RECENSIONE – The Little Mermaid

Il film si apre con una nonna che racconta alle due nipoti la storia della Sirenetta. Nonostante la giovanissima età, le due non credono alla storia e la nonna decide di raccontarne un’altra: molti anni prima, un giovane reporter di nome Cam Harrison non riusciva a guadagnarsi da vivere quando con la sorella minore Elle ha incontrato in un circo una bellissima sirena intrappolata in una vasca di vetro. Il resto è storia sotto il sole del Mississipi.

Vorrei poter dire belle cose su questa pellicola, ma purtroppo non posso. Ero davvero incuriosito, e ovviamente ero caduto della strategia di marketing del porre un’attrice affermata nel mondo della televisione come Poppy Drayton, ma, anche se il film è scorso via come acqua sferzata dalla coda di una sirena, devo che aldilà del cuore nella storia, della dolcezza con cui questa viene raccontata in un contesto diverso da quella a cui siamo stati abituati dalla Disney, e toccando alcune volte delle tinte da thriller soprannaturale, non c’è molto di buono in questa pellicola, oltre alla sfavillante resa recitativa di Poppy Drayton nel ruolo della sirena, affascinante, che ti attrae con la sua storia, anche se non è più un mistero dopo i primi minuti del film. La segui udendo il suo canto, e tutto diventa per un momento talmente ammaliante da non farti accorgere che questa pellicola ha un sapore eccessivamente amatoriale per un budget da 5 milioni.

Il film regge finché la questione soprannaturale non viene approfondita troppo, fintanto che il tutto ruota sul mistero dell’acqua miracolosa, sull’attrazione inspiegabile, sul canto malinconico di una sirena condannata da un astuto mago, ma perde proprio nel momento in cui deve ingranare per inserire quel piccolo quantitativo d’azione, dove tutto appare come frettoloso, raffazzonato, tanto che cominci a pensare che una mezz’ora di film in più avrebbe forse aiutato il terzo atto a dipanarsi meglio. In conclusione, per quanto riguarda la risoluzione classica di un film come questo, un film per famiglie, è effettivamente quello che si chiama un esercizio di aberrazione, con un montaggio palesemente mal fatto, che mostra il cliffhanger che non è un cliffhanger, in quanto nei primi minuti del film hai già capito quel particolare “sconvolgimento”.

Purtroppo la regia rimane anonima, seppur non pecchi di imprecisioni tecniche, ma comunque il più delle volte appare come eccessivamente semplice, fintanto che non compaiono i difetti negli effetti speciali ed nel montaggio, che ti fanno capire quando questo film sia essenzialmente amatoriale. Un buon comparto di trucco prostetico, che in realtà si vede veramente poche volte se non con la coda della sirena, ma gli effetti speciali sono quelli che potrebbe avere un cortometraggio su Youtube il cui budge tè stato raccolto con un campagna kickstarter fallimentare. In toto il film in se funziona se non ci si rimugina troppo su, non risulta ne pesante, ne noioso, solo ti lascia una strana sensazione, come se il film sarebbe stato migliore se tutta la parte più action fosse mancata. Sfortunatamente, è questo il problema. Il film vuole chiaramente essere qualcosa di più di ciò che in realtà è, ovvero un piccolo esercizio iniziale, estremamente amatoriale, di una coppia di registi alle primissime armi. E’ a quel punto che avrebbe dovuto fermarsi, tralasciare gli effetti alla Harry Potter a basso budget e concentrare la narrazione solo sulla storia d’amore.

Per come ne sto parlando pare che mi stia riferendo ad un film inutile, ma non è così. La parte più cocente sta proprio nel fatto che è un film con del potenziale inespresso, un progetto riuscito a metà, e purtroppo questo The Little Mermaid del 2018 rimane solo un piccolo esercizio di un paio di registi passati da Star Wars Resurrection e The Hunt of Gollum (due progetti amatoriali), ad una produzione Netflix, che sicuramente viene aiutato più dalla presenza dell’affascinante ex protagonista di The Shannara Chronicles, che dalla struttura del film in se.