pochino meglio e ci si poteva soffermare su alcune cose per delineare meglio quello che prova Lee e il perché alla fine compie quelle scelte. Appare chiaro eh, però una scena in cui si rende davvero conto del fatto che potrebbe commettere ancora quel fatale errore, tornando a disprezzarsi come successe la prima volta sarebbe stata eccezionale. Sempre parlando del finale in generale come avevo già affermato l’ho trovato un po’ troppo aperto, ma probabilmente è una sorta di conseguenza dovuta a una gestione dei tempi non proprio curatissima. Nonostante ciò ritengo il finale davvero bello e soprattutto completo. Poi ci sono alcuni rapporti che avrei preferito essere un pochino più approfonditi, o magari alcuni personaggi potevano apparire qualche minuto in più sullo schermo affinché potessero dire qualcosa di più e dare l’occasione agli interpreti di poter dare una maggiore prova di bravura.

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In conclusione Manchester By The Sea si afferma essere esattamente quello che mi aspettavo, un ottimo dramma con un cast eccezionale. Kenneth Lonergan si presenta ufficialmente al grande pubblico con un aspetto tecnico curato nei minimi dettagli e una sceneggiatura che va a creare un piccolo microverso costernato di personaggi a dir poco ben caratterizzati. Casey Affleck dopo questa pellicola si è ufficialmente affermato un grande attore e spero di vederlo ancora e ancora in forma così smagliante. Consiglio assolutamente la visione del film!

Se avete visto il film non esitate a farmi sapere la vostra opinione in merito!

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