RECENSIONE – The Irishman

Martin Scorsese è tornato, e dopo esser stato ignorato per lo straordinario Silence, ora ha deciso di fare più casino che mai, con un film dal cast e dalla durata colossale. The Irishman ha fatto discutere in lungo e in largo, come una delle produzioni Netflix più costose di sempre, e per l’esser mandato in 79 sale cinematografiche in tutta Italia. Un vero e proprio crimine contro l’umanità e contro il cinema, ma meglio di niente.

Parlare di The Irishman è praticamente impossibile dopo una sola visione. Una visione di 210 minuti che prende, travolge ed emoziona come pochissime altre pellicole sono state in grado di fare negli ultimi anni con così tanta maestria, ed è per questo che state leggendo questa recensione solo ora.

The Irishman è l’urlo da parte di Scorsese che ha ancora tanto, tantissimo, da dare, anche se la Nuova Hollywood che ha sempre rappresentato, che è anche tornata a vivere gloriosamente e miracolosamente quest’anno, sta per morire in modo definitivo.

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The Irishman infatti questo è: il definitivo canto del cigno della Nuova Hollywood. In queste tre ore e mezza di puro cinema, Martin Scorsese  racconta la storia dell’irlandese Frank Sheeran, un uomo risucchiato in un mondo di malavita fratricida, di violenza che non può esser inflitta senza perdere un qualcosa che niente e nessuno ti può ridare. Un mondo che si nasconde in una New York quasi più coppoliana che scorsesiana, con una fotografia di un’eleganza tale che non può ricordare le raffinate inquadrature di un filmetto quale Il Padrino.

I toni caldi e avvolgenti delle scene ambientate negli anni ’50-’70 fanno a cazzotti con un’atmosfera più fredda e austera che caratterizza le sequenze ambiente negli anni’ 90, decisamente più vicine a noi. Sequenze in cui un De Niro vecchio, debole e solo rappresenta appieno l’odierna poetica e il cinema scorsesiano: un cinema che ha dato tanto al mondo, che ha emozionato e che ha fatto tanto male a noi spettatori con la sua crudezza e la sua onestà, ma che ora, nonostante tutto, è vecchio, solo e sempre più vicino alla morte. Un cambiamento rappresentato anche dalla colonna sonora, decisamente più movimentata e rock nei primi due atti, per poi divenire più lenta, malinconica e cupa nel terzo.

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Russell Bufalino (Joe Pesci) e Frank Sheeran (Robert De Niro)

The Irishman fa male, con un terzo atto da storia del cinema, di fronte al quale è impossibile non commuoversi. Un culmine di una perfezione assoluta per una storia di tre ore e mezza tutt’altro che eccessive, e tutt’altro che pesanti, durante le quali ci viene raccontata la storia di un uomo in parallelo con quella dell’America di quegli anni. Un paese che ne ha viste tante, e tane ne vedrà negli anni a venire. Tre ore e mezza nelle quali non un’inquadratura, non un movimento di macchina, non una singola battuta, risultano di troppo.

Martin Scorsese a livello tecnico non ha neanche perso un pizzico della sua maestria, anzi. La regia, caratterizzata da immensi piani sequenza, raffinate carrellate, meravigliosi rallenty, il tutto reso ancor più magnificente da un montaggio immenso (sempre a cura della fedelissima Thelma Schoonmaker) veicola la storia con incredibile naturalezza, nonostante la presenza di ellissi temporali, per non parlare dell’uso della CGI per ringiovanire gli attori, della quale te ne accorgi per il semplice fatto che fa davvero uno strano effetto vedere per così tanto tempo un De Niro decisamente più giovane in un film del 2019.

Attori che grazie alla tecnologia, che gli ha evitato le protesi sul volto, riescono ad interpretare i loro personaggi in piena libertà, e le perfomance che vediamo in questo film sono semplicemente leggendarie, degne dei nomi degli attori protagonisti. Un Joe Pesci in forma smagliante, nei panni di un boss tanto piccolo quanto pericoloso, nonostante la sua assenza dagli schermi da quasi dieci anni. Un Al Pacino fenomenale nei panni di un sindacalista che non vuole sporcarsi le mani, ma che pensa e parla come un gangster, ostinato, testardo e con un’energia in corpo che solo Al Pacino poteva mostrare con così tanta bravura. Tutte grandissime prove da parte di tutto il cast, ma che non può eguagliare per niente la perfomance del nostro Robert De Niro.

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Al Pacino, Martin Scorsese e Rodrigo Prieto sul set di ‘The Irishman’

Per la prima volta, dopo anni e anni, ho finalmente visto un De Niro su grande schermo in uno stato di totale grazia. De Niro torna nei panni di un gangster, di un uomo duro che crede di poter risolvere tutto con la violenza, insomma, di un suo classico personaggio, dal quale sembra impossibilitato ad allontanarsi. Ma Frank Sheeran è molto di più di un semplice irlandese-americano dal grilletto facile. Frank è anche un marito, un padre, un amico, un essere umano dalle mille sfaccettature che deve sopprimere per poter vivere, sopravvivere, nel mondo dove personaggi come quelli di Joe Pesci e Harvey Keitel vivono come re.

Alla fine Frank si ritroverà distrutto da questo mondo, solo, con un senso di colpa che lo lacera lasciandogli un vuoto dentro che cercherà di colmare quando sarà troppo tardi, e ci ritroveremo di fronte ad un vecchio, che a malapena cammina, che persegue l’irraggiungibile, arrivando addirittura a ricollegarsi con la religione. Il tutto portato su schermo da un De Niro da storia del cinema.

Abbiamo il De Niro classico gangster, cazzuto e carismatico, ma anche un De Niro commosso, distrutto dal senso di colpa del suo passato, che però non verrà mai rinnegato, costretto ad affrontare per la prima volta il peggior nemico di un uomo del genere: la vecchiaia. Un De Niro consumato, ma altrettanto forte ed emotivo che dimostra ancora una volta di essere uno dei più grandi interpreti della storia del cinema.

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Frank Sheeran (Robert De Niro)

The Irishman quindi non può che esser considerato un capolavoro puro. Un esempio divino di come si fa cinema sotto tutti i punti di vista, peccato per una distribuzione talmente limitata da considerare come crimine contro l’umanità.

Probabilmente parliamo del film dell’anno, che riesce quasi a mettersi in tasca Joker e C’era una volta a… Hollywood con un dramma gangster carismatico, ma che non esita nel mostrare i suoi lati oscuri e il fatto che probabilmente sarà l’ultima volta che vedremo questo tipo di cinema. Che vedremo brillare miracolosamente la Nuova Hollywood.

Anche se continuerà con la sua filmografia, spiritualmente parlando questo è l’ultimo film di Martin Scorsese. Questo è il suo testamento.