Too Old To Die Young: la spietata e pop visione del futuro firmata Refn

Nonostante ci abbia messo mesi per finirla, dato che sto facendo un po’ a botte con le serie tv in generale, finalmente mi sono visto Too old to die young di Nicolas Winding Refn e posso dire senza problemi che siamo di fronte ad un esempio di fare televisione che si scontra fortissimo con la settima arte. Lo scontro più forte dopo True Detective e Twin Peaks – Il ritorno.
Una serie che di certo non è per tutti, a causa del suo ritmo incredibilmente lento, con puntate che durano anche un’ora e mezza, dettate da una regia estremamente descrittiva, folle, surreale ed incredibilmente pop nella fotografia (con la quale si creano dei veri capolavori visivi) e nella musica, che non si sofferma solo sulle tipiche sonorità di Refn ma riprende anche pezzi classici come abbiamo sentito in Bronson. E con questo linguaggio, insieme alla crescente violenza che pian piano esplode, ci si rende conto che siamo di fronte ad un film di Refn che, però, dura più di dieci ore.
 
Esattamente quello che fece David Lynch con l’ultima stagione di Twin Peaks.
 
Una scelta di linguaggio che, va detto, rende alcuni momenti decisamente troppo dilatati, tutta la puntata che introduce Jesus e il suo mondo è eccessivamente lunga, ma detto ciò Too old to die young rimane un esempio elevatissimo di come si debba usare il linguaggio cinematografico su piccolo schermo.
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E per questo chi conosce il cinema del cineasta danese sicuramente riconoscerà il suo stile sia nella forma che nel contenuto. Refn, insieme al fumettista Ed Brubaker, racconta la storia di folli personaggi che vivono in quartieri di Los Angeles che non sembrano nemmeno esser parte di questa realtà. Si torna a raccontare i bassifondi in tutta la loro violenza, la loro sporcizia, e la loro perversione, attraverso un occhio pop, colorato, patinato, fumettoso e privo di idillio, con tanto di ritorno dell’anti-eroe refniano, interpretato da un Miles Teller sensazionale: un personaggio che cova una grande sete di sangue dentro di sé e che cerca di soddisfare facendo del bene, anche se a modo suo.
 
Sicuramente non è una serie che si perde in insegnamenti moralisti o quant’altro, ma è una serie che mostra quanto il nostro mondo, e noi stessi, sia in preda ad una globale volontà di morte e sangue che potrebbe portare a quella che il personaggio di Jena Malone descrive come una realistica Apocalisse, dalla quale se ne potrà uscire solo quando l’uomo si starà estitno e sarà nata una nuova “mutazione”; quando si sarà andati oltre l’homo sapiens sapiens.
 
Too old to die young è una serie che colpisce lo spettatore, quasi fisicamente, con un finale che non lascia spazio né ai tarallucci né tantomeno al vino, ma soltanto un nauseante senso di colpa verso quello che abbiamo fatto, e continuiamo a fare, ai nostri simili.

Andrea D'Eredità

Andrea D'Eredità

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