RECENSIONE – Stranger Things (1° stagione)

Di tanto in tanto arrivano quei prodotti che non comprendi a pieno, a meno che non li guardi. Uno di questi è sicuramente Stranger Things, la nuova brillante serie originale Netflix sbarcata sulla piattaforma di streaming pochissimi giorni fa.

Ne hai sentito parlare sul web, magari hai visto un trailer o una foto, ma dal contesto non riesci ad estrapolare bene di cosa si tratti, proprio per la struttura stessa della serie che ibrida diversi generi e diversi richiami alla cultura pop. Ma andiamo con ordine.

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Con una fantastica sigla d’apertura che richiama una sonorità vecchia di tre decenni, lettere si assemblano con un carattere al neon mentre i nomi degli attori facenti parte del cast compaiono sullo schermo. Subito notiamo Winona Ryder e David Harbour ma questo non fa comprendere niente circa quello che possiamo aspettarci, solo che due grandi attori si sono prestati per una cosa che dal già dai toni della sigla ricorda film come Gremlins o Poltergeist.

Matt e Ross Duffer ci presentano una piccola perla che comincia nel più classico dei modi. Notte, interno, una sequenza di parole recitate dalla voce di un ragazzino predispongono un pericolo imminente, rappresentato dal primo dei richiami che vediamo nella serie, Dungeons & Dragons.

Il demo-gorgone attacca i nostri prodi guerrieri, ma la madre di Mike (Finn Wolfhard) interrompe l’avventura. Quattro bambini, un mostro e una madre apprensiva, già le cose si fanno interessanti fin da subito, poi degenerano velocemente, in senso buono, in un cocktail di richiami a film anni 80 che cominciano con la scomparsa di Will, giovane ragazzino amico dei tre protagonisti, ad opera di un qualcosa d’indefinito. Un urlo terrificante, una bicicletta che corre, le luci traballano e l’indagine comincia. Da qui in poi la testarda e Joyce (Winona Ryder) madre di Will intraprende una campagna di ricerca assieme allo scettico capo della polizia Hopper (David Harbour).

I tre ragazzi, accompagnati da una bambina misteriosa (Millie Brown) comparsa dal niente subito dopo la sparizione di Will, intraprendono anche loro un’indagine per trovare l’amico scomparso, e fra rimandi alla fionda di IT, alle biciclette di Stand By Me, al rapportarsi con la bambina come in E.T., scopriranno che c’è molto più di quanto pensano dietro gli inquietanti avvenimenti che li vedranno protagonisti.

Stranger-Things2Bentornati negli anni ’80! Direi a chiunque volessi far vedere questa serie.

L’emozione che ci pervade guardando questa serie è proprio quella di essere tornati a quei film d’altri tempi che i ragazzi degli anni ’90 videro approcciandosi per la prima volta ad altri tipi di VHS che non fossero i film Disney.

Già dal pilot con la evidente suddivisione in capitoli invece che episodi, con le interferenze che appaiono come piccoli bruscoli bianchi durante la sigla, o ancora il titolo della puntata di un rosso vivo volto a trasmettere la tensione che cresce assieme alla colonna sonora, e che pervade ogni scena, anche quelle più leggere. Le riprese esterne della casa veicolano lo spettatore attraverso una regia sapiente, ricercata, che mostra l’arte dei tre registi che l’hanno curata ovvero di Fratelli Duffer e Shawn Levy per gli episodi 3 e 4. Una regia ricca non solo di tocchi d’arte ma anche di tutto quel comparto di emozioni che i film anni 80 riuscivano a trasmetterti, contestualizzate nelle avventure dei protagonisti. Un misto di humor, suspance, tensione, e piccoli spaventi che però non pregiudicano ne la trama nel il pathos delle scene. Molte volte ci ritroviamo a saper trovare il momento esatto in cui arriverà il jump scare, ma poi la serie ti sorprende, mostrandosi qualcosa che produce un mistero più che uno spavento. Da notare anche la fotografia che ci riporta ai fasti di un tempo della fotografia naturale fatta di luce grigiastra e coni d’ombra, quando non si usava troppo la saturazione del blu e dell’arancione che donano adesso un irrealismo alle scenografie.

