RECENSIONE – Tiger House

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Se avete passato un periodo in cui amavate le trame young adult non potete naturalmente non conoscere Kaya Scodelario, che ha cominciato la sua carriera per molti con la saga di Maze Runner, ma in realtà presenta anche alcuni ruoli in altri produzioni, come la famosa serie Skins.

Una cosa però che si tende a dimenticare è il fatto che tutti gli attori, compresi quelli più celebri e acclamati, devono sbarcare il lunario, e non sempre questo è significa una loro partecipazione ad pellicole mediocri o di poco conto. Per esempio la nostra Kaya Scodelario, prima di partecipare al nuovo capitolo dei Pirati dei Caraibi e prima di concludere la saga di Maze Runner, partecipò ad un piccolo film inglese a basso budget nel 2015, intitolato Tiger House.

La storia parla di Mark, un ragazzo liceale di buona famiglia che intraprende una relazione con Kelly, interpretata dalla Scodelario. Il film inizia con una ripresa molto personale, che pare registrata con una telecamera amatoriale da pochi euro, giusto per farci comprendere il contesto senza bisogno di spiegoni inutili che avrebbero appesantito la visione. Mark e Kelly stanno assieme, una piccola tragedia colpisce quest’ultima e tutta la sua vita cambia. Da li in avanti per lei ci sarà un evoluzione molto particolare, nel mezzo a cui si andrà a scontrare con la famiglia del fidanzato, che non approva la relazione. Sono giovani, ma disattenti, e questa disattenzione li porta a parlare del futuro della loro relazione in un modo classico e forse citazionista nella sua introduzione, un po’ come fossero Dawson e Joey a parti invertite.

La situazione si ribalta quando il nostro Mark avverte un tonfo nella casa, e noi spettatori già sappiamo cosa sta per succedere in quanto il regista Thomas Daley ha provveduto a mostrarci tutto quello che ci sarebbe servito. Telecamere di sicurezza nella casa, esterne ed interne, riprendono l’innesco del caos che sta per succedere attorno alla famiglia, e tutto viene delineato eccellentemente. Un tonfo, un ragazzo che vuol proteggere la propria ragazza, un urlo ed il caos s’innesca. La famiglia di Mark viene presa in ostaggio da alcuni ladri davvero molto preparati. Un ribaltamento dei ruoli ci fa comprendere che non è Mark il protagonista, ma Kelly, e da li si creeranno una serie di situazioni volte a mettere in pericolo la ragazza, senza mai un attimo di respiro, una situazione spiacevole dietro l’altra, che trasformeranno la timida ex-ginnasta in una guerriera.

Tiger House è un’altra pellicola del genere home-invasion, ovvero un genere che fa riferimento al thriller, particolarità cinematografica molto presente nel panorama hollywoodiano siamo moderno che più datato. Basti pensare a Panic Room, o al più recente Funny Games. Solitamente questo tipo di film sono difficili da gestire, in quanto ci vuole naturalmente un protagonista carismatico, che sappiamo trasmettere sia la paura che la forza necessaria a superare la situazione, ed in questo Kaya Scodelario riesce a pieno, portando praticamente l’intero film sulle sue spalle. Ovviamente parte dell’attenzione è rivolta anche a Ed Skrein, conosciuto per la parte del villain in Deadpool, ed infatti ad un certo punto l’attenzione verrà rivolta sopratutto a questi due personaggi.

Il film non pecca nella messa in scena, piuttosto buona, ne nella colonna sonora, che aiuta a far salire il livello di ansia in quasi tutto il film, ma forse un po’ nella caratterizzazione del resto dei personaggi. Intendiamoci, Mark e Kelly sono ben inquadrati senza bisogno di spiegare chissà quale retroscena della loro vita. Lui ragazzo di buona famiglia, lei ragazza apparentemente disadattata che ha perso l’occasione di far carriera da ginnasta per via di una ferita alla gamba subita con la balestra del fidanzato. Il problema arriva quando si pone l’attenzione sugli altri personaggi (a parte quello interpretato da Skrein), infatti si percepisce una generale povertà di caratterizzazione, ma è anche vero che è evidente fin da subito il loro ruolo secondario, ed infatti per una buona parte del film non compaiono nemmeno, e tu spettatore tendi a dimenticarteli durante lo svolgimento della trama, in quanto concentrata più sull’evoluzione del personaggio di Kelly.

Tutto sarebbe andato bene se il film fosse rimasto su questa linea, e se quell’evoluzione per la protagonista avesse portato ad una presa di coscienza particolare, o anche più semplicemente all’accettazione da parte dei genitori. La Scodelario rende bene nel ruolo della quasi vigilante, ed infatti la pellicola pare più essere una sorta di grosso manifesto alla bravura dell’attrice, che in effetti non delude, però il finale con il doppio twist ha un che di amaro. Da una parte, per quanto riguarda il primo, ti prende alla sprovvista per via della scena precedente, ma è anche abbastanza prevedibile. Per quanto riguarda il secondo, purtroppo la cosa appare come mal caratterizzata proprio per via di quei pochi secondi, e ti lascia confuso. La motivazione del perché potrebbe apparire come chiara, ricollegandola ad un discorso fra Mark e Kelly ad inizio film, ma risulta un po’ come messa li forzatamente.