RECENSIONE: RED STATE.

Red State è un film del 2011 scritto, diretto e montato da Kevin Smith. Smith è ormai un personaggio ampiamente conosciuto nel mondo nerd per la sua grande passione per i fumetti, un regista indie che negli anni si è fatto un nome per le sue commedie geniali e a basso costo, dall’umorismo pungente che molto spesso contendono un messaggio molto profondo (basti pensare a lavori come Dogma o Clerks) perciò ormai il suo nome sembra essere una garanzia di qualità nel mondo del cinema indipendente, garanzia che non viene tradita nemmeno questa volta.

Prima di affrontare il tema del film è però necessaria una doverosa digressione sull’horror: tendenzialmente quando parliamo di questo genere intendiamo film dalle ambientazioni cupe, molto spesso legati a qualche elemento sovrannaturale o comunque con cattivi malvagi e grotteschi. In realtà esistono molti tipi di horror, e non parlo solo dei generi che si differenziano per i contenuti e le immagini rappresentate, parlo del sottotesto, spesso politico e sociale, che viene trattato in alcuni dei migliori film horror, la caratteristica che, insieme ad una buona regia e dei buoni effetti speciali quando necessari, distingue un buon horror da un grande horror. Esempi di ciò possono essere “La Notte dei Morti Viventi” di Romero, del 1968 o ancora meglio “Essi Vivono” di Carpenter, del 1988, entrambi due pilastri del cinema horror, entrambi costituenti una pesante critica alla società occidentale contemporanea, agli yuppie e ai nuovi valori della cosiddetta “Middle Class”, nonché una pesante critica al governo, non solo americano e non solo circoscritta ai governanti dell’epoca ma ad una nuova intera generazione.

Questa introduzione era necessaria per poter comprendere a pieno “Red State” in quanto vero e proprio film d’autore. Attenzione, con questo non intendo dire che si tratti di un film perfetto né voglio paragonarlo alle pellicole sopracitate, voglio però specificare che si tratta di qualcosa di diverso dalla classica idea di horror in quanto la sua potenza sta nel realismo della storia, nella capacità di far riflettere su problematiche attuali, su quell’America, anzi su tutta quella società occidentale che Smith disprezza, usando la violenza come un mezzo per far riflettere sul mondo di oggi, un mondo che tutti noi viviamo e che per questo ci fa sentire tanto coinvolti nella storia.

Bene, iniziamo.

Il film racconta di tre giovani liceali, Travis, Jared e Billy Ray (rispettivamente Michael Angarano, Nicholas Braun e Kyle Gallner) che vivono in una semplice cittadina di provincia scossa dalle morti di alcuni giovani omosessuali e dagli scontri sociali scatenati da alcuni appartenenti ad una parrocchia cattolica estremista ed omofoba, parrocchia guidata dal sedicente pastore Abin Cooper (il compianto Michael Parks). I tre contattano on-line una donna che gli offre del sesso gratuito e così decidono di incontrarla nella sua roulotte, solo per essere fatti ubriacare e trasportati nella chiesa di Cooper dove questo, durante un sermone nel quale l’uomo manifesta il suo dissenso per la società buonista e permissiva dei nostri giorni ai suoi accoliti adoranti, sia adulti che bambini. Alla fine del sermone manda i bambini fuori, accompagnati dalla giovane Cheyenne (Kerry Bishè, già nota per aver partecipato allo spin-off di Scrubs), per poter condannare a morte gli omosessuali, i sodomiti che ha rapito, tra cui i tre ragazzi. In seguito a quella che sembra essere stata una soffiata una squadra dell’ATF capitanata da Joseph Keenan (John Goodman) prende d’assedio la chiesa, ormai considerata sede di un gruppo terroristico a sfondo religioso.

La storia si svolge in un arco di tempo di nemmeno ventiquattro ore ma riesce a presentare degli argomenti davvero interessanti e attuali come il fanatismo religioso, la sfifucia nelle istituzioni, la paura del terrorismo e la reazione che il governo usa per combatterlo, la paura del diverso che si trasforma in odio, la fede ciecs negli ordini di istituzioni superiori distanti, simili a dei (feticismo delle leggi).