Infine anche il comparto degli effetti speciali si rivela veramente ben fatto. Naturalmente in un prodotto come questo, che cerca la propria forza nei rimandi anni 80 oltre che nella stesura della sceneggiatura e nella caratterizzazione, seppure veloce, dei protagonisti, un utilizzo massiccio della CGI avrebbe snaturato l’atmosfera. Infatti molto spesso riusciamo ad analizzare visivamente quanto budget deve aver avuto per gli effetti visivi, realizzati con cura e meticolosità, solo raramente abbelliti da un po di color corretion e CGI. Da notare come, anche quando si nota la presenza della CGI, i movimenti rimandino agli stessi effetti usati in Poltergeist o in Gremlins, che trasmettono una particolare violenza ed aggressività riuscendo a trasmetterti una sensazione di raccapriccio.

La bellezza di questa serie sta proprio nel saperti trascinare con i suoi piccoli rimandi riconoscibili ma st103-104unit5897r1jpg-19ae36_765wnon invasivi, come piccoli tocchi di espressione d’adolescenza che citano The Breakfast Club e Sixteen Candles (Un Compleanno da Ricordare).

Il modo in cui Mike si rapporta a Undici ed i misteri che lei cela, che rimandano a E.T., o ancora le dinamiche con il quale i ragazzini operano in cerca del loro amico, che riportano alla mente i Goonies, anche se involontariamente, Stand By Me, ancora E.T., soprattutto in una scena particolare.

O ancora le scene in cui Winona Ryder la fa da padrona, dimostrandoci la sua eccellenza recitativa ancora viva e vegeta, che rimandano a Poltergeist e b, che mi hanno trasmesso inquietudine fino al momento nel quale quello che credevo sarebbe stato un jump scare mi ha invece catturato ancora di più, un po’ come se fosse il classico finale di mid-season che ti fa venire l’aquilina in bocca per sapere come continua, terminando la scena proprio dove la tensione raggiunge il suo massimo.

Un’altro grande pregio, oltre a quelli sopra citati, è il modo in cui a storia ci presenta e fa evolvere tre storie che viaggiano parallelamente prendendo però sentieri diversi. Bambini, adolescenti e adulti, mostrandoci anche la diversa concezione che i tre target di età hanno con le inquietanti vicende sul quale indagano, dove c’è spazio anche per caratterizzare i personaggi, per creare drammaticità, litigi, e per problemi non derivanti dell’ombra dei mostri che i tre gruppi si ritroveranno ad affrontare. Tutto si dipanerà fra segreti governativi e rimandi alla cultura geek, fra problemi dell’adolescenza e musica d’altri tempi, senza sacrificare un po’ di piccoli spiegoni scentifici su viaggi in realtà parallele e para-scienza.

Una sequela di eventi che mettono insieme quello che appare come un film da otto ore, con un finale sapientemente aperto, ma che conclude le vicende con una calda atmosfera familiare, e le musiche di sottofondo che rimandano a quando Kevin in Mamma Ho Perso L’aereo ritrova la sua famiglia. Naturalmente ci auguriamo che la serie venga rinnovata per portare spiegazione ad alcune piccolezze rimaste incomplete, ma onestamente parlando anche se l’avventura si concludesse così sarei felice di essermi goduto un prodotto come non se ne vedeva da un po, sapientemente costruito, ricco i pathos e tensione, capace di tenerti incollato allo schermo per il binge-wathing a regola d’arte.

Seratul

Seratul

Sono uno scrittore per passione, un cinefilo per destino, ed un intellettuale perché non ho niente da fare. Strano, appassionato di cinema, incline all'informarmi per diletto ed a fare figure cacine all'occorrenza. Capo redattore di Cinespression.it.
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