Recensione: Under the Shadow

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Under The Shadow (distribuito in Italia con il nome de “Il Diavolo nell’Ombra”) , è una pellicola horror del duemila sedici, scritto ediretto da Babak Anvari.

Il film racconta la storia di Shideh (Narges Rashidi) donna musulmana, iraniana per la precisione, madre di una bambina piccola, Dorsa (Avin Manshadi). Shideh vive nell’Iran in guerra, costantemente bombardato, sotto dittatura, sconvolto da una legge assolutista che non le permette di essere se stessa, che le impedisce di continuare gli studi di medicina a causa del suo attivismo politico giovanile, a causa di tutto ciò diventa sempre più frustrata arrivando a diventare ostile contro lo stesso marito, che pur ama ma che invidia visto che può esercitare la professione di medico, e a tratti contro sua figlia.

La bambina nel frattempo fa amicizia con un bambino del palazzo, nipote del proprietario di casa rimasto orfano a causa dei bombardamenti, che le racconta storie spaventose di spiriti del vento, Jinn, che stanno venendo nella loro città e che la porteranno via. Queste storie infastidiscono Shideh, tanto che parlerà con la moglie del proprietario di casa al riguardo ma, dopo che suo marito verrà chiamato al servizio civile e lei rimarrà sola a casa con la figlia, accadranno cose, strani eventi, sogni spaventosi pieni di spettri e presenze demoniache che porteranno la protagonista (e con lei lo spettatore) a dubitare della sua sanità mentale e del mondo in cui vive e che crede tanto bene di conoscere.

Il film si rivela un horror decisamente atipico, soprattutto per il contesto in cui si va sviluppando e per la sua forte connotazione politica e civile. Si può tranquillamente dire che la sceneggiatura affronta ben tre temi in contemporanea, riuscendo perfettamente a concatenarli e a dimostrare anzi quanto siano non solo legati ma uno dipendente dall’altro: la cornice della storia, la guerra in medio oriente e i disagi che comporta nella popolazione, appare descritta in tutto il suo orrore non soltanto nelle esplosioni delle bombe, nelle sirene e nelle fughe nei bunker a qualunque orario o nella polizia militare che pattuglia le strade ma nelle piccole cose, nel nastro adesivo sulle finestre, nel burka indossato ogni volta che si esce fuori da casa o nei prodotti di stampo americano nascosti alla vista di tutti, un segno di come la guerra sia entrata nella vita di tutti i giorni, nelle più piccole abitudini, e dello sconforto su come il conflitto sembri essere senza fine.

Il secondo tema descritto è la figura della donna in questo contesto, rappresentata in tutte le sue sfaccettature, dalla musulmana credente alla straniera che vive nel palazzo, dalla anziana madre alla bambina, senza mai cadere nello stereotipo o nella macchietta della vittima degli eventi buona solo a far commuovere lo spettatore in sala.

In particolare il personaggio portato sullo schermo da Narges Rashidi è il ritratto di una donna moderna, frustrata, con tutti i difetti di una donna reale, tormentata dalla memoria della madre e dalla sensazione di averla delusa, con i nervi logorati dalla guerra e dalle restrizioni che è costretta a subire per il suo essere donna o il suo passato universitario, in conflitto con la figlia e gelosa a tratti di un marito che in realtà ama ma che sente non appoggiarla.

Questi demoni interiori, resi perfettamente sullo schermo dall’interpretazione della Rashidi, si manifestano in demoni fisici, i Jinn, diversi dall’idea del genio buono che ci siamo fatti con le mille e una notte o con la Disney, spiriti del vento, descritti anche dal Corano, che tormentano le persone con incubi e bisbigli, con oscure apparizioni per poi portarsi via le loro vittime.

Il viaggio psicologico di Shideh, a tratti fin troppo realistico e allo stesso tempo surreale, tarda a partire a causa dell’inizio che deve proiettare lo spettatore occidentale nel contesto della guerra ma prende presto piede grazie alla fotografia tendente al seppiato, luci tenui che trasmettono un’aria di calore e aridità in contrasto a bui pesti inquietanti, grazie anche alla colonna sonora forte e carica di tensione ma soprattutto al sapiente dosaggio di silenzi, usati da Anvari, per costruire un clima di attesa, logorante per lo spettatore quanto per i personaggi.

Il Jinn può essere un demone dell’aria, il frutto di una mente ormai sul punto della rottura, una metafora della guerra e del fanatismo religioso, può essere tutte queste cose insieme e nessuna di loro tanto che ad un certo punto la comprensione tra ciò che è vero e ciò che non lo è, tra il sogno e la veglia verrà meno, lanciando lo spettatore nello sconforto e nella paura, soprattutto grazie al pathos del confronto con i Jinn stessi di Shideh e Dorsa.

Il finale cerca di mantenere questa tensione, questo dubbio, a tratti riuscendoci anche se perde in parte la forza mantenuta per tutto il film con un crescendo di tensione e inquietudine. Il grande difetto del film sta più nell’apparato degli effetti speciali, in particolare nell’aspetto dei demoni, una delusione rispetto a quanto sembrava essere promesso nelle scene precedenti ma alla fine il mostro in se non è fondamentale, il vero orrore sta nella paura creata con sapienza durante tutto il film e nel dubbio che il mostro non sia che una proiezione delle paure e delle insicurezze della protagonista, assecondate dalla figlia un po’ per gioco un po’ per ingenuità.

In breve, Il diavolo nell’ombra è un horror atipico, con una forte tematica sociale e politica, dalla partenza lenta ma capace di coinvolgere lo spettatore e fargli vivere grandi momenti di tensione e paura.