RECENSIONE – Ready Player One

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Il mondo è un brutto posto. Wade ha diciotto anni e trascorre le sue giornate in un universo virtuale chiamato OASIS, dove si fa amicizia, ci si innamora – si fa ciò che ormai è impossibile fare nel mondo reale, oppresso da guerre e carestie. Ma un giorno James Halliday, geniale creatore di OASIS, muore senza eredi. L’unico modo per salvare OASIS da una spietata multinazionale è metterlo in palio tra i suoi abitanti: a ereditarlo sarà il vincitore della più incredibile gara mai immaginata. Wade risolve quasi per caso il primo enigma, diventando di colpo, insieme ad alcuni amici, l’unica speranza dell’umanità. Sarà solo la prima di tante prove: recitare a memoria le battute di Wargames, penetrare nella Tyrell Corporation di Blade Runner, giocare la partita perfetta a Pac-Man, sfidare giganteschi robot giapponesi e così via, in una strabiliante rassegna di missioni di ogni tipo, ambientate nell’immaginario pop degli anni ’80, a cui OASIS è ispirato.

In un futuro non troppo lontano, e qui secondo me abbiamo già il primo easter egg, l’ambientazione del nuovo film di Steven Spielberg prende piene e ci permette di vedere un mondo futuristico ma non troppo dissimile dal nostro. La nostra storia parte nell’Ohio, a Columbus, dove la più grande crescita espansionistica della storia ha portato la città alla ribalta, ma non in un buon senso. Le strade presentano ancora quei tratti tipici che ricordano i nostri tempi, niente di particolare è cambiato, se non che la città pare in qualche modo divisa, fra contanier di lamiera accatastati gli uni sugli altri che formano una sorta di tendopoli che mira alle stelle, pur rimanendo un prodotto del mare di fango. Dall’altra parte invece vediamo una città sfavillante, e non eccessivamente futuristica.

Ma quindi perché c’è questa distinzione, perché la città è divisa fra evidente povertà e upperside? Ma sopratutto, perché tutti paiono indifferenti alla cosa? Perché anche se non esiste un posto dove andare, anche se ormai non c’è niente d’interessante nel mondo che ti circonda, esiste l’oasi digitale creata da un luminare come James Halliday, da molti ritenuto quasi una sorta di divinità.

Il nostro luminare, interpretato da un grande Mark Rylance, nel suo ricordare a tratti personaggi come Steve Jobs e Bill Gates, alla fine apparirà molto come una sorta di novello Willie Wonka volenteroso di consegnarti le chiavi del regno non attraverso in biglietto dorato, ma con un medium che nessuno può ignorare, il videogioco in realtà virtuale. Il personaggio apparirà semplicemente come un miliardario qualunque che ha creato una fanbase con il suo lavoro, ma più ci addentreremo nel film e più capiremo che, mentre tutti cercano la risposta alla domanda nella maniera più semplice, la verità si celerà nel più classico metodo “spilberghiano”, il buon sentimento, il senso di realizzazione.

Non a caso i rimandi a qualcosa sono tanti. Easter egg su easter egg, per un film che in mezzo agli easter egg alla cultura pop, inserisce una corsa contro il tempo alla ricerca di quell’easter egg. Halliday, nelle sembianze di una sorta di Gandalf digitale, ricorda a tratti anche un R.L.Stine, che nella vita reale non trova soddisfazione e quindi crea un mondo digitale dove sentirsi a suo agio.

Ready Player One ci porta quindi in questo mondo di riferimenti fatto con riferimento dove ognuno può fare quello che vuole, può essere quello che vuole, che sia di un’altra specie, di un altro sesso, o comunque qualsiasi altra cosa la tua mente possa partorire. Il limite è la tua immaginazione, e naturalmente la moneta di gioco. Fin dal principio avevo paura che un film del genere sarebbe stato sovrastato da frotte di rimandi e citazioni volti solo a mascherare difetti di trama o di regia, ma per quanto questi possano si attirare l’attenzione, in realtà passano in secondo piano molto velocemente.

Mentre il film ci accompagna nella sua ambientazione sulle note di Jump dei Van Halen, primo grande manifesto attrattivo, e la macchina da presa di muove nel mondo digitale con il nostro protagonista principale in sottofondo che ci introduce al concept della pellicola, la messa in scena vortica e ci confonde con una sequenza dove sai per certo di esserti perso qualcosa, e sai che dovrai tornare in quel mondo per cercare tutti i minimi riferimenti. L’introduzione diventa alienante e qui il film ci fa subito capire cosa sia l’Oasis, il mondo di Halliday. Oasis è espressione libera pura, un mondo senza regole, la più fulgida espressione di un MMORPG all’ennesima potenza. Mentre Spielberg ci trascina in questo mondo di pura immaginazione, come farebbe Willie Wonka, vediamo come la fantasia possa in effetti generare anche il caos, e questo mondo digitale è proprio la massima espressione del caos primordiale, dove non ci sono conseguenze.

Arrivando però alla fine del discorso, oltre alla maestria con il quale Steven Spielberg si muove nel mondo digitale senza confini anche per quanto riguarda le limitazioni di una macchina da presa, il film non è solo una gioia per gli occhi di tutte quelle persone che negli ultimi anni sono uscite allo scoperto, come in una sorta di coming out, definendosi nerd e geek, ma è anche un grande lavoro dal punto di vista tecnico. Lasciando stare la regia, gli effetti speciali o qualsivoglia cosa che comunque ci si aspetta da un maestro come Steven Spielberg, tutti particolari di livello alto, il nostro regista confeziona un opera dolce, buona, ricca di buoni sentimenti, dove il buono è ben definito ed il cattivo ugualmente, dove il buono lo potresti definire una sorta di cavaliere rinnegato che cerca la libertà, che ho chiamato “Freeware Knight”; ed il cattivo viene rappresentato da un specchio di realtà che amabilmente ho chiamato “Lord Adsense”.

E’ una lettera d’amore alla grande cultura pop,

come anche ai grandi del cinema.

In aggiunta Spielberg ha certamente creato questo film, scritto da Zak Penn e dallo scrittore del romanzo da cui è tratto, Ernest Cline, per cavalcare l’onda del citazionismo che ultimamente ha preso piede nel mondo delle produzioni televisive e cinematografiche, e come George Miller con il suo Mad Max: Fury Road dette una lezione a tutti i cineasti moderni su come si fa un grande film d’azione, anche Spielberg ha confezionato un opera che farà sicuramente scuola a tutti quei registi che vorranno cimentarsi con questo tipo di struttura citazionista. Infatti il film non è solamente un buonissimo prodotto dello stile Spielberg, o un film che un fissato come me potrebbe descrivere semplicemente come un “nerd-gasmo” per gli occhi e per il cuore, ma nasconde messaggi di natura progressista come l’importanza di non dissociarsi dalla realtà, per quanto “il mondo di pura immaginazione” possa aiutarci ad evadere. E’ una lettera d’amore alla grande cultura pop, come anche ai grandi del cinema, ed anche se il film ha i suoi momenti in cui perde per un attimo, come nel delirante metodo di sacrificare l’emotività per degli spiegoni, mantiene il suo messaggio senza mai vacillare, come solo Steven Spielberg sa fare.