RECENSIONE – Tales From The Loop

Al termine di Tales From The Loop ci si può crogiolare per un momento in cui attimo di estraniamento dalla realtà, cercando di capire a pieno lo stato d’animo nel quale ci troviamo.

La sensazione, dopo una prima stagione che, a discapito di commenti e malelingue, è volata come se niente fosse, grazie ovviamente alla scrittura sopraffina, è quella di sentirsi ammantati da un alone di meraviglia e confusione, come se avessi assistito alla nascita dell’universo e fossi rimasto abbagliato dalla luce del Big Bang, l’esperienza di qualcosa che sicuramente non si è compreso a pieno, che lascia la sensazione di non aver capito proprio tutto, e forse è esattamente ciò che voleva la serie.

Il prodotto è capace di intrigare, spiegare e narrare nel migliore dei modi possibili, attraverso immagini, musica d’accompagnamento, atmosfera e non così tanti dialoghi come si potrebbe pensare, ma l’esperienza vissuta è tanto semplice quanto pervasa da un senso di magnificenza nella comprensione dei risvolti che non puoi far altro che pensare di non aver compreso tutto al meglio.

Basato sul lavoro dell’artista svedese Simon Stålenhag ma trapiantato nel cuore dell’America, Tales From the Loop mette in contrapposizione l’infinita vastità delle prateria del Midwest e architetture di metallo di una tecnologia inimmaginabile. È uno spettacolo che è affascinante da guardare, con episodi diretti da grandi nomi di talento come Mark Romanek, Andrew Stanton e Charlie McDowell e Jodie Foster.

La serie si propone come un antologia di storie che si svolgono tutte in una piccola città dell’Ohio, che a sua volta ospita una grande macchina il cui scopo non è ben noto, se non l’alto obbiettivo di svelare i misteri dell’universo e dare senso all’impossibile.

A differenza di altri prodotti della fantascienza seriale moderna, Tales From The Loop non tenterà di stupire con sensazionalismo, ma ti proporrà un approccio più lento, contemplativo, percorrendo una via che cercherà di ripristinare la tua fiducia nella tecnologia, nelle persone, e nel modo in cui la usiamo. Grazie a Nathaniel Halpern, lo shorunner di Legion, Tales From The Loop non punta al sorprenderti con la presentazione di qualcosa fantascientifico o di ultra-terreno, ma ti mostra come l’ambiente e la vita si acclimata a quella componente, e come nei dipinti di Stalenhag, si amalgama attorno.

Il lavoro dell’artista svedese Simon Stålenhag, come potete aver visto cercandolo online dal 2014 a oggi, mostra un ibridazione di paesaggi suburbani dal sapore nostalgico, bloccate in un 1985 ideale, ma vivendo in uno spazio ucronico con l’abbellimento di componenti fantascientifiche qua e la, mai fuori posto, mai eccessivi, sempre acclimatati all’ambiente. Come potrete vedere nella serie Prime Video, questo aspetto è pedissequamente riprodotto nella serie di Halpern, rendendo ogni frame di ogni puntata una vera gioia per gli occhi degna di essere fermata e contemplata.

Quando ti si pone di fronte un dipinto c’è sicuramente una chiave di comprensione voluta dall’artista, ma quel insieme di colori danzanti trasmetterà sempre un’inesplicabile emozione molto personale, che sarà difficile da descrivere. Tales From The Loop fa esattamente questo, fra il dramma che sostituisce il cinismo nel fratello sci-fi di Netflix, Black Mirror, la perfezione stilistica che fra regia, fotografia e montaggio danno vita a i dipinti di Simon Stålenhag, c’è un qualcosa di impercettibile, qualcosa di inesplicabile, qualcosa che vive anche negli ambienti dove la città di Mercer, Ohio, praticamente vive col suo impianto di ricerca fantascientifico, il Mercer Center for Experimental Physics, un centro di ricerca comunemente noto come “The Loop“, dove gli scienziati lavorano sottoterra cercando di “sbloccare ed esplorare i misteri dell’universo”, secondo il fondatore Russ Willard, interpretato da Jonathan Pryce. 

Una città completamente assorbita nel suo ibrido fra fantascienza e stile metà anni ottanta, dove la levitazione, i robot, il surrealismo e la violazione delle leggi della fisica sono all’ordine del giorno, tutto grazie a quei misteri dell’universo sbloccati e rivelati.  E forse uno dei più grandi misteri sta nella macchina che ci pone la domanda esistenziale, che ci blocca in un momento libero da restrizioni, che ci trasporta in un tempo per incontrare gli occhi di noi stessi, che ci mostra la vita attraverso gli occhi di un altro e il dolore che possiamo provocare, che scambia la realtà per farci comprendere che la persona giusta per noi esiste.

Tales From The Loop è un progetto ambizioso che ripaga a le aspettative, qualcosa degno di quei magnifici dipinti che Stalenhag ci ha mostrato sui social per anni, un ucronia di pace e tranquillità con lo sfondo di un immane progresso tecnologico, che alle volte giace in rovina nella sabbia, sotto una coperta, o nascosto fra gli alberi di un bosco, che è la normalità per gli abitanti di quella città dell’Ohio, ma è anche più di questo. La filosofia, la magnificenza visiva e l’atmosfera Spielberg-iana d’altri tempi, nel suo desiderio di catturare la magia della fantascienza dei tempi andati, vive grandiosamente in questa nuova serie, che ci auguriamo continui per anni.

Seratul

Seratul

Sono uno scrittore per passione, un cinefilo per destino, ed un intellettuale perché non ho niente da fare. Strano, appassionato di cinema, incline all'informarmi per diletto ed a fare figure cacine all'occorrenza. Capo redattore di Cinespression.it.
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