The Mandalorian: quando la consapevolezza forgia grande televisione

L’abbiamo attesa con grande trepidazione e curiosità, e ora che Disney+ è giunta nel nostro paese, abbiamo avuto modo di gustarci la prima serie live-action ambientata nell’universo di Star Wars: The Mandalorian.

C’è bisogno di dire che è una grande serie? Non credo proprio. Dobbiamo parlare del fatto che prende spunto dal genere western e in particolare dal cinema di quel maestro assoluto che era Sergio Leone? Non è necessario. Sono tutti argomenti e aspetti della serie che hanno sviscerato circa tutti quelli che ne hanno parlato, ma credo che ci sia dell’altro alla base della serie creata da Jon Favreau che la rende così unica e uno dei migliori esempi di scrittura che si sia mai visto su piccolo schermo negli ultimi anni (tolti i vari Gilligan, Pizzolatto e Lynch ovviamente).

Quello di cui voglio parlare oggi è, infatti, l’elemento chiave che rende The Mandalorian una serie così unica e coinvolgente: la sua consapevolezza.

Ai giorni nostri sono centinaia e centinaia le serie tv che abbiamo modo di vedere grazie a piattaforme come Netflix, Amazon e tante altre. Ciò ha portato la passione verso le serie tv a diventare una moda, e come ogni moda questa tende a rendere il prodotto in questione un qualcosa principalmente per la massa, il pubblico generalista, che col passare del tempo diventa sempre più stantio.

Ogni serie è uguale all’altra per fotografia, regia, musica, scrittura, personaggi e recitazione. Magari tutti questi elementi sono di ottimo livello, ma sono sempre la stessa cosa, e questa standardizzazione porta inevitabilmente questi prodotti a diventare serie che nulla lasciano all’interno dello spettatore, se non la domanda peggiore che può lasciare una serie tv: ‘Ma era necessario perdere tutto questo tempo dietro a questa storia?’.

Ed è qui che il nostro Mandaloriano entra nel saloon dove Netflix e Amazon bevono i loro Dom Perignon per mostrare al mondo cosa vuol dire scrivere una storia avendo grande consapevolezza di quello che si sta raccontando e del medium che si impiegando.

The Mandalorian' Explained: What Is The Bounty?
Pedro Pascal nei panni del Mandaloriano nella 1×01: ‘Il Mandaloriano’

Quasi tutte le serie tv che escono ogni giorno devono avere un certo numero di puntate, forse per volontà del distributore / produttore o anche per l’autore stesso che, per paura, vuole far vedere al pubblico generalista di avere lo stesso numero di episodi delle serie di grande successo che vedono e “amano”. Ciò porta la storia a essere incredibilmente lunga con puntate da cinquanta minuti nelle quali si parla di tutto ma di niente. Insomma, il classico tutto fumo e niente arrosto.

Basti pensare alle serie Marvel / Netflix, o meglio, ex-serie che con i loro fissi tredici episodi dovevano raccontare una storia che poteva durarne cinque. Tutti quei dialoghi che sembrano voler approfondire meglio la psicologia dei personaggi in realtà risultano essere solamente inutili sforzi di sceneggiatura dettati dalla moda e da un numero di episodi imposto da un potere superiore all’autore.

The Mandalorian, nonostante sia una serie prodotta da colossi come la Lucasfilms e la Disney, riesce nel distruggere questo dogma, questi limiti, coinvolgendo lo spettatore a tal punto da raggiungere l’obiettivo che ogni serie dovrebbe soddisfare: far attendere con grande ansia e hype l’episodio successivo. Un elemento fondamentale di questo medium che si è perso con la diffusione della cancerogena moda del binge watching, che porta il pubblico generalista a spararsi un’intera stagione di una serie tutta di fila. E quando mangi così tanta roba senza assimilarla cosa ti rimane? Il NULLA più totale.

In realtà quest’aspetto in realtà concerne più i distributori che gli autori stessi. Vediamo questa piccola parentesi come un elogio al lavoro di pubblicazione degli episodi fatto da Disney+. Ora torniamo al nostro Mandaloriano.