Tutto ciò aiuta a creare un clima di ansia, di inquietudine nello spettatore che si vede davvero partecipe, non tanto per scene particolarmente grottesche o truculente (poche sono le scene da questo punto di vista realmente impressionanti anche se queste ultime sono caratterizzate da una violenza davvero brutale e immediata che lascia chi guarda con il respiro mozzato), quanto con la consapevolezza e relativa paura di quanto questa storia sia realistica, quanto tutto questo possa realmente avvenire, quanto il male ci sia davvero vicino. Le immagini restano impresse a fuoco mentre la storia non permette allo spettatore di prendere un respiro attraverso la regia dinamica di Smith che si concentra sui primi piani e riprese strette, sfruttando al meglio lo spazio a sua disposizione e rendendo al massimo il senso di oppressione, di soffocamento dei giovani prigionieri, rendendo perfettamente il realismo di ogni scena attraverso una fotografia dai colori tendenti al grigio e al marrone, evidenziando con particolare nitidezza le imperfezioni fisiche dei personaggi, rendendoli davvero umani, non avvolti dall’eterea bellezza che spesso caratterizza i personagi (soprattutto femminili) del cinema di oggi.

Il potere delle idee è un tema che ricorre spesso in molti dei film più profondi di Smith, l’idea di una religione, di un partito, di un’istituzione, che non è in sé pericolosa, siamo noi persone, attraverso una fede cieca e totale, a renderla tale.

Il personaggio del pastore Cole è tanto affascinante quanto crudele, i suoi sermoni sono così appassionati, così intensi da essere davvero convincenti, disturbando lo spettatore, il suo carisma è indiscutibile e qui il lavoro di Michael Parks è stato ottimo nel caratterizzare un personaggio così affascinante quanto semplice. E davvero il pastore è un essere semplice, solo un fanatico che si circonda di altri fanatici, dotato di quel carisma tipico dei leader che gli permette di manipolare le personalità più deboli ed indurle a credere ciecamente in lui e nel suo operato proprio perché lui per primo ci crede. Ma il cattivo, il vero cattivo non è Cooper quanto l’uomo medio di entrambe le fazioni, colui che è disposto a fare ogni cosa per rispettare gli ordini di quella che considera un autorità a lui superiore, una cosa davvero evidente in entrambe le fazioni, nei fanatici di Cooper quanto nei poliziotti che vengono messi al bando tanto quanto i terroristi per il loro egoismo e il desiderio di obbedire ad ogni costo.

Qui esce davvero tutta la critica alla società americana di Kevin Smith, nell’accusa fatta ai poliziotti di uccidere tutti i presenti nella chiesa solo perché i loro superiori gliel’hanno ordinato, specularmente a come Cooper ordinava ad i suoi adepti di seguirlo in ogni cosa, anche davanti alla morte, anche davanti l’Apocalisse. Ma questa fede così cieca e assoluta, che si tratti di religione o di feticismo delle leggi, non si rivela che una scusa per manifestare liberamente gli istinti più brutali dentro ognuno di noi, e questo è di nuovo evidente nei due gruppi attraverso due scene in particolare: la prima vede la madre di Cheyenne infuriarsi contro quest’ultima e insultarla perché la ragazza ha provato a scappare per salvare i bambini dentro la chiesa, cosa inammissibile in quanto avrebbe contraddetto gli ordini di Cooper ed impedito quello scontro contro le “forze del male” mentre la seconda, forse ancora più potente e feroce per l’ambientazione così calma, è quella in cui Keenan fa rapporto ad i suoi superiori e loro, pur promuovendolo per il risultato della sua operazione, a telecamere spente lo rimproverano per non aver ammazzato tutti quei “dannati terroristi”.

Gli unici personaggi che alla fine sembrano essere genuinamente buoni, o quantomeno onesti, sono proprio quelli che osano interrogarsi sul significato delle loro azioni, che vogliono pensare prima di agire per quanto difficile possa essere, i tre ragazzi, vittime degli eventi, Cheyenne e su tutti l’agente Keenan stesso, che con il suo aneddoto finale sembra volerci far capire che dietro tutte le scuse che usano ogni giorno le persone tendono ancora ad essere delle bestie rabbiose disposte a dimenticare quello che hanno in comune e a farsi del male per difendere ciò che vogliono.

In poche parole Red State è un vero film d’autore che attraverso questo terribile e realistico racconto, tanto coinvolgente quanto affascinante, vuole portare lo spettatore a compiere una riflessione, dando vita ad un film che terrà lo spettatore con il fiato sospeso fino alla fine, a prescindere dai gusti in materia.

Tankian

Tankian

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