The Mandalorian: This Is the Way - The American Society of ...
Il Mandaloriano incontra la sua taglia

In che cosa consiste quindi la forza della consapevolezza di questa serie? Partiamo dalla trama.

La storia è di una semplicità veramente immonda: un cacciatore di taglie riceve un importante incarico, trova “la taglia” ma decide di non restituirla al cliente fino al casino finale. Una storia che si può tranquillamente raccontare con un film di anche un’ora e mezza e con ottimi risultati. Ok, ma la serie dura otto episodi. Eh, non è che casca nel trappolone di cui abbiamo parlato prima? Assolutamente NO.

La serie dura otto puntate, ma soltanto quattro si concentrano sulla trama principale, che quindi arriva a occupare una durata di poco più di due ore. Esatto! La durata media di un film! Perché non solo la serie si concentra per metà della sua durata sulla storia principale, ma lo fa con episodi che durano a malapena quaranta minuti, alle volte quasi mezz’ora. Ciò permette quindi a Favreau e al suo meraviglioso team di registi di andare diretti al nocciolo della questione tenendo incollato lo spettatore allo schermo, facendolo emozionare e facendogli pensare: ‘E adesso che cosa succederà?’.

Wow. Semplicemente wow perché Favreau ha capito veramente la storia che voleva raccontare, ha capito che non aveva bisogno di chissà quali ellissi per essere raccontata e ha creato un prodotto che mischia sviluppo orizzontale e verticale della trama per creare uno dei migliori esempi di sceneggiatura televisiva che abbiamo visto in tempi recenti. Semplicemente Favreau aveva la fottutissima consapevolezza del materiale da lui stesso creato esattamente come ce l’ha Vince Gilligan per Better Call Saul, come ce l’ha avuta David Lynch per Twin Peaks e per come ce l’ha avuta Nicolas Winding Refn per Too old to die young.

Quindi le altre quattro puntate di The Mandalorian che non riguardano la storia principale che cosa fanno? Semplice, raccontano delle meravigliose storielle auto conclusive che ampliano l’universo di Star Wars e soprattutto approfondiscono VERAMENTE i personaggi protagonisti mostrando le loro debolezze e i loro dubbi, per poi portare tutti questi elementi a fondersi nel grandioso finale di stagione.

Pedro Pascal e Gina Carano nei rispettivi panni de il Mandaloriano e Cara Dune nel 1×07: ‘La resa dei conti’

The Mandalorian fa due passi indietro a quando la televisione puntava più su dei prodotti con puntate auto conclusive portando una ventata di aria fresca, anche se arriva dal passato, all’interno del panorama seriale mondiale.

Inoltre, avendo delle puntate auto conclusive e “slegate” tra loro la serie sfrutta al meglio la varietà di registi e artisti che hanno preso parte al progetto. La regia di Bryce Dallas Howard della quarta puntata è ben diversa da quella di Rick Famuyiwa, così come quella di Dave Filoni è diversa da quella di Taika Waititi, e così via. Così facendo la serie è sempre nuova e intrigante di episodio in episodio.

In pratica Jon Favreau utilizza la potenza e l’arte della regia cinematografica non per fare cinema, ma televisione. Perché la produzione di The Mandalorian è al livello di un qualsiasi film di Star Wars, ma comunque non parliamo di cinema su piccolo schermo, quello è un privilegio che spetta solo a David Lynch per ora.

Per concludere come posso non dire che questa voglia di sperimentare, di essere consapevoli del proprio prodotto e di sfruttare al meglio i mezzi della settima arte non siano alla base stessa di Star Wars. Che cosa sarebbe Guerre Stellari (chiamato volgarmente Una nuova speranza) senza tutti questi elementi che abbiamo rivisto recentemente solo in The Mandalorian e ne Gli ultimi Jedi? E questa, miei cari lettori, non è una mia opinione, è storia del cinema.

Ancora non siete convinti? Bene: Werner Herzog ha deciso di recitare in questa serie. Non sapete chi è Werner Herzog? Bene, vi siete risposti da soli.

Andrea D'Eredità

Andrea D'Eredità

